Cao Rio

Caorio con Nicolò e Alexandra: un progetto per ripulire e rieducare alla vita da Laguna.

Un progetto per tutelare la Laguna…a colpi di pagaia

Venezia è acqua, storia e mondo. Era ed è un porto che attira turisti, nuovi veneziani e innamorati della vita lagunare. Questo comporta due fattori che fanno parte della stessa medaglia: amore e pericolo per la Serenissima.

Spesso chi vive la città si appassiona alle merlettature, al baluginio della luce sull’acqua e si dimentica di essere devoto e rispettoso con l’ambiente che lo ospita. Bottiglie di plastica che galleggiano nei canali illudendo i pesci e i gabbiani di essere commestibili, sacchettini con escrementi di cani che puntellano gli antichi masegni e l’aridità dell’animo nel considerare la Laguna parte integrante della città. Venezia è laguna, canali e barene; calli, palazzi e ponti; piccioni, fenicotteri e cormorani; go, peoci e moeche: è un ecosistema che va rispettato in tutti i suoi elementi.

Nicolò e Alexandra, due giovani “nuovi veneziani”, hanno colto il valore della Laguna, della sua fragilità e della necessità di far conoscere questo aspetto a chi vive Venezia. Hanno così dato forma al progetto Cao Rio, che sarà una nuova ventata di ossigeno per l’ecosistema lagunare, e non solo!

La volontà di vivere a Venezia è Cao Rio

In un pomeriggio di maggio, con un timido sole di primavera, Nicolò e Alexandra presentano il loro progetto. Nei primi giorni di aprile, in un piccolo team, abbiamo seguito la coppia fra canali e barene per ripulire la Laguna dei tanti rifiuti che la soffocano. Con Kayak, sacchetti e retini, abbiamo amato la loro dedizione e passione per Venezia.

Il progetto nasce nel 2023 con la volontà di una giovane coppia di rimanere a Venezia – Nicolò, abbronzato dalle escursioni in Kayak, sorride raccontandoci del progetto – vogliamo creare una vita presente e futura in questa città. Il nome Cao Rio arriva dalla Venezia storica,  dove i bambini si lanciavano nei canali per gioco, gridando “andiamo in Cao Rio”; memori di questi filmati degli anni Cinquanta, anche noi ci vogliamo lanciare nei canali gridando “torniamo in Cao Rio”, con l’idea di creare una mobilità differente, sostenibile e sana. È l’idea di mantenere la tradizione con una ventata di novità. Inoltre il mio soprannome è Cao, quindi tutto si lega alla scelta del nome del nostro progetto”.

Nicolò e Alexandra
Nicolò e Alexandra

“Il nostro sogno era fare qualche cosa di utile per la città in cui viviamo – continua Alexandra, in un italiano perfetto, elegante e orgogliosa – Nicolò ha lanciato l’idea e io gli ho proposto di occuparmi della parte manageriale. Nicolò è veneto, o meglio, Veneziano dal 1404, perchè arriva da Vicenza. Io sono arrivata dall’Europa dell’Est due anni fa e mi sono innamorata di Venezia; ho da subito capito che un’Isola così magica è in realtà in pericolo e bisogna tutelarla da coloro non hanno la nostra sensibilità”.

Vivere, educare e ripulire Venezia

“Insieme abbiamo costruito una nuova idea di turismo per tutelare la fragilità di Venezia – aggiunge Nicolò – Pensando alle nostre conoscenze pregresse, abbiamo unito il nostro sapere e dato vita a Cao Rio. Vogliamo creare sensibilizzazione per la Laguna, coinvolgendo le persone del posto e i turisti, per vivere con qualità e consapevolezza. Ho messo insieme la mia passione per il Kayak, la Laguna e le mie conoscenze di turismo culturale per strutturarci. Venezia si basa su una monocultura turistica fortemente legata al passato: c’è idea di turismo di massa, poco consapevole di quella che è la realtà della città, ma legata solo alla bellezza transitoria. Sono convinto che si debba puntare alla qualità e entrare nell’ottica non di “Visitare Venezia” ma di “Vivere Venezia”. Ci appoggiamo alla Reale Società Canottieri Querini: da qui, grazie ai Kayak, diamo vita ad un turismo completamente sostenibile che consente di vedere la città nel suo elemento. Si parla di storia, di ambiente e di quotidianità”.

Cao Rio, fra Barene, Canali e Palazzi storici. Foto @caorio
Cao Rio, fra Barene, Canali e Palazzi storici. Foto @caorio

“Facciamo del bene al corpo, all’anima e alla consapevolezza – dice Alexandra – oltre ai turisti, anche i Veneziani prendono parte alla nostra idea di consapevolezz,a con il progetto mensile Voga e Neta (voga e pulisci). Senza creare moto ondoso, con i Kayak o le imbarcazioni della voga veneta, educhiamo al rispetto della Laguna, vogando e ripulendo la nostra città. Non c’è solo plastica, ma rifiuti lignei, resti di bricole che inquinano poco, ma possono essere pericolosi per le altre imbarcazioni. Quindi affidatevi a noi, per provare questa nuova esperienza e scoprire la Laguna”.

La venezianità parte dalla consapevolezza

“L’etica turistica e di educazione civica ci porteranno anche nelle scuole – spiega Nicolò– presentiamo i progetti ai più piccoli, che sono il futuro della città. Coinvolgiamo così bambini e famiglie. Molte persone sono, come noi, “nuovi veneziani”. Con il passare del tempo e a nuove collaborazioni siamo sicuri che avremo tanti nuovi amici e appassionati che ci seguiranno. Al momento abbiamo 8 canoe e con la Società Querini possono essere messe a disposizione altre imbarcazioni; ogni prima domenica del mese organizziamo il Voga e Neta e, con un contributo, si può sostenere la nostra realtà”.

La venezianità parte quindi dalla consapevolezza della Laguna, delle sue fragilità e del suo potenziale per viverla al meglio. Il progetto Cao Rio è quindi un nuovo modo per amare la Laguna e Venezia. Cao Rio non è solo Kayak, ma è l’idea di una giovane coppia di dare una nuova percezione della storia, della vita e delle potenzialità di Venezia, per conoscerla e sostenerla davvero.

Vi aspettiamo e vi invitiamo a seguire Nicolò e Alexandra sul sito e sui social.

https://caorio.com/italian

Genova

Le città del tifoso ci portano a Genova. Perdiamoci fra i suoi caruggi, dal porto al belvedere.

La nostra città del tifoso è Genova, conosciuta in epoca medievale come La Superba. Ancora oggi porta con sé i fasti dell’antica Repubblica Marinara, per incantarci con i suoi caruggi e angoli di modernità.

Genova rappresenta la forza del Tirreno, l’orgoglio di Cristoforo Colombo, la maestria dei fonditori di cannoni rinascimentali e degli architetti contemporanei. Dalla Porta Soprana al nuovo Ponte Genova San Giorgio, dai palazzi nobiliari alle chiesette arroccate, Genova è una città marittima, che fa rotta verso il futuro.

Da porto fluviale a città di mare

Il nome riporta alla parola indoeuropea “Gineo”, “ginocchio”, che identificò la città per la forma del porto. La storia di Genova ha il suo mito fondativo in epoca Neolitica. In Piazza della Vittoria si trovano reperti risalenti al V° millennio a.C.: segno di un’antica scelta abitativa dei popoli del Tirreno, che la elessero come approdo fluviale, grazie ad un ramo del fiume Bisagno. Con l’arrivo degli Etruschi e poi dei Romani, accrebbe la sua fama di città di mare; ambita dai saraceni e in lotta con veneziani e ottomani, perfezionò la sua flotta e divenne una delle Repubbliche del Mediterraneo fra le più temibili: Genova La Superba.

La potenza della città si percepisce anche all’interno delle chiese. Varcando Santa Maria di Castello, costruita sui resti di un palazzo longobardo, si ammira l’imponenza e la magniloquenza delle scelte stilistiche, che volevano mostrare in tutti gli ambiti cittadini, la sua ricchezza.

Il Belvedere della Spianata di Castelletto su Genova
Il Belvedere della Spianata di Castelletto su Genova

Nel 1101, il combattente Guglielmo Embriaco, riportò a Genova il Sacro Cateno – considerato il Santo Graal – custodito nella cattedrale di San Lorenzo, con il bottino che i genovesi riportarono a casa dopo le conquiste in terra islamica. Le crociate segnarono così l’inizio della grande espansione genovese, fra Oriente e Nord Africa.

Fra X° e XI° secolo Genova ebbe un ruolo determinante nella lotta ai Fatimidi e nella conquista dei mercati delle aree islamiche, imponendosi con un’identità politica unica. Già nell’XI° secolo le “compagne”, libere compagnie commerciali di quartiere, si unirono per dare vita al “libero comune”. Questo garantì a Genova ricchezza e imitazione da parte delle altre città d’Europa. Nel 1330 divenne Repubblica con il Potestà, i cui poteri erano simili a quelli del rivale Doge veneziano.

La luce e l’oro

La città tocca i monti e il mare, in una crescita verticale grandiosa. Il suo guardiano è La Lanterna, il secondo faro più alto d’Europa, con un sistema rotante realizzato nel 1800, che può essere visto da 30 chilometri di distanza. Consigliato il museo storico della Lanterna, con vittorie e vicissitudini dalla Genova Medievale a quella odierna.

La lanterna di Genova: scacchi dei Palazzi dei Rolli
La lanterna di Genova: scacchi dei Palazzi dei Rolli

Con la scoperta dell’America, Cristoforo Colombo cambiò il corso della storia e anche le sorti di Genova. Seppur sotto la Corona di Spagna, Colombo rimase sempre legato alla Superba, tanto da lasciare, alla sua morte, il 10% dei suoi profitti alla principale banca genovese, per diminuire il costo del cibo.

L’oro nasce in America, muore a Siviglia e viene seppellito a Genova

A Genova nacque la banca moderna. Grazie ai lavoratori d’oro, si inventò un sistema di “note di banco”, che sostituì il banco dei pegni. A poco a poco tutta Europa copiò il sistema e il detto divenne “L’oro nasce in America, muore a Siviglia e viene seppellito a Genova”. Il Banco di San Giorgio fu il primo sistema bancario al mondo. Con una passeggiata nelle vie centrali si può visitare l’antica struttura, meravigliosamente affrescata. Gli affreschi, poi, sono innumerevoli negli antichi palazzi dei Rolli. Prima del calcio d’inizio recatevi in centro: un tempo i palazzi erano iscritti ai “bussoli”, che determinavano le categorie di ricchezza, per essere adibiti a ricevere persone di spicco e capi di stato. Oggi, potrete entrare liberamente, fra le Vie Garibaldi, Cairoli e Balbi.

L'imponenza dei palazzi e la bellezza dei caruggi
L’imponenza dei palazzi e la bellezza dei caruggi

Genova vi porterà così dal mare alla sua vetta, passando per i caruggi e l’ascensore che vi accompagnerà al Belvedere della Spianata di Castelletto. Con il contrasto fra le torrette del porto e le cupole delle chiese, scoprirete la sua estensione. Non dimenticatevi di recarvi al Ponte San Giorgio, nato per cucire la grande ferita lasciata dal crollo del Ponte Morandi. Renzo Piano ha creato un nuovo ponte, che collega la città sud e la città nord. I 43 pilastri sono delle ancore e ognuno di loro rende omaggio alle 43 vittime del terribile crollo.

Isola di San Fruttuoso, mare e monti
Isola di San Fruttuoso, mare e monti

Se avete voglia di concedervi una visita extra, potete dirigervi nell’Isola Abbazia di San Fruttuoso di Camogli. Si può raggiungere via mare da Genova, per ammirare la costa; oppure potete recarvi a Portofino e…con delle buone scarpe da trekking, seguire il sentiero fra mare e boschi, che vi porterà in questo luogo magico. Genova è quindi mare, monti, storia.

Buon calcio d’inizio in questa città ricca di storia e memoria.

Lo stadio

Nel quartiere Marassi, si erge lo stadio Luigi Ferraris. Costruito nel 1911 e restaurato nel 1990 per i mondiali d’Italia è uno degli unici esempi italiani di “stadio all’inglese”, in cui i gradoni e le tribune sono vicinissime al campo. Un’occasione per vivere appieno i suoni della partita e il calcio d’inizio.

La squadra

La Sampdoria è l’unione, avvenuta nel 1946, fra le squadre Sampierdarnese e l’Andrea Doria. Le due maglie si sono fuse nei colori biancorossoneri e biancoblu, dando così vita ai “blucerchiati”.  Inoltre lo stemma è sostenuto dal profilo del pescatore genovese Baciccia: il Gian Battista del Tirreno è un’ombra con barba, berretto, pipa e riccioli mossi dalla brezza marina.

Marco Lenna è il presidente. L’allenatore è Andrea Pirlo. La squadra ha vantato la presenza di Gianluca Vialli dal 1984 al 1992, cui dedichiamo un pensiero.

I Calciatori

NumeroRuoloCalciatore
1PFilip Stankovic
2DLuigi Aquino
3DAntonio Barreca
4CRonaldo Vieira
5CKristoffer Askildsen
6CSimone Panada
8CMatteo Ricci
9AManuel De Luca
10CValerio Verre
11AEstanis Pedrola
12PElia Tantalocchi
15DArttu Mikael Lotjonen
16AFabio Borini
17CLorenzo Malagrida
19ADaniele Montevago
20AAntonino La Gumina
21DSimone Giordano
22PNicola Ravaglia
23DFabio Depaoli
25DAlex Ferrari
28CGerard Yepes
29DNicola Murru
30CMattia Vitale
33DFacundo Gonzalez
37CMehdi Léris
40DPetar Stojanovic
77AMarco Delle Monache
80CLeonardo Benedetti
87DDaniele Ghilardi
97CFlavio Paoletti
 DAndrea Conti
 CStefano Girelli
 ASebastiano Esposito
 CNoah Lemina
La squadra della SAMP

Cosenza

Cosenza è contrasto fra la Nobiltà e la Chiesa, fra l’ambizione augustea e dominazione Sveva.

Cosenza è la città dei 7 colli, abbarbicata fra il Tiglio e il Pancrazio, fra la storia dei Bruzi e l’architettura contemporanea. Prima del calcio d’inizio, andiamo a scoprire Cosenza e il parco nazionale della Sila.

Salendo i gradoni del centro storico, si raggiungono i fasti del Normanni e la modernità dell’architetto Santiago Calatrava. Dalla tradizione ellenistica, nasce una città romana il cui tessuto archeologico è percettibile ad ogni passo che si fonde all’arte contemporanea di un museo en plair air.

Neve al limone e cattedrali gotiche

Cosenza è contrasto fra la Nobiltà e la Chiesa, fra l’ambizione augustea e dominazione Sveva. Le somiglianze a Roma e Atene iniziano con la conformazione a 7 colli. Le strade, in salita e discesa, vi faranno viaggiare nel tempo: fra epoca ellenistica, medievale e moderna.

Proprio sulla sommità della città, svetta il castello Normanno-Svevo, con la sua torre ottagonale e il marchio di Federico di Svevia. Con lo scopo difensivo e celebrativo, il castello era simbolo del potere svevo sul Meridione. I nobili del tempo avevano la passione per le stranezze: fra queste la neve della Sila insaporita dal succo di limone, oggi trasformate in granite che potrete assaggiare in ogni angolo della città.

Vie del centro Pexels.com

Fra le bellezze di Cosenza, svetta il Duomo, considerato fra le più antiche cattedrali d’Italia, con 8 secoli di storia. Ogni epoca ha lasciato la sua traccia, dai sarcofagi medievali agli affreschi contemporanei. Così, fra nobili e Santi, si entra in un’altra chiesa incredibile: San Domenico, il maggior punto di riferimento di Cosenza. Il complesso monumentale presenta ben 7 chiese, in cui la sacralità si respira in ogni mattone. All’interno si trova un antico scolatoio, legato al tema della sacralità dell’ars funeraria. La chiesa, tardo gotica crea un dialogo con tutta la Calabria, in quanto vi sono segni votivi per la “Madonna della febbre”, a cui ci si rivolgeva per chiedere la cura della malaria. Pellegrinaggi e percorsi reali che si realizzavano proprio qui, a Cosenza.

Fra Eroi e Pianoforti   

Cosentia, fu conquistata dal re visigoto Alarico. Dopo il Sacco di Roma, del 410 d.C., affamato di Italia, annetté il regno dei Bruzi. Proprio qui, nella confluenza fra i fiumi Crati e Busento, dopo aver rifondato Cosenza, Alarico morì. La leggenda si fa strada: secondo gli storici del tempo, il re fu sepolto nello specchio d’acqua fra i due fiumi, insieme al suo cavallo e ad un tesoro inestimabile. Nessuno lo ha ancora trovato, ma lo scultore torinese Paolo Grassino, nel 2016 ha dedicato al re e a Cosenza, una statua che rievoca i fasti del suo dominio.

Dalla ricerca del tesoro si passa all’invenzione musicale più famosa: il pianoforte. Il teatro cittadino è dedicato proprio al suo inventore: il calabrese, Alfonso Rendano. Fu ricordato per aver creato il terzo pedale indipendente del piano forte, alla fine del 1800. Il nome era “forte piano” e, dopo l’invenzione del musicista, prese il nome di “pianoforte”. Il teatro si affaccia su un altro luogo della memoria: Piazza 15 marzo 1944. Proprio dove furono fucilati i fratelli Bandiera, il 25 luglio 1944.

Dai ponti ai treni a vapore

Cosenza è quindi passato e futuro. L’ingresso cittadino è forgiato dal Ponte Caltarava. È il ponte strallato più alto d’Europa, con i suoi 104 metri. La sua forma si rifà ancora una volta alla tradizione biblica. È dedicato al miracolo della vela di San Francesco da Paola, di cui il ponte assume la forma. Nella tradizione, San Francesco trasformò il suo mantello in una vela, per oltrepassare lo Stretto di Messina e raggiungere la Calabria.

La Sila e la sua magia pexels-photo-14235763.jpeg

Non ci resta che provare un’altra magia: il viaggio per raggiungere il Parco Nazionale della Sila, con il treno a vapore. La Sila vi riempirà il cuore con le mille e una proposta: dalle cascate ai Giganti, dai villaggi ai laghi. Un parco che accontenterà ogni sportivo con attività di orienteering per i boschi, trekking in vetta, passando per il mountain bike e lo sci, prima del calcio d’inizio.

La città per i tifosi

E lo stadio? Seguendo le vie del centro, si raggiunge il Rione San Vito, dove svetta lo stadio Gigi Marulla. E’ il secondo più grande della Calabria, con i suoi 28987 posti. Fu progettato da Terenzio Tavolaro nel 1958, modificato negli anni Settanta e nel 2018.

Venezia-Cosenza, la curva ospiti e i giocatori
Venezia-Cosenza, la curva ospiti e i giocatori

Squadra

Fabio Caserta allena la squadra dei lupi Rosso-Blu. La maglia dei lupi è realizzata da Nike e Oro Sport.

Conosciamo i giocatori.

NumeroRuoloCalciatore
1PAlessandro Micai
3DAndrea Rispoli
6DAlessandro Fontanarosa
7AManuel Marras
9AGennaro Tutino
10CChristian D’Urso
11DTommaso D’Orazio
12PAlessandro Lai
13DAndrea Meroni
14CGiacomo Calò
17DBaldovino Cimino
19AValerio Crispi
20AAlessandro Arioli
21AMassimo Zilli
23DMichael Venturi
26CMateusz Praszelik
27DPietro Martino
30ASimone Mazzocchi
33DSalvatore Dario La Verdera
34CAldo Florenzi
35CRaffaele Marisca
36AJahce Novello
42 CIdriz Voca
77PLeonardo Marson
98CFederico Zuccon
 DAngelo Corsi
 AMattia Finotto
 CMattia Viviani
 CFranck Teyou
La Rosa del Cosenza

Como

Il calcio d’inizio ci porta a Como, prima di raggiungere la squadra scopriamo ville, vette e spiagge.

Como è lago, storia e montagna. Dalle selci preistoriche agli esperimenti di Alessandro Volta, la città si lega alla storia d’Italia con resilienza e vivacità.

Un luogo ambito dai Celti e da Carlo Magno, decantato da Federico Barbarossa e da George Clooney, passato e presente della storia d’Italia. Partiamo alla scoperta dei suoi elementi: l’acqua e le montagne.

Buon viaggio a Como e buon calcio d’inizio!

Dalla civiltà di Golasecca alla grazia di Villa Olmo

Como si affaccia sul Lago Lario, dal quale si intrecciano i Laghi di Como e Lecco. Deriva il suo nome dal toponimo latino Comum, che indica “area abitata”. Prima dell’arrivo dei romani, infatti, l’area era già stata scoperta e apprezzata dai Celti e, prima ancora, dalla civiltà di Golasecca. Il lago, prodotto geologico di 10000 anni fa, era la base perfetta per creare un ponte commerciale fra il Mediterraneo e il Nord Europa. Como era quindi un’area di grande interesse. I Galli avanzarono realizzando una lega anti-romana. Nel 196 a.C. il generale romano Claudio Marcello riuscì a sconfiggerli e, nel 59 a.C., Giulio Cesare la rifondò, dando vita a Novum Comum.

Da baluardo romano, passò sotto il controllo degli Unni e, nel 774 a quello di Carlo Magno, mantenendo il suo ruolo commerciale. Questo scatenò l’invidia di Milano che dichiarò guerra alla città, distruggendola. L’arrivo di Federico Barbarossa fu vitale: vincendo su Milano, diede nuovo lustro a Como, rendendola forte e difendibile. Lo dimostrano le attuali Porta Torre e Porta Nuova, che furono ampliate e rinforzate.

Como fra il Lago e i Monti
Como fra il Lago e i Monti

La città, sotto l’occhio vigile del Monte Legnone, continuò la sua ricerca di indipendenza, venendo però conquistata dai francesi e dagli spagnoli, la cui ferocia fu narrata ne “I promessi Sposi” di Alessandro Manzoni.

La forza della città si elevò nuovamente e, nel 1700, durate il periodo austriaco, divenne uno dei fiori all’occhiello dell’industria tessile del Nord Italia. Villa Olmo fu celebrata da nobili e artisti e decantata come una delle zone nobiliari più ammirate dell’area Lombardo-Veneta. Nonostante la concorrenza francese e i moti rivoluzionari Ottocenteschi, la città fu liberata nel 1859 da Giuseppe Garibaldi nella Battaglia di San Fermo. Con la resilienza che l’ha contraddistinta, Como è uno dei gioielli del Bel Paese: abbarbicata sull’acqua e protesa verso le montagne.

Dalla spiaggia di Onno alla vetta del Legnone “facendo ciò che si vuole”

La città di Como è uno splendente gioiello che invita a passeggiare fra le strette stradine, alla scoperta ora di una chiesa, ora di una torre. Le vie del centro vi porteranno al Duomo trecentesco, per poi condurvi agli affreschi della chiesa di Sant’Abbondio e al Tempio Voltiano, dedicato all’inventore della pila.

Como è, però, anche dintorni. Dal batel, amato da Lucia Mondella nei Promessi Sposi, alla funicolare per raggiungere Brunate, nutrirete animo e cuore.

Per coloro che si dirigono in questa zona sono consigliate tre escursioni: la prima vi porterà a tuffarvi nella spiaggia bianca di Onno, la seconda vi farà scoprire la villa del Balbianello e, l’ultima, vi condurrà alla vetta del Monte Legnone che con i suoi 2610 metri, svetta su Como.

La spiaggia bianca di Onno

Per gli amanti del relax e del lago, imperdibile è la spiaggetta di Onno, sul litorale più occidentale del Lago di Como, nel comune di Oliveto Lario. La spiaggia è caratterizzata da sassolini bianchi, che si protraggono fra la natura selvaggia e il riflesso delle alte vette.

Dopo questo relax vi potete concedere una piccola sosta culturale nella villa dove in cui “Fay ce que voudras” “fai ciò che vuoi”. La Villa è quella del Balbianello, costruita nel Settecento dal Cardinal Angelo Maria Durini. Il parco che la protegge la villa da occhi indiscreti, era meta di feste nell’epoca della Belle Epoque, e il motto francese era un invito al divertimento. Nel corso dei decenni vi soggiornarono nobili e personaggi illustri, ma non solo. Il grande esploratore Guido Monzino la scelse come casa-museo. Fra le sue imprese troverete traccia della prima spedizione sull’Everest, che organizzò nel 1973, o le foto e i souvenir che raccolse quando raggiunse via terra il Polo Nord o quando scalò il Kilimangiaro.

Sulla Vetta del Monte Legnone 2610 m
Sulla Vetta del Monte Legnone 2610 m

Se, invece, siete amanti della montagna vi potete dedicare al Monte Legnone. Il primo tratto è adatto a tutti e vi condurrà a 1620 metri di altitudine nel piacevole bosco di larici, da cui potrete immergervi fra foglie e alberi secolari. I più esperti potranno continuare per la raggiungere la Vetta e il Nevaio del Colombano, uno dei nevai perenni d’Italia. Da qui sarete su uno dei punti più panoramici delle Alpi Orobie, con una vista davvero indimenticabile sulle Alpi e su Como.

La città per i tifosi

Dopo tutto questo peregrinare in quel di Como, è giunto il momento di andare allo stadio.

Lo stadio si trova in viale Giuseppe Singaglia. È stato realizzato surante la Belle Epoque, nel 1927. Considerato fra i più moderni dell’epoca, vantava anche di una curva parabolica fra le più difficili d’Europa.La capienza attuale dello stadio è di 13.600 persone.

La squadra

Sotto la guida dell’allenatore Moreno Longo e del vice allenatore Dario Migliaccio, il Como si prepara alla stagione 2023-2024.

Maglie Errea con richiami all’acqua del Lago di Como. La prima maglia è opera dello stilista indonesiano Didit Hediprasetyo e della pittrice spagnola Golnaz Jabelli.

Calciatori

NumeroRuoloCalciatore
1PAdrian Semper
3DMarco Sala
4DMatteo Solini
5DMarco Curto
6CAlessio Iovine
7CMoutir Chajia
8CDaniele Baselli
9AAlessandro Gabrielloni
10APatrick Cultrone
11AAlex Bianco
12PPierre Bolchini
14C CapitanoAlessandro Bellemo
20ALiam Kerrigan
21CTommaso Arrigoni
22PMauro Vigorito
23DFilippo Scaglia
26DCas Odenthal
27AAlberto Cerri
28COliver Abidgaard
33ALucas De Cunha
34DDiego Ronco
44DNikolas Ioannou
71CPaolo Faragò
80DLuca Vignali
84DTommaso Cassandro
93DFederico Barba
94CBen Lhassine Kone
99AMarion Mustapha
La squadra 2023-2024

Le città del tifoso

Seguiamo il VENEZIAFC e le squadre che sfiderà, per visitare città e monumenti.

VENEZIA FC

C’è un momento, nel calcio, in cui tutto è sospeso: anche gli Ultras abbassano la voce. Si è fermi, come se il tempo non dovesse passare. Chi rivolge lo sguardo al cielo, chi chiude gli occhi, chi resta a bocca aperta: è il momento prima del calcio in porta.

Fra la darsena e la chiesa di Sant'Elena, lo stadio Pier Luigi Penzo
Fra la darsena e la chiesa di Sant’Elena, lo stadio Pier Luigi Penzo

Chi frequenta lo stadio vive settimanalmente queste sensazioni. Io le respiro in uno stadio sull’acqua, il Luigi Penzo, in una delle scenografie più belle di sempre: quella di Venezia. La curva degli ospiti viene baciata dal sole e dal riflesso dei raggi della darsena; la Curva Sud, avvolta dalle bandiere arancio, nero, verde, osserva la chiesa in cui è sepolta Sant’Elena, madre di Costantino. In un luogo così importante e denso di storia, il VENEZIA FC, gioca le sue partite di serie B, sfidando degni avversari.

Le bandiere svettanti del VENEZIA FC, Venezia-Bari '22
Le bandiere svettanti del VENEZIA FC, Venezia-Bari ’22

Nasce così la mia pagina dedicata a due passioni: il calcio e le città. “Le città del tifoso” vi farà seguire il VENEZIA FC nelle sue trasferte e in casa, suggerendovi alcuni luoghi da visitare nella Serenissima e nelle città in cui la squadra fronteggia in suoi avversarsi, nelle andate e nei ritorni, nella magica corsa alla serie A.

Buon calcio d’inizio e buon viaggio attraverso le città del tifoso!

La squadra del VENEZIAFC stagione 23-24
La squadra del VENEZIAFC stagione 23-24

Fra san Giorgio e Sant’Elena

Venezia è stupore, contemporaneità e storia. Per chi arriva a Venezia parte di questa magia la si incontra già sul Ponte della Libertà: il collegamento alla terraferma realizzato in epoca fascista. A partire da quella lingua di asfalto si percepisce la maestosità della Serenissima: con le isole di Campalto e San Secondo, che scorrono davanti ai nostri occhi.

Per visitare una Venezia differente, prima del calcio d’inizio, vi consiglio un tour di due luoghi poco turistici e davvero unici: l’isola di San Giorgio Maggiore e la Chiesa di Sant’Elena, proprio dietro lo stadio.

L'Isola di San Giorgio e la Laguna Sud
L’Isola di San Giorgio e la Laguna Sud

Così, a bordo del battello numero 2, da San Zaccaria si raggiunge l’isola monastica di San Giorgio, oggi biblioteca, porticciolo e spazio musivo. Nel X° secolo i benedettini eressero il loro monastero; in epoca fascista fu realizzata la piscina, attiva fino agli anni ’80. Lo scenario più spettacolare si ammira raggiungendo la sommità della torre campanaria: in ascensore si toccano i 75 metri e potrete ammirare la Laguna, piazza San Marco e superare con lo sguardo il Mar Adriatico.

Dopo questo spettacolo, raggiungete lo stadio Luigi Penzo, nell’area di Sant’Elena. Proprio qui fu eretta la chiesa in onore della madre di Costantino. La prima cappella fu realizzata nel 1028. I monaci di agostiniani portarono da Costantinopoli parte del copro dell’imperatrice, che oggi potete ammirare nella cappella laterale. La chiesa fu ingrandita nel corso dei secoli e spogliata durante il regno di Napoleone. Seppur ferita da questo periodo è, oggi, uno dei legami con Istanbul e Gerusalemme, che non dovete perdere.

La squadra

Arancio, Nero, Verde, il colore dei leoni dell’UNIONE. Una squadra nata nel 1986-1987, in fusione con il Mestre. Nacque il Calcio Venezia-Mestre. Ad oggi il presidente è lo statunitense Duncan Niederauer.

La maglia è disegnata da Bureau Borsche di Monaco di Baviera e svetta il leone marciano, legato alla Serenissima e alla Laguna.

L’allenatore è Paolo Vanoli.

Calciatori

NumeroRuoloCalciatore
1PJesse Joronen
4DJay Idzes
5DRidgeciano Haps
6CGianluca Busio
7DFrancesco Zampano
8CTanner Tessmann
9AChristian Gytkjaer
10ANicholar Pierini
12PBruno Bertinato
13D CapitanoMarco Modolo
16CLuca Fiordilino
17ADennis Johnsen
18CMato Jajalo
19CBjakri Steinn Bjarkason
20AJoel Pohjanpalo
21CDenis Cheryshev
23PMatteo Grandi
27DAntonio Candela
30DMichael Svoboda
31DMaximilian Ullmann
33DMarin Sverko
38CMagnus Kofod Andersen
60DLorenzo Busato
65CAmin Boudri
77CMikael Egill Ellertsson
CMickael Cuisance
CDomen Crnigoj
CNunzio Lella
DGiorgio Altare
AHarvey St Clair
COttar Magnus Karlsson
La squadra del Venezia FC

Etiopia: Dancalia e Tigrai

Dal punto più caldo della Terra agli ultimi carovanieri del sale. Un viaggio fra guerriglieri, cantieri e litanie.

Dal punto più caldo della Terra agli ultimi carovanieri del sale. Un viaggio fra guerriglieri, cantieri e litanie.

Fra i colori delle solfatare del Dallol

Fra i colori delle solfatare del Dallol

La Dancalia è uno dei luoghi più inaccessibili della terra: temperature che superano i 70 gradi in estate, distese di sale e guerriglieri armati di sete di potere. La terra è verde, il vulcano Erta Ale erutta magma rosso e le tradizioni copte, vestono di bianco gli oranti.

La Dancalia è colore, tradizione e brutalità. Legata alle tradizioni ma offuscata dalla presenza cinese, che sta rapidamente investendo nell’estrazione di sale e litio. Quel sale che fino al 2020 era trasportato dai carovanieri del sale e, ora, a causa del Covid e della guerra civile in Tigrai, viene trasportato da camion made in China.

Fra la Dancalia e il Tigrai

Giunta in loco ho potuto percepire la magnificenza di questo paese e rimanere affascinata da tutti i suoi contrasti. Uno dei luoghi dove la Terra mostra tutta la sua potenza, fra laghi di sale e pozze di zolfo, fra vulcani attivi e montagne verdeggianti, ma anche una delle aree più mistiche del Mondo, frapposta fra in un crocevia di credo religiosi e popolazioni ancorate alle pratiche tribali, avvolta dai colori dell’oro, del verde e del rosso, fra milizie e dromedari, fra le stelle dell’Africa e l’eco della cultura copta.

L’Etiopia è il luogo delle risposte: una parte di mondo che parla con le sue rilevanze archeologiche, le evidenze etnografiche e gli sviluppi geopolitici in atto. Una terra in alcuni punti favorevole alla vita, in altri arida e brutale, in cui rituali e tradizioni vivono in sinergia, fra il richiamo dei minareti che si alternano al canto dei patriarchi.

Questo lungo viaggio fra la Dancalia e il Tigrai, fra il sale e le croci copte, è stato intenso e toccante. La condizioni lavorative degli estrattori del sale e dei carovanieri sono l’elemento più difficile con cui confrontarsi: la loro dedizione e la loro debolezza, nei confronti di una tecnologia che avanza inesorabilmente, li rende vittime di un sistema spietato, che rischia di lasciarli privi dei loro unici mezzi di sostentamento. Una brutalità legata però anche ad una miglioria delle condizioni di vita di altri etiopi, costretti a muoversi su strade inaccessibili per settimane, che grazie alle nuove infrastrutture, riusciranno a viaggiare più agevolmente, e a liberarsi dalla paura dello spingersi oltre. Un equilibrio davvero difficile da trovare, una spada di Damocle che inevitabilmente penderà sul capo di qualcuno, condannandolo .

Estrattore di sale nel Dallol, con grandi bastoni per far leva sulle zolle
Estrattore di sale nel Dallol, con grandi bastoni per far leva sulle zolle

In questo percorso mi sono spesso chiesta “come sono articolate le relazioni fra cinesi ed etiopi, in un Africa che sta cambiando sempre più rapidamente?”. Per rispondere ho cercato dei contatti fra la comunità cinese e quella etiope. Le relazioni ovviamente non sono semplici, a causa dell’abisso culturale che lega i due popoli, ma la presenza cinese sta portando delle migliorie sul piano infrastrutturale e, nello stesso tempo, devastando il piano sociale. Avendo percorso strade impervie per giorni e provato beneficio nella comodità di viaggiare sulle strade asfaltate di fresco, mi sono resa conto che questo è sicuramente un grande valore per migliorare le comunicazioni e per rendere la vita delle persone più agevole. Nonostante ciò i retroscena di questa modernità rendono i beneficiari poveri e abbandonati ad una vita di migrazione verso le grandi città, alla ricerca di un lavoro che non troveranno mai, sradicandosi e non avendo opportunità, in quanto non scolarizzati e disperati. L’unica cosa che si può auspicare è che il governo imponga delle leggi per cui ad ogni lavoratore cinese vengano assunti un numero proporzionalmente maggiore di etiopi, in modo da garantire un lavoro alle famiglie che si vedono portare via terreni o le mansioni di un tempo, come nel caso dei carovanieri.

Geografia

La Dancalia è conosciuta come la Terra del Diavolo. È una depressione situata nell’area settentrionale dell’Etiopia, che si estende per 50.000 km2, di cui 10.000 km2 si trovano sotto il livello del mare. E’ una terra estrema: conosciuta come “Triangolo di Afar”, si è sviluppata dalla divergenza delle placche tettoniche, che hanno dato origine al Corno d’Africa; da qui il nome della popolazione Afar, chiamata anche Danakal: gruppi di guerriglieri nomadi, di tradizione musulmana che dominano la zona. La depressione è collegata a un’antica pianura oceanica, oggi parzialmente ricoperta di sale, rocce e conchiglie. È costellata di coni vulcanici, tra i quali spiccano i mormoranti e violenti vulcani attivi Erta Ale, Erta Leva e Ale Bagu. Si trova anche il punto più basso dell’Africa e il secondo della Terra (il primo posto è occupato dal Mar Morto): è il Lago Assale, situato a -122 metri sul livello del mare. Camminando in questo incredibile paesaggio si possono distinguere i profili dei raccoglitori di sale e le baracche dove vive la piccola popolazione. Per anni è stato considerato inaccessibile a causa della brutalità del popolo Afar; un tempo temibili guerrieri, oggi miti “cuscinetti sociali”, fortemente legati alla presenza cinese e alla necessità di denaro. Per accedere alle loro zone è necessario avere una serie di permessi ed essere monitorati dai guerriglieri, in cambio di ingenti tangenti. Lungo le rive del fiume Saba partono le carovane che, sempre più lente e meno numerose, risalgono gli orizzonti sconfinati dell’Assol Bole, per spostarsi per chilometri e chilometri verso nord.

Territori della Dancalia, di proprietà cinese
Territori della Dancalia, di proprietà cinese

Dalla Dancalia si procede verso nord, in direzione Tigrai: un passaggio dal sale alla santità. La regione è la più settentrionale dell’Etiopia, al confine con l’eritrea. Con la sua capitale Makallè, si pone come centro della millenaria cultura copta. Nel 1885 divenne colonia italiana: di questo periodo bellico esistono innumerevoli testimonianze, che mostrano foto di giovani soldati in posa con elmetto e fucile o lettere d’amore inviate in Italia, con descrizioni toccanti di una terra ancora molto simile a quella di oggi. È facile trovare nei musei o tra i ricordi dei combattenti di quegli anni, cimeli dell’Africa, come monete e medaglie, che rimasero in circolazione fino alla sconfitta dell’Italia ad Adua nel 1986: un segno della fine dell’espansione di Umberto I. La zona pullula di chiese copte scavate nella roccia o situate in cima agli alti pendii che caratterizzano quest’area verde: alcune risalgono all’VIII secolo. È una regione con grandi montagne, fiumi e laghi, che contrasta con l’aridità della Dancalia; qui la popolazione vive di pastorizia e agricoltura.

La storia della regione è segnata da un continuo squilibrio tra pace e rivolte. Dopo l’estenuante guerra che ha coinvolto Etiopia ed Eritrea tra il 1998 e il 2000, la regione è stata devastata, diventando un deserto, privo di quel verde scintillante che oggi ristora lo sguardo e rallenta il respiro dei viaggiatori per la sua bellezza. Il governo tigrino ha ripulito l’area, piantato alberi, in cambio della rielezione. Mekallè è diventata città universitaria e turistica per quasi 10 anni. Oggi, però, la situazione è di nuovo preoccupante. L’occupazione delle forze armate etiopi, sostenute dall’esercito eritreo sta devastando ogni villaggio e città della regione: questo conflitto civile non cessa dal novembre 2020 e la devastazione è incalcolabile.

Gondar, marcia per la festa del Timkat
Gondar, marcia per la festa del Timkat

Attualità

L’Etiopia è una confederazione di stati e questo li porta ad essere perennemente in contrasto. Sono stati disegnati con il righello, dove i gruppi etnici sono stati separati da italiani, inglesi e etiopi stessi. Il premier è Abiy Ahmed.

Da novembre 2020, dopo il Covid e un’epidemia di cavallette, il governo centrale di Abiy Ahmed, il leader del Paese ha dichiarato guerra al Tigrai. Tutto è esploso in accuse e attacchi che hanno portato all’esodo e alla morte di migliaia di persone. Non c’è più pace in Dancalia, né in Tigrai. I carovanieri del sale non esistono più: la tradizione millenaria è andata distrutta dalle bombe e dalla presenza di militari e mercenari. Gli etiopi son però convinti che la pace tornerà, e guardano speranzosi al prossimo Gennà.

Ragazze Dancale su terra di sale
Ragazze dancale che passeggiano su distese di sale

Nel contempo, tutti i lavoratori cinesi che ho incontrato hanno scelto di vivere in Etiopia non come coloni, ma da persone oneste e spesso intimorite: rispondono a dei comandi dati dall’alto, rinunciando al loro paese e alle loro famiglie, per poter garantire ai propri figli una vita sicura e migliore della propria, possibilmente nella terra che amano e in cui per anni non possono ritornare.

Durante il viaggio, in prossimità del Dallol, ho avuto modo di parlare con Mohammed, uno dei resilienti carovanieri della Dancalia. La sua giornata è scandita dalla durezza delle lunghe marce a piedi, per comprare blocchi di sale e trasportali sino al nord. Un viaggio avventuroso, percorrendo sentieri controllati da guerriglieri e privi di acqua, percependo ad ogni passo il battito di questo antico oceano e la brutalità del fuoco e dello zolfo, che zampillano in un dialogo infinito fra le profondità del mondo e del cielo.La durezza della vita dancala ha caratterizzato anche le sue genti, che però si stanno ingentilendo a causa del servilismo nei confronti dei nuovi inquilini asiatici.

Spostandomi verso il Tigrai, regione oggi scossa di inimicizie nei confronti dell’Eritrea, sempre sul piede di guerra, ho potuto vivere la profondità della festa del Gennà. il Natale Copto che si festeggia la notte del 6 Gennaio. La tradizione è ancora ben radicata fra queste vallate e l’ateismo cinese non è invalidante, né per la vita musulmana, né per quella copta. L’Islam è presente soprattutto in Dancalia, dove gli estrattori di sale pregano durante il giorno, possono celebrare il Venerdì come giorno di riposo e rallentare il ritmo lavorativo durante il Ramadan; i copti non hanno avuto limitazioni da parte cinese, e questo si può percepire nell’organizzazione delle feste principali , il Gennà e il Timakat, che mantengono la loro forza, attirando il flusso di pellegrini da ogni città e villaggio, fecondando con nuova energia e positività, la dura terra del Tigrai.

Feste Copte a Lalibela, lotta fra il bene e il male per il Gennà
Feste Copte a Lalibela, lotta fra il bene e il male per il Gennà

Storie

Mohammed, l'ultimo carovaniere del sale
Mohammed, l’ultimo carovaniere del sale

Mohammed è uno degli ultimi carovanieri del sale. Marcia per 300 chilometri, due volte al mese, per trasportare i blocchi di sale. Li acquista nel Dallol, contrattando con gli estrattori di sale, che lo conoscono da oltre vent’anni. La concorrenza e efficienza cinese stanno indebolendo sempre di più il suo lavoro e la sua categoria. Oggi non so più nulla di Mohammed, a causa della guerra civile, ma riporto la sua voce, sperando di vedere ancora il suo sorriso.

E- Com’è la vita di un carovaniere?

M- La vita di un carovaniere è dura: si cammina per giorni al caldo, al freddo e fra i pericoli di questa terra. Tutti però mi conoscono e mi rispettano: non ho paura e non potrei fare altro. Sono un carovaniere da quando me la ricordo, la mia è una famiglia di carovanieri da quattro generazioni. I dromedari hanno un grandissimo valore e ai tempi di mio padre e mio nonno eravamo i più invidiati della zona, perché potevamo vantare una grande carovana; anche mio figlio prenderà questo sentiero.

E- Come fai ad avere così tanti dromedari?

M- I dromedari sono costosi da comprare, ma passano di padre in figlio e vivono tanti anni. Sono bestie testarde, ma resistono a questo clima e sono molto socievoli. Mi prendo molta cura di loro, perché la perdita di uno solo è una perdita anche per me.

E- Cosa comporta l’arrivo dei lavoratori cinesi per il tuo lavoro?

M- L’arrivo dei cinesi ha creato un grande problema per i carovanieri come me: significa che quelli che hanno pochi cammelli non possono più competere con il nuovo tipo di trasporto e quindi devono venderli e vivere in una nuova condizione. Molte persone che conosco hanno tentato la fortuna ad Addis, alcuni ci sono riusciti, altri sono diventati poveri, perdendo il lavoro. Il camion è veloce, non sente la fatica, può trasportare molto sale, ma nessuno è felice. Anche gli estrattori devono raddoppiare il lavoro, ma non vengono pagati di più e hanno paura, perché quando arrivano i cinesi non capiscono cosa devono fare, si agitano e si sentono in dovere di servirli. Tantissimi non sanno leggere e scrivere e non hanno altre prospettive. Stiamo cercando di creare corporazioni con altri carovanieri, in modo da diventare più grandi e poter trasportare più sale, anche se siamo lenti rispetto ai cinesi. Il governo non ascolta le nostre richieste e non trova degli accordi che possano dare lavoro a tutti. Il pagamento dei cinesi fa si che lo stato non abbia di che preoccuparsi e si sta dimenticando di noi e delle nostre famiglie.

E- Cosa auspichi per il futuro?

M- Continuerò sempre questo lavoro, non posso cambiare la mia vita e non voglio. Nessuno deve dire a noi Etiopi cosa fare, dobbiamo resistere e non perdere le nostre tradizioni. Devo ammettere che i turisti mi stanno simpatici, spero che possano visitare sempre di più questo paese e parlare di noi.

Yóllotl: Musica e Arte Plastica per una Comunità Inclusiva

Un progetto veneziano che crea un ponte fra disabilità e migrazione: Yóllot.

Inclusione, scambi culturali e creatività sono stati gli ingredienti che hanno dato vita al laboratorio Yóllotl. Una realtà creativa che, assieme al Coro Voci Dal Mondo ha dato vita alla prima parte del progetto “musica e arte plastica per una comunità inclusiva”. Il laboratorio ha preso vita fra Venezia e Mestre, da Marzo a Giugno e ora…è pronto a decollare.

Grazie al sostegno economico della Fondazione Migrantes è stato possibile riunire più realtà veneziane: Coro Voci Dal Mondo, i laboratori Yóllotl, l’Associazione Italiana Persone Down sede di Venezia e Mestre, l’Associazione SOS diritti e l’Associazione Griots.

Arte con il cuore

Che cosa significa Yóllotl? Il nome deriva da Yolteotl che, nell’antica lingua messicana náhuatl, si lega alla creatività e alla spiritualità. Si compone della parola Yóllotl, che significa cuore e di Téotl, che indica Dio. Nell’unione di termini è quindi il “cuore di Dio”, inteso come l’unione fra mente e spirito, che dà vita ad una creatività spirituale.

I ragazzi dell'Associazione AIPD, nella creazione delle maschere. Foto @annavercellotti
I ragazzi dell’Associazione AIPD, nella creazione delle maschere. Foto @annavercellotti

Il progetto è quindi diventato l’unione fra cuore e mani, per raggiungere una coesione fra creatività, inclusione e spirito. Yóllotl ha avuto una durata di tre mesi e mezzo, toccando il Ramadan, la Pasqua e il Solstizio d’Estate. Un viaggio che ha permesso ai partecipanti di conoscere altre tradizioni, prendendo parte al viaggio di scoperta attraverso culture, lingue e abilità differenti. Tutto si lega al significato di Yóllotl: gli abiti incarnano il cuore di queste popolazioni e gli spiriti degli antenati che continuano a trapassare il tempo. I partecipanti al progetto hanno conosciuto le tradizioni di altri Paesi, legandosi alla spiritualità e al lavoro di gruppo.

Gli abiti Munganji hanno rappresentato lo spirito degli antenati. Nelle tradizioni sub-sahariane i ballerini vestono tute integrali e danzano durante le cerimonie. I BWA indossano abiti che di tradizione animista. Sono maschere lignee molto pesanti e grandi, utilizzate oggi in rituali e danze. Spesso vi sono disegni e linee che creano un dialogo fra la divinità e coloro che le parlano. I Surma sono pastori etiopi: le loro maschere sono spesso dipinte sui corpi d’ebano. Sono linee e punti di bianchi che rappresentano la personalità di chi le indossa. Giungendo in Cile sono stati realizzati gli abiti delle comunità Kawesqar. Dal 2009 è stata designata come Tesoro Umano Vivente dell’UNESCO. È una comunità ormai estinta, legata alla natura, alla pesca effettuata con le canoe e alla lingua millenaria. L’idea di presentare questo tesoro della cultura è stato un modo di portare l’attenzione alla precarietà delle tradizioni meno difese. Infine si è arrivati in Messico, con i danzatori Chinelos. Gli abiti prendono in giro i conquistatori spagnoli che possono permettersi di fare festa mentre il popolo lavora per loro. Vengono proposte danze energiche con abiti lunghi, che creano effetti ottici in chi ammira.

Voci sul campo

“E’ stata un’esperienza intensa che ci ha davvero arricchiti – racconta Concepciòn Garcìa Sànchez, la guida del laboratorio – ognuno di noi è cresciuto in questo viaggio fra la creatività e l’inclusione. Il progetto è stato gestito in tre sedi e ognuno ha dato prova di essere responsabile e coinvolto in questa esplorazione creativa. Le mani, i tessuti e i colori si sono davvero intrecciati in un cuore, con spiritualità, come dice il nome Yóllotl. I partecipanti che hanno affiancato i laboratori, chiamati con una ”Call for volunteers” lanciata sui social, sono stati indispensabili. Grazie al Coro Voci Dal Mondo, a Fondazione Migrantes, Caritas,  Aipd , SOS diritti e Griots le nostre creazioni verranno presto presentate al pubblico. Il legame fra la musica e l’arte plastica continuerà nei prossimi mesi, con una serie di progetti in collaborazione con il Coro Voci dal Mondo. Restate sintonizzati”.

Una delle nostre collaboratrici durante il laboratorio Yóllot. Foto @annavercellotti
Una delle nostre collaboratrici durante il laboratorio Yóllot. Foto @annavercellotti

             “Per tutti noi il laboratorio Yóllotl stato un’esperienza memorabile – raccontano i ragazzi di Aipd Venezia e Mestre – all’inizio abbiamo combinato qualche pasticcio: la colla e la carta pesta non sempre sono state dosate bene; così come i colori, che a volte dovevamo ricreare per avere un buon risultato. Ci siamo divertiti e scoperto tanti trucchi del mestiere. Abbiamo imparato a riconoscere i tessuti e i materiali: la loro consistenza è diversa, come le maschere e i costumi che abbiamo creato. Ognuno di noi si è occupato di realizzare maschere diverse, collaborando e conoscendo persone splendide. Un’esperienza che porteremo sempre con noi.”

             “Il progetto Yóllotl ha dato ad ognuno di noi un’occasione per essere creativi e coinvolti – spiegano i ragazzi e le ragazze migranti– anche chi non parlava l’italiano ha imparato nuove parole. Ci siamo sentiti parte di un gruppo e nessuno aveva mai fatto un’esperienza simile. Abbiamo imparato a lavorare diversi materiali: alcuni oggetti erano simili a quelli delle nostre tradizioni, come braccialetti e pendenti. La creatività ci ha dato la possibilità di metterci in gioco. Portiamo con noi la consapevolezza che siamo tutti uguali e che le tradizioni di Paesi molto lontani tra di loro sono, in realtà, simili.”

Erika Mattio, Griots Venezia

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Visitate il sito Coro Voci dal Mondo https://corovocidalmondo.wordpress.com/

Boutique del Cucito

Veronica è cittadina del mondo, che rappresenta nella “Boutique del Cucito”.

Nata a Torino da genitori siciliani, cittadina del mondo per scelta. Veronica è ideatrice del brand “BOUTIQUE DEL CUCITO”: un universo in cui abiti, tappezzerie nautiche e tradizioni del mondo si incontrano, dando vita a capi unici.

Dalla terra del gigante Encelado, in viaggio fra la Mole, il Ponte dei Sospiri e la Capitale, con un bagaglio zeppo di tessuti e proposte innovative, Veronica Castrovinci è un vulcano di progetti.

Veronica

Sono nata a Torino, ma ho un forte legame con la terra dei miei genitori, la Sicilia, di cui porto con me l’energia. Vivo a Torino, ma sono spesso in giro per l’Italia, dove collaboro con molte associazioni. Ho lavorato alla radio, in un centro di tappezzeria nautica, in negozio e ora…curo la mia creazione “La Boutique del Cucito”. Ogni esperienza mi ha insegnato cose diverse ma, oggi, sono riuscita a trovare il filo rosso che ha unito tutto il mio vissuto.

Le mille proposte di Veronica
Le mille proposte di Veronica

La valigia è sempre pronta e la macchina da cucire non si ferma mai. Il mio brand è eclettico: dagli abiti classici a quelli sportivi, cerco di miscelare le tradizioni del mondo con quelle dell’Occidente. In numerosi eventi presentati fra i nord e il sud Italia ho messo in scena il progetto “I colori del mondo”, dove tessuti africani e indiani, sposano linee di abbigliamento europee. Il mondo è la mia casa e lo rappresento nella mia linea sartoriale.

A volte le mie creazioni si legano ai libri e così nascono segnalibri e borse porta pagine; oppure alla casa, per cui creo cuscini, tendaggi o complementi di arredo. E poi ci sono le persone che mi ispirano nei viaggi di scoperta, a cui sono dedicati progetti e eventi. A Torino abbiamo dato vita al progetto “Passerella per la vita” in occasione della giornata per i tumori ginecologici; a Venezia al collettivo “Il vento degli artigiani”, per dare luce al made in Italy”; seguitemi perchè tante altre avventure vi aspettano”.

Vi aspetto sui social e sul mio shop online https://www.instagram.com/boutique_del_cucito/

Milano

Milano o Pechino? Andate in Via Paolo Sarpi e scoprirete il lato orientale della città più cool d’Italia

Milano è una delle città più cool d’Italia: da musei incredibili, a piccole librerie indipendenti, la scoperta della città è adatta a tutti i gusti. Abbandonate i luoghi comuni legati al suo grigiore, o al fatto che “C’è solo il Duomo da visitare”. Milano è colorata, vivace e legata alla storia in maniera indissolubile. Scopriremo che è anche un po’ orinetale.

L’imponenza del Cimitero Monumentale, casa di poeti e artisti passati e contemporanei

Fu conquistata e distrutta 7 volte: questo aspetto si legge nelle strade e nei cortocircuiti architettonici in cui vi imbatterete. Romana, Longobarda, Medievale, Rivoluzionaria e Positivista. È stata ed è città dove nascono idee sceibtifiche, baluardo di moti e signorilità; la città in cui è custodito il “Quarto Stato” di Volpedo e in cui si trova il murales più grande del mondo: sono ben 59 metri quadrati di colore, da ammirare sulle scale della Torre Allianz.

Storia

Passeggiando per Milano si possono scoprire luoghi inaspettati, come il quartiere cinese. Non immaginate un luogo senza anima, ma un brulicante centro di vita frequentato dai milanesi più esigenti, dove nel week end si possono scoprire taverne nascoste e supermercati da fare invidia a Pechino. 

Il quartiere cinese di Milano, si candida come l’unica China Town in Italia e la terza d’Europa. Nell’800, era l’area degli ortolani, con gradi spazi coltivati, che servivano alla sussistenza della città e delle aree limitrofe. Nonostante oggi sia in una zona centralissima, in passato ci si trovava distanti dall’area nobile della città. Negli anni Venti del Novecento, a causa delle grandi guerre che devastarono la Cina, ebbe inizio una vera e propria diaspora, che portò milioni di cinesi a migrare in tutto il mondo. Dirigetevi quindi in via Paolo Sarpi, poco lontano dal cimitero Monumentale (Metro lilla-fermata Monumentale).

Festa per il Nuovo Anno in Via Paolo Sarpi
Festa per il Nuovo Anno in Via Paolo Sarpi

China Town a Miano è stata abitata dai primi lavoratori del Sol levante, fra il 1920 e il 1930. Le guerre in Cina avevano richiamato molti cinesi nelle aree parigine. C’erano dei veri e propri reclutatori di manodopera, che organizzavano la rotta e dislocavano i lavoratori cinesi in varie città: da Hong Kong a Kuala Lampur, da New York a Parigi. Alla fine della Prima Guerra Mondiale, alcuni cinesi-parigini, si spostarono alla ricerca di nuovi lavori proprio a Milano. La richiesta era semplice: manodopera per lavorare i terreni. Così la piccola comunità iniziò a crescere. Per molti lavoratori il progetto era di guadagnare abbastanza denaro per poter tornare in Cina in vecchiaia. Così fu per molti di loro, anche se una parte di quella comunità è rimasta. Ci fu una seconda migrazione dopo la seconda guerra mondiale e un a terza negli ani ottanta. Ad oggi gli abitanti del quartiere sono ragazzi e ragazze che derivano da quest’ultima ondata migratoria: parlano il dialetto milanese e sono pronti ad accogliervi in ogni angolo di China Town.

Un sorso di…

Il quartiere è vivo ogni giorno, ma nel mese di febbraio è davvero spettacolare: si festeggia il capodanno cinese e, fra parate e fuochi d’artificio, potrete davvero sentirvi a Pechino, a pochi passi dal centro di Milano.

Non perdetevi un aperitivo alla ricerca del raviolo perfetto. Vi consiglio la Ravioleria Sarpi takeaway (via Paolo Sarpi 27). Se la sete si fa sentire vi consiglio di placarla all’interno della birreria italo-cinese La Buttiga Beer Room (via Paolo Sarpi 64). Un luogo che soddisfa i palati più tradizionalisti e quelli più curiosi, per concedervi una piccola pausa.

I mille sapori dei prodotti del quartiere cinese di Milano

Consigli di lettura:

Lui Xi, Io e l’Italia, Associazione Culturale Il Foglio, 2022

Laura Noulian, Il gusto proibito dello zenzero, Garzanti, 2010

Tanzania

Dalla Vetta di “Mama Africa”, alla storia di Leila. Un viaggio oltre i limiti

Le rocce, le nuvole e le stelle della Coca-Cola Road

La Tanzania è il Paese perfetto per vivere l’esperienza di trekking, safari e mare. Al ritorno ci si porta dietro quella sensazione di Mal d’Africa decantata dagli esploratori del passato, avvolti dalla luce del ghiacciaio del Kilimangiaro, dalla vita che si consuma vicino alle pozze dell’acqua e dall’eco delle culture tribali.

In questo angolo di blog vi porto in uno dei luoghi più potenti di sempre: Mama Africa, ovvero… il Kilimangiaro.

Con l’organizzazione di una spedizione e molto allenamento pregresso, si raggiunge il Tetto dell’Africa a 5895 metri di altitudine. Ho percorso la Marangu Route, chiamata anche Coca-Cola Road per via del colore del terreno. Solo qui si può parlare con il sole, perdendo il contatto con il mondo, che resta ai propri piedi, avvolto dalle nuvole.

La montagna sacra è come il canto di una sirena, per tanto affascinante, ma anche infima. Da non sottovalutare è il mal di montagna (oltre a bere almeno 3 litri di acqua al giorno e fare quindi tantissima pipì è necessario utilizzare il Diamox, un diuretico, indispensabile per la salita) e il freddo (la sera la temperatura è bassa e il freddo rischia di limitare la forza nelle salite del mattino). In Vetta si oscilla fra i -15 e -20 gradi.

L’emozione della scalata è indescrivibile: si percorrono 4 ambienti, accompagnati dai portatori, che a passo lento “pole-pole”, marciano con grandi sacchi in testa. La foresta alla base, la savana a metà quota, il deserto in alta quota e infine il ghiacciaio on the top. Da lassù si riesce a percepire la rotondità della terra, una sensazione che si può provare in pochissimi luoghi al mondo.

La scalata finale si compie a mezzanotte, illuminati dalla luna piena o dalle stelle. Il Kilimangiaro compare e scompare alla vista, mentre terreno sabbioso e carenza di ossigeno, rendono il viaggio una sfida con sé stessi. All’arrivo alla vetta Uhuru Peck si osserva una nuova prospettiva, leggendo il cartello “Congratulations you are at 5895 M”.

Gioia e commozione alla prima alba, presso Stella Point 5765 m

Geografia

La Tanzania che conosciamo oggi, è nata nel 1964, ed è l’unione fra gli stati di Tanganyika e Zanzibar. È uno stato costellato da vulcani inattivi, fra questi il Kilimangiaro, flora e fauna differenziate in base ai punti cardinali e uno sbocco sull’Oceano Indiano. Ha avuto una dominazione araba e poi europea e il suo passato la rende una delle culle degli ominidi.

Fu colonizzata dai portoghesi, ma nel 1800 passò sotto il controllo tedesco, insieme a Zanzibar, Tanganyika, Rwanda e Burundi.

Con la sconfitta dei tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale, passò sotto il mandato britannico; fu un periodo  di caos amministrativo: il Tanganyika divenne indipendente dal Commonwealth e il leader Julius Nyerere divenne presidente dal 1961 al 1985.

Vi sarete domandati qual è la capitale della Tanzania. Ebbene l’ufficiale è Dodoma, ma sono ben 3 le capitali di questa Repubblica. Capitale amministrativa, Dodoma, commerciale Dar el Saalam e turistica Arusha. Si parlano inglese e swaili; la popolazione è per metà cristiana e per metà islamica.

L’unica pecca della Tanzania moderna è il grande affollamento di turisti e l’avvento, ormai radicato, della globalizzazione. I bambini ormai sono dei piccoli imprenditori, che preferiscono vendere perline invece di andare a scuola. Anche i Masaai sono diventati una pura attrazione. Sono però riuscita a trovare purezza nella caccia con gli Hadazabe, una popolazione che mantiene il suo distaccamento dalla realtà più moderna, potando avanti antiche tradizioni e rituali ormai scomparsi.

I colori dell’alba, nel Serengeti

Attualità

Il presidente è una donna, Samia Suluhu Hassan, che è stata eletta il 19 marzo 2021, in seguito alla morte improvvisa del presidente Jhon Magufuli. Si è allontanata dal modello autocratico imposto dal governo precedente e il popolo la definisce “Colei che ha ridato il sorriso al popolo tanzaniano”.

Le nuove elezioni saranno nel 2025, ma il suo carisma mostrerà quanto in questi tre anni la Tanzania saprà riprendersi dal periodo post Covid e dalla imminente collaborazione cinese, che prevede la creazione di strade in tutta l’Africa. La Tanzania ha una serie di progetti legati all’estrazione di materie prime, sia da parte delle imprese cinesi, che indiane.

Storie

Leila al lavoro, nella sua piccola bottega

Leila è una giovane sarta. Ha diciassette anni e vive a Mto Wa Mbu, una piccola cittadina non lontana dal Lago Eyasi. L’intervista è stata fatta in un tiepido pomeriggio di agosto, mentre visitavo il mercato locale, fra i profumi dei frutti tanzaniani e i colori delle sue stoffe.

E- Dove e quando hai imparato questo lavoro?

L- Lo so fare da sempre. Mia mamma e mia nonna mi hanno insegnato da quando ero piccola. Per noi donne è un modo per lavorare per la famiglia e avere dei soldi anche per noi stesse. Mi piace accorciare, ricucire e creare abiti. Quello che amo davvero è riparare un vestito: è come se lo curassi, per rendere felice di nuovo chi lo indossa.

E- Quante ore lavori? Chi viene qui?

L- Inizio lavorare al mattino e poi rimango qui fino a che non diventa buio. La bottega è come una casa. La mie sorelle passano del tempo con me, anche le mie amiche vengono a trovarmi. Mangiamo qui, ci riposiamo. Ci sono giorni in cui vado a casa e mi sostituisce mia mamma. Gli uomini vengono poche volte, di solito sono le donne che portano i vestiti dei mariti a riparare. Cucire è una mansione che sanno fare quasi tutte le donne in Tanzania, ma Mto Wa Mbu è una cittadina moderna e spesso le donne sono impegnate e affidano questi lavori a me. Mi piacerebbe diventare una stilista, ma è impossibile, perché non sono precisa. In futuro vorrei studiare all’università e poi sposarmi.

E-Come funziona l’università?

L- In Tanzania tutti possono studiare, ma anche le università pubbliche sono costose. I genitori devono lavorare per i figli per dar loro un futuro migliore. In futuro i figli ripagheranno i genitori occupandosi della loro vecchiaia. Io cerco di dare una mano, per poi poter pagare una parte degli studi. Vorrei fare lingue, per poi avere un lavoro con il turismo, che mi faccia guadagnare di più. Qui in tanti studiano discipline turistiche o scienze politiche. E’ molto apprezzato lavorare in politica, perché chi ce la fa, guadagna bene. Studiare è un modo per vivere meglio.

E-Come si vive nei villaggi più piccoli?

L-Dipende in quale zona della Tanzania si abita: ci sono ancora molti villaggi in cui non c’è acqua corrente o luce. I Maasai si occupano di allevamento e sono molto ricchi, ma vivono in case semplici. Così come altre popolazioni, come i Trilu, che vivono fra i baobab e hanno ancora antichi rituali per propiziare il raccolto. Invece gli Hadazabe, con cui hai cacciato, sono davvero strani! Vivono lontani da tutto e si sentono come estranei.

E-Che rapporto c’è fra tutte queste tribù?

L-Noi non viaggiamo molto. Ognuno vive nel suo territorio. I Maasai sono più vicini ai parchi nazionali e hanno imparato a sfruttare il turismo. Nel sud della Tanzania, però ci sono Maasai che non hanno contatti con i turisti. Ogni popolazione ha la sua lingua, le sue tradizioni, ma tutti sono in pace: l’importante è che i terreni non vengano occupati, altrimenti ci sono rischi di litigi fra tribù.