Alla ricerca della Cubanìa, nell’isola dove la libertà e il sorriso sono il pane quotidiano

Cuba è l’isola del chiaroscuro, in cui viaggerete alla ricerca della Cubania (lo spirito cubano più profondo). In questo gioco di luci sarete riscaldati dalla solarità degli abitanti, che si fonderà alla freddezza della crisi economica.

Cuba Express 15-25 aprile 2023

Cuba è l’isola del chiaroscuro, in cui viaggerete alla ricerca della Cubania (lo spirito cubano più profondo). In questo gioco di luci sarete riscaldati dalla solarità degli abitanti, che si fonderà alla freddezza della crisi economica. Fra carri trainati da cavalli e progetti ingegneristici d’avanguardia, fra piantagioni di tabacco e bandiere bianche e blu, verrete proiettati in città colorate, adombrate della brutalità dell’Embargo più lungo della storia; sosterete nelle Casas de la Musica, distratti dalla coda di persone in fila per connettersi al Wi-fi. Dormirete nelle casas particulares per comprendere appieno cosa significhi essere cubano oggi.

Benvenuti alla ricerca dell’Ultima Cuba, l’isola dove la libertà e il sorriso sono il pane quotidiano. Un luogo unico in cui, ancora per poco, potrete respirare l’Alma Cubana, decantata da Gutierrez Alea o da Ernest Hemingway; viaggerete sulle tracce della Rivoluzione che ha fatto sognare milioni di giovani e la maestria delle raccoglitrici di tabacco, fra passi di danza, distillerie di rum e cavalli al galoppo.

Sabato 15 aprile 2023

4 del mattino, ritrovo a Linate e in contemporanea a Roma e Bologna. È l’inizio di una nuova avventura. Un viaggio per molti sognato da tempo, l’eco di una Revoluciòn che si è propagata per decenni, il fascino per acque cristalline e città senza tempo.

Siamo in 9, Io, Fabio, Stefania, Giulia, Silveli, Patrizia, Vanessa, Roberta  Sara. Ci incontriamo al gate 23 dell’aeroporto di Madrid, assonnati, ma pronti al volo di 10 ore che ci porterà a La Habana. Conosciamo un altro gruppo AVM, anche loro carichi ed entusiasti. Abbiamo organizzato una raccolta abiti e medicinali da distribuire nelle province più povere. Un ultimo chek e si parte. In viaggio, fra un sonnellino e una sfida a battaglia navale, ci conosciamo sempre di più. Atterriamo nel tardo pomeriggio, aspettiamo i bagagli, compriamo la tessera telefonica e…usciamo nel caldo clima di aprile: 38 gradi, cielo nuvoloso e le prime Cadillac colorate. Fra questi colori compare Yusimara, la nostra guida. Afro-cubana, con treccine elaborate, un abito arancione e un sorriso contagioso. Ci conduce al bus, gigante per noi, e ci presenta il nostro autista: Raul. Di profilo assomiglia a Cristiano Ronaldo, accomodante e con una collezione di cravatte dietro il sedile. Iniziamo a scoprire i primi segreti della città, affamati di foto e voglia di conoscere.

Il nostro gruppo: Gozonas in viaggio

Il bus si ferma davanti alla nostra prima casa particular: una domus coloniale rossa su cui si appoggiano colonne bianche, con un cortile interno e tante lucine, che riscaldano il nostro arrivo. Ci accoglie Mirta, una signora anziana, con i segni della bellezza giovanile rubata dalla fatica del lavoro; insieme a lei il cuoco e la padrona di casa che, con un mojito fresco e seducente, benedicono il nostro viaggio. La famosa vitamina R, che sarà parte della nostra ricerca. Ceniamo in questo clima di curiosità, con la voglia di conoscerci e lo sguardo che si perde fra le nuvole, le stelle e le finestre illuminate dei palazzi che ci circondano. Alla mezzanotte entriamo nelle stanze, ansiosi di iniziare a viaggiare.

Domenica 16 aprile

Aspettiamo la nascita del sole che sale rapido dietro la torre di Josè Martin, il monumento dedicato all’eroe nazionale. La casa si sveglia: dalla cucina il rumore di stoviglie, con Mirta che dirige le operazioni per darci il miglior servizio possibile. Il profumo di uova e pane caldo ci abbraccia. Arrivano Felice, Odalys e Yusi, cambiamo la cassa comune (grazie a Giulia per essere stata una cassiera perfetta), ripassiamo l’itinerario e poi…partiamo.

Tutto è colore, movimento, stranezza. Ci rechiamo subito fra il baluginare dei mosaici del quartiere di Fusterlandia. Un agglomerato di case ondose, con disegni e statue mosaicate che brillano al sole. Selfie, foto, chiacchiere, tutto ha un nuovo ritmo. Continuiamo verso Plaza de la Revoluciòn, salutando gli eroi che hanno reso Cuba una delle potenze più ammirate al mondo. È domenica, la piazza è deserta. Tutto sembra immenso, ancora più imponente di come lo avevamo visto la sera prima dal finestrino del bus. Che Guevara e Josè Martin si fronteggiano, fra l’immensità delle strade e murales rivoluzionari. “Hasta la victoria, Cuba libre y viva, Patria o Muerte”: è Cubania, è Revoluciòn, è Libertad

Abbandoniamo per un po’ i palazzi e i messaggi di libertà, per scoprire la riserva naturale cittadina. Alberi e fiori colorati ci portano al fiume de La Habana, dove rapaci, resti di galline e cibo, mostrano le offerte votive lasciate dalla tradizione Yoruba: un’affascinante religione proveniente dall’Africa Occidentale legata a rituali di sacrificio, con inclusi cattolici. Prima pina colada del viaggio e foto alle tante Cadillac fiammanti, in attesa di turisti. Ormai siamo stati catturati da questo nuovo mondo, dai suoi ingredienti e dal suo essere: guava, rum, colore, musica, sorrisi, resilienza.

Ripartiamo attraversando il grande tunnel che ci conduce al Castillo de los Reyes del Moro. Fra cannoni, antiche mura e cubani intenti a fare pic-nic, ammiriamo lo sfondo: è una Habana moderna che contorna il tutto, con i suoi alti grattacieli, che da qui sembrano moderni, ma da vicino mostrano crepe e l’ingiuria del tempo. Ripartiamo per entrare ne La Habana Vieja. Calli animate da venditori ambulanti, palazzi dai colori pastello e l’eco delle televisioni che echeggiano nei patii interni. Il contrasto fra le piazze restaurate da poco e le case diroccate, fra il rombo delle Cadillac e il ritmo dei musicisti, mostrano la nostalgia per il passato e la voglia di modernità della città.

In questo contrasto entriamo nel bar di Hamingway, sorseggiamo un daiquiri alla Floridita, e danziamo con improvvisati maestri di salsa. Siamo fuori da tempo e dallo spazio: a volte fermi agli anni Sessanta, altre volte nel 2023. Torniamo a casa e…sorpresa! Ci aspettano due Cadillac fiammeggianti. Con i capelli al vento, voliamo vero l’area degli artisti. Musica, folklore e arte ci fanno ballare fino a notte fonda.

Lunedì 17 aprile

Abbracciamo Mirta, che ci ricorda quanto la parola Libertad sia fondamentale per lei e per tutti i cubani. Ci prepariamo a partire per la campagna. Facciamo una sosta all’ecovillaggio di Las Terrazas: nato del 1968 per un progetto di riforestazione e famosa per aver dato i natali al cantante  Polo Montanez. È la modernità di Cuba: per certi aspetti è più avanzata dell’Europa, con una grande apertura di genere, conquiste ingegneristiche e attenzione alla cultura e alla salute; per altri sembra ferma agli anni Sessanta: code per il cibo al mercado libre, calessi che viaggiano su autostrade e guajiros che arano il terreno con i buoi.

I Mohotes di Viniales. La vita dei campesinos di Cuba

Visitiamo le casette curate e beviamo un caffè, forte e scuro, al Bar Maria. Ripartiamo e in tre ore raggiungiamo la verdeggiante provincia di Pinar del Rio. Il paesaggio brilla, è quasi violento, con palme e alti alberi che si estendono per chilometri. Gli avvoltoi volano speranzosi in cielo, mentre i contadini coltivano piccoli appezzamenti di terreno. Non ci superano più le Cadillac, ma rapidi calessi, trainati da cavalli nervosi.

Il bus si ferma nelle piantagioni di tabacco. Ci accoglie una sorta di cow-boy cubano: Stetson alla testa e sigaro alla mano. Ci mostra come viene rollato un sigaro e, con un bicchiere di rum, ci fa fare alcuni tiri del suo simbolico prodotto. Un po’ storditi, ma fortemente appagati, continuiamo la scoperta dei segreti del tabacco ed entriamo nell’essiccatoio. Il profumo di foglie è intenso, buono, indimenticabile. Le foglie seccano in tempi diversi: alcune sono ancora verdi, altre accartocciate e imbrunite.  Rimaniamo per diversi minuti in questo spazio, cercando di portare con noi l’odore delle foglie.

Il tabacco all’interno dell’essicatoio. L’oro di Cuba

Ci dirigiamo alla casa del contadino: un enorme terrazzamento, che mostra i campi di mais e di tabacco, che puntellano la provincia. Pranziamo in questa vista bucolica, orami sedotti dalla Isla Grande. A valle ci aspettano i cavalli, per condurci nel cuore delle piantagioni. Trottiamo con qualche gridolino di sottofondo, per raggiungere una Hacienda. Degustiamo rum, miele, parliamo di artigianato e politica. La politica è ovunque. Tutti ne parlano, nessuno è intimorito. “Il socialismo è cosa buena, cosa mala; gli USA sono nemici, sono un sogno; la vita è dura, ma si va avanti, potrebbe andare peggio, potrebbe andare meglio”: idee, parole, ma sempre con il sorriso e la consapevolezza che le cose cambieranno. Rientriamo a Vinales, accolti dal calore dei proprietari di casa e da polli e pulcini, che ci seguono curiosi. Ceniamo, balliamo e parliamo. Ormai Cuba ci ha legati a lei.

Martedì 18 aprile

La giornata ha il sapore del sale e del sole. Ci dirigiamo nella spiaggia di Cayo Jutias. Anche Yusi e Raul si rilassano con noi. Sabbia bianca, mare azzurro e sorsi di Coco Loco accompagnano la nostra oziosa giornata. Nel pomeriggio alziamo il ritmo, salendo a bordo di un barchino che ci ormeggia nella bianchissima spiaggia delle stelle marine. Quasi acciecati dal bianco della sabbia, nuotiamo fra le stelle, scattiamo selfie e ci abbrustoliamo per bene.

Rientriamo a Vinales e, seduti sulle immancabili sedie a dondolo, ammiriamo il tramonto, ascoltando le storie di Benedicto. Un colonnello cubano, ormai in pensione, che ci racconta i suoi ricordi di gioventù. Ceniamo al Jardin de Vinales, fra il profumo di dopo sole e la menta dei mojitos, dondolando al ritmo di flauti, maracas e violoncelli.

Mercoledì 19 aprile

Giornata storica: oltre ad essere la celebrazione della vittoria di Cuba sugli USA alla Baia dei Porci, si insedierà anche il nuovo presidente, Miguel Diaz Canel. È un giorno importante per l’Isla. Viaggiamo in direzione La Habana per fare rifornimento e…sorpresa! Il carico di Gazolina proveniente dal Venezuela, non è arrivato: in poche parole, non c’è benzina in tutta Cuba. Strepitoso…soprattutto oggi, che dobbiamo affrontare lo spostamento più lungo. Raul ci rassicura: ha fatto scorta e riuscirà a portarci a destinazione. Fra una chiamata e l’altra riesce ad ottenere della benzina da alcun benzinai delle province che incontreremo.

La forza della storia. Benedicto, un ex combattente, che mostra il suo passato

Ci fermiamo comunque in una stazione di Gazolina in cui ci viene offerto del caffè. C’è anche un supermercato, ma i banconi sono completamente vuoti. Con un sorriso ironico e rassegnato, la benzinaia scherza sulla situazione: l’Alma e il sorriso di Cuba ci rassicurano davvero.

Dopo alcune ore di viaggio, ci fermiamo nel parco degli alligatori e nella casa dei colibrì. Due animali completamente differenti, affascinati e liberi, che vivono solo in questa zona, Palpite. Beviamo un birretta e mangiamo patatine in un villaggio piccolo e autentico, con il fruscio dei colibrì come colonna sonora. Ripartiamo e raggiungiamo il mare: la Baia dei Porci ci accoglie. La violenza de la Revoluciòn si placa al respiro delle onde. Decine di granchi attraversano la strada per raggiungere le tombe dei soldati che hanno dato la vita per Cuba, cosparse di fiori rossi e bianchi Si respira aria di festa. Ci fermiamo in spiaggia, un brindisi al sole che tramonta e un tuffo nell’acqua calda.

Arriviamo per la cena a casa di Mario. Nel patio della casa particular ci aspettano ruspanti aragoste, mentre dalle vie del paese si sente il suono della festa. Dopo cena andiamo a dare un’occhiata: per celebrare questo giorno è stata allestita una grande sagra. Bancarelle, paninari che vendono sandwich con porchetta da fare invidia a quelli di Ariccia; venditori ambulanti, cantanti. Semplicemente bello, inedito, coinvolgente. Balliamo sotto il palco, facciamo amicizia con i cantanti detti Rompitimpanos e compriamo chupa-chups e mojito alle bancarelle (i nostri mix culinari sono sempre interessanti). Veniamo nominati gozonas: quelli che stanno al gioco. Ci facciamo coinvolgere da Yusi e Raul, facendo a volte i gozonas a volte gli imbranati, divertendoci un modo in questa Cubanìa. I cubani e la cubane sono allegri: sono questi i momenti che fanno dimenticare le difficoltà del periodo storico.

Giovedì 20 aprile

Colazione con immancabile succo di guava e mango, uova e pane tostato e via, diretti al toccante museo di Playa Giron. La storia della Revoluciòn viene racchiusa in pannelli, oggetti e foto d’epoca. L’orgoglio cubano emerge in ogni frammento, conservato con cura nelle teche del museo.

I lavoratori della Baia

Lasciamo la Baia e ci dirigiamo a Cayo Perdiz. La barriera corallina ci inviata a scoprire i segreti del Golfo. Fra pesci colorati, chiassosi turisti russi e bicchieri di Cuba Libre, ci abbrustoliamo al sole per la versione Playa 2.0. Come aragoste cubane, saliamo in bus…appena in tempo: in pochi secondi si scatena un acquazzone e il cielo si tinge di grigio, in perfetto contrasto con il nostro colorito. In poco tempo, la grande quantità di acqua si esaurisce, facendo brillare il paesaggio. Arriviamo a Cinefuegos: una città curata, quasi francese, ma triste. Ci sono più mendicanti rispetto a quanti incontrati sino ad ora, più gente che ha trovato nel rum un conforto. Le ciminiere delle fabbriche contrastano con gli alti palazzi stinti, l’eleganza dei monumenti del centro, con la povertà degli abitanti. Passeggiamo sul lungomare, il nero delle nuvole, in contrasto con il blu dell’acqua.

La città ha una struttura lineare: streets and roads in cui sfrecciano trattori e calessi. Tutto si alterna in equilibrio perfetto fra precedenze e strade sconnesse. Ceniamo in un fast food, assaggiando la pizza cubana e facendo ridere i camerieri.

Venerdì 21 aprile

Svegliati dal canto dei galli, aspettiamo Yusi e Raul, che hanno trascorso le prime ore dell’alba in coda, per fare benzina. Davanti ai benzinai ci sono decine di macchine che attendono i rifornimenti: tutti sono sereni, abituati all’attesa.

Ci dirigiamo a Trinidad, la città di Raul. Conosciamo sua moglie e ci facciamo raccontare i segreti della città. Non piove da molto tempo e i trinidadiani sono preoccupati per la carenza di acqua. Nonostante ciò il sorriso e la tenacia regnano sempre, consapevoli che, prima o poi, le cose miglioreranno. Dopo una visita al centro di artigianato e alla fabbrica dei sigari, entriamo in città. Forse una delle più belle viste sino ad ora: sembra di vivere in una fotografia. Veniamo distribuiti in più case e saliamo a bordo dei tuc-tuc. La città scorre veloce ai colpi di pedale dei guidatori. Cavalli, tuc-tuc, case colorate che si affacciano alla pavimentazione in pietra. Gli anziani oziano seduti su sedie a dondolo, mentre signore cariche di pacchi, salutano festose. Arriviamo al bar la Cachanchara, dove una band ci accoglie, mentre degustiamo questa strana bevanda servita in tipici bicchierini di terracotta.

Girovaghiamo ancora un po’ per la città ed entriamo in un supermercato: ci sono solo i beni di prima necessità. Sembra tutto triste: cibi in scatola, pannolini, immancabile vitamina R (che forse per molti è anche un alimento), qualche sapone.

Ci viene spiegato che vi è una sorta di mercato nero legale, il mercato grigio, in cui, grazie al baratto e alla solidarietà, le persone di Cuba riescono ad avere anche qualche cibo in più. L’importante è aiutare chi ha più bisogno e…essere positivi! La vita e la storia, sorridono a chi vede il bello nelle cose: ecco cos’è la Cubanìa. È il sorriso caldo di Yusy che si ferma a bordo strada a portare i vestiti della sua bimba alle famiglie bisognose; è Raul che abbraccia sua moglie e suo figlio prima di ripartire; sono le famiglie che ci hanno accolto nelle casas particulares facendoci sentire a casa. La giornata continua fra negozietti, stradine anguste e musei. Alla sera ci ritroviamo per goderci il tramonto alla Casa de La Musica. Un mojito, il cielo colorato e Juan Carlos, un cardiologo cubano, rendono allegra la serata.

I supermercati popolari. Poca scelta affrontata con sorriso e resilienza

Ceniamo in un patio arabo, suonando le maracas con la band e partecipiamo al grande concerto de La Casa de La Musica. Tutta Trinidad è riunita sotto il palco. È il massimo esempio dell’apertura di Cuba: tutte le età, tutti i colori e tutti i generi banno e cantano senza pregiudizi. Ancora affamati di emozioni, ci dirigiamo a La Cueva, la discoteca scavata nella roccia, per poi perderci più volte, prima di trovare le nostre dimore.

Sabato 22 aprile

Salutiamo Trinidad e la famiglia di Raul. Oggi la giornata sarà cultura allo stato puro. Raggiungiamo il cuore economico di Cuba: la Valle de los Ingenos. Non piove da tanto, ma la vegetazione regna sovrana. I teli bianchi ricamati a mano dalle tessitrici, contrastano con il verde circostante. La grande torre e le case coloniali ci invitano a scoprire la valle. Saliamo a 47 metri di altezza, per guardare lontano: si intravedono le antiche linee dei treni a vapore, che trasportavano lo zucchero, uno dei motori economici per l’Isla. Oltre la sierra aspetta silente Che Guevara, in una zona in cui si sono consumate grandi battaglie e dove si è fatta la storia. Ripartiamo e ci fermiamo per una piccola sosta nella cittadina di Santo Spiritu: è una città ricca, con hotel degli anni Sessanta tirati a lucido, tanti negozi, un cinema di sceneggiature americane e una incantevole chiesetta blu. È la piena integrazione fra il folklore cubano e i costumi importati dagli spagnoli. Con un cielo terso ad est e uno scuro ad ovest, ci dirigiamo a Santa Clara. La città è alternativa: facciamo una sosta in un centro sociale dove drag queen e alternativi leggono e suonano, raccontando al pubblico la moderna versione della Cubania. Pranziamo in un simpatico fast food, per poi raggiungere il luogo più suggestivo del viaggio: il mausoleo del Che.

Ci accoglie una gigantesca piazza, in questa giornata deserta, su cui svetta il monumento dedicato ad Ernesto. Sotto un cielo livido entriamo nel mausoleo. Con rispetto rimaniamo in silenzio e porgiamo il nostro omaggio ai combattenti. Visitiamo il museo e seguiamo la strada che ci porta al tren blindado: segno della vittoria dei cubani sul dittatore Batista. Santa Clara ha un’aura di rispetto ed imponenza. Per strada c’è silenzio.

Ci dirigiamo a Remedios, superando calessi e piccoli borghi. Entriamo in contatto con la vita di una piccola cittadina poco turistica: due bar, un cinema e la Sala della Cultura. Beviamo un mojito al bar Louvre, con un suonatore di bottiglie che ci punta per tutta la sera. Ceniamo nella grande casa particular, accarezzando un carlino obeso e un gatto famelico. Entriamo in un cinema o meglio, una sala in cui viene proiettato sulla parete una Soap Opera sud americana; il pubblico ci guarda stupito, mentre noi rivalutiamo la nostra concezione di cinema. La musica della Casa de la Cultura ci richiama: gruppi di settantenni, ballano a ritmo forsennato, segno che la danza non ha età. Ultimo brindisi e rientriamo a casa, avvolti dal suono dei tamburi della banda del paese.

Domenica 23 aprile

È domenica e, dopo una colazione da dì di festa, entriamo in chiesa. Tutta Remedios è partecipe alla messa: nonne con il fazzoletto in testa, bambini vestiti eleganti e teenger che sbadigliano.

Il viaggio continua: oggi vita da nababbi in un all inclusive, in direzione Cayo Santa Maria. Superiamo uno dei più grandi progetti di ingegneria del Paese: il ponte Pedraplèn. È il terrapieno più lungo al mondo e, attraversando i suoi 48 chilometri, si ammirano delfini e i Cayos caraibici. Mettiamo piede in un occidentalissimo resort, che pullula di canadesi. Un vero contrasto con la Cuba delle casas particulares e dei calessi. Ci immergiamo in questa nuova realtà, salendo sui catamarani, passeggiando fra i coralli e ballando con lo staff. Rimaniamo insieme fino a notte fonda, ammirando il verde e il blu del mare e la grandezza delle stelle.

Lunedì 24 aprile

Partiamo di buon mattino, per concederci ancora un saluto a La Habana. Dai finestrini vediamo saltare i delfini, che nuotano liberi nell’isola dove Libertad è la parola chiave. Passiamo davanti al porto commerciale della capitale, con navi siriane e russe in attesa di scaricare i rifornimenti. L’economia del Paese dipende da potenze che sono ormai distanti dall’Europa.

I colori di Cuba

A Cuba si percepisce appieno la brutalità della guerra fredda e i suoi alleati fanno paura agli americani. Viene da chiedersi come il Colosso americano possa essere intimorito da un’Isola così piccola; un luogo in cui la musica, il sorriso, la libertà e la semplicità sono il pane quotidiano. Scendiamo fra le strade affollate de La Habana Vieja: negozietti, voglia di sfamare gli occhi con la bellezza della vita di strada e immancabile mojito. Raggiungiamo il lungo mare e, scattato l’ultimo selfie con Raul e Yusi, ci dirigiamo all’aeroporto. Il viaggio è ancora lungo, faremo sosta a Madrid, prima di arrivare a casa, ma Cuba si è portata via un pezzetto del nostro cuore.

Martedì 25 aprile

Passeggiata a Madrid, fra baci, abbracci e la voglia di ripartire. A presto Stefania, Giulia, Sara, Roberta, Vanessa, Silveli, Patrizia e Fabio, che hanno cercato e trovato insieme a me la Cubania.

Omaggio alla Storia. Il mausoleo del Che a Santa Clara

Fra il latte degli alberi e il sangue dei bufali

L’incredibile limbo fra la vita e la morte. Viaggio di conoscenza dei funerali Toraja: un rituale antico, nell’isola di Sulawesi.

La popolazione Toraja vive sulle montagne dell’isola di Sulawesi, in Indonesia. L’incontro con questa cultura è davvero mistico. In un luogo ameno, fatto di dura vita fra campi e risaie, si celebra la morte e la vita. La morte è parte dei rituale più imponente: i defunti vengono imbalsamati per anni sino a quando non vengono raccolti abbastanza soldi per poter organizzare la celebrazione. Entriamo nella terra Toraja.

I funerali Toraja: un rituale antico, nell'isola di Sulwesi.

Immagine. Case Toraja, isola di Sulawesi

L’Isola di Sulawesi fu baluardo del più grande porto commerciale olandese del XV° secolo, con la capitale Makassar, in cui oggi, sotto un Islam serrato, è possibile ritrovare i fasti del passato della Compagnia delle Indie, all’Interno di Fort Rotterdam. Con un piccolo volo interno partiamo per Tana Toraja – al ritorno, ci sposteremo con bus locali per visitare il sud dell’Isola e tornare a Makassar – ma questa è un’altra storia. Seduti vicini in un micro-aereo, partiamo. Siamo pronti all’avventura antropologica tanto sognata: Palapu, Tana Toraja. Siamo già vestiti di nero, il colore che caratterizza i funerali Toraja. Arriviamo in aeroporto e un signore un po’ sdentato mostra la nostra foto al cellulare: è Paulus il nostro corrispondente! Tutti ridono per il metodo alternativo di riconoscere i clienti. Saliamo sulla macchina, guidata da Stephan, un signore dallo sguardo gentile e partiamo per il nostro viaggio. Paulus parla molto e accompagna il viaggio verso le montagne di Toraja. È un’oretta di viaggio fra il verde delle risaie e il bruno delle strade franate da poco. Ci fermiamo per un pit stop veloce che serve a comprare le sigarette da portare in omaggio alla famiglia del defunto. L’auto procede e ci fermiamo in un luogo che sembra essere il parcheggio di una sagra. Voci, persone che si muovono, maialini appesi a del bambù (ancora vivi), ci accolgono in questo caos funebre. Un cartellone mostra l’immagine del defunto. Alcuni danzatori hanno impresso il suo viso nelle magliette rosse.

Immagine. Danzatori ai funerali Toraja

Seguiamo la folla: ospiti vestiti di nero e i membri della famiglia di bianco. Tutti sono seduti sotto case provvisorie dai tipici tetti a barca, e ascoltano due speaker che parlano, cantano e dirigono il funerale. Arrivano danzatori, bambini che suonano il flauto, sotto l’odore forte di sangue, escrementi e carne arrosto. Vicino a noi, alcuni maialini cercano di scappare, consapevoli del loro destino. Entrano danzatori e bufali. Fra questi due giganteschi bufali albini, simbolo di ricchezza e prosperità. La cerimonia è lunga, fatta di processioni e doni, che confluiscono nella casa centrale in cui giace il corpo del defunto, morto 5 anni fa. I defunti rimangono in casa, imbalsamati con la formalina, e aspettano il giorno in cui la famiglia riuscirà ad avere il denaro necessario per avviare il funerale. I parenti, arrivati anche dagli Emirati e dall’Olanda hanno aspettato molto per poter dar vita a questo funerale dove ci sono quasi 1000 ospiti. Veniamo salutati dalla figlia del compianto, cui doniamo le sigarette comprate poco prima. Un po’ impacciati la salutiamo: non sappiamo se fare le condoglianze o chiedere come va. Tutti però sembrano essere sorridenti e preoccupati che la cerimonia riesca bene. Molte persone si fanno selfie con noi e Paulus scatta foto con i famigliari, come se fossimo a un evento qualunque. Riceviamo un invito ad andare a mangiare nella parte dedicata agli ospiti. Superiamo le cucine, dove sta stufando un bue e ci sediamo con una decina di uomini. Ci viene offerto un delizioso caffè zuccherato, banane fritte e dolcetti. Mangiamo e ci presentiamo agli altri ospiti. Paulus ci racconta la tradizione Toraja e ci inviata ad andare a vedere il sacrifico dei maiali. Fortunatamente sono già stati uccisi e vediamo solo la loro cottura: un forte impatto con la morte, che però, in Toraja, è simbolo di vita. Ogni animale sfamerà tante famiglie e darà modo ai più poveri di non sentire i morsi della fame per alcuni giorni. Rendiamo omaggio al defunto, incontriamo il figlio che arriva da Amsterdam e ripartiamo. Il viaggio continua in questa terra verde, fatta di uomini e donne che lavorano duramente la terra, bufali che si rotolano nel fango, ignari del loro valore rituale, e bambini che giocano liberi nei cortili con le case dai tetti a barca. Il nostro spostamento continua proprio verso queste case, alla scoperta della loro storia e della vita di coloro che vi abitano. Vediamo alcune tombe lungo il percorso ‘stone graves’ dove vengono sepolte intere famiglie. Ammiriamo i campi verdi e ascoltiamo i racconti di Paulus, guidati dal buon Stephan. I loro nomi sono cristiani: un pregio per i Toraja, una discriminazione nel resto del Paese, legato a valori islamici. Molti Toraja si trasferiscono a Papua, uno dei pochi luoghi dell’Indonesia in cui viene accettata la loro diversità religiosa. Saliamo in cima alla montagna che si affaccia sulla città e per poi visitare il mercato degli animali: bufali, maiali, polli, tutti in centro città, in attesa di essere comprati. Tutto nell’aria odora di pollo e di fumo, un odore che ci porteremo dietro per un po’.

L’auto ha sempre una colonna sonora natalizia, perché da agosto, i Toraja iniziano a pensare al Natale. Visitiamo un villaggio Toraja e ci rechiamo nella grotta in cui, un tempo, venivano sepolti i defunti: nonostante fosse proibito trafugare i luoghi di sepoltura, molte tombe sono state aperte e gli scheletri derubati dai loro corredi. Per questo, oggi, i morti vengono seppelliti con pochi gioielli. In questa grotta fatta di stalattiti e stalagmiti troviamo antiche casse piene di ossa e crani, che ricordano il passato della città. Ci sono scheletri ovunque, gettati alla rinfusa, quasi come se fossimo al Cimitero delle Fontanelle di Napoli. Una volta all’anno, se non ci sono funerali nella zona o ‘malati parenti’ – i defunti imbalsamanti all’interno delle case – la comunità viene a ripulire la tomba ed è l’unica concessione per poter toccare le ossa. Durante la nostra visita dobbiamo stare attenti a non calpestare tibie e ulne, che sono disseminate lungo il cammino. Avvolti da questo alone di mistero e tradizione, riprendiamo l’auto alla scoperta “dell’albero dei bambini”. Camminiamo in un percorso avvolto dalla vegetazione e davanti a noi compare un gigantesco albero con delle porticine: qui sono seppelliti i bambini ‘senza denti’, i lattanti.

L’albero è speciale, perché, tagliandolo, esce linfa bianca, simile al latte di cui si nutrono i bambini. In questo modo, idealmente, i bambini non muoiono, ma crescono con l’albero in un ciclo perfetto.

Immagine. L’albero dei lattanti, Toraja

Quando i bambini nascono, la placenta viene piantata nel terreno di casa, segno che, nonostante si scelga di vivere lontano da Tana Toraja, una volta morti si deve ritornare. Proseguiamo e ci dirigiamo verso i campi di riso. Passeggiamo fra filari di riso in cui vengono allevati anche pesci e anguille: un modo unico per poter avere il pesce anche in un luogo di montagna. Dopo una notte passata all’interno di una tradizionale casa Toraja, ci aspetta il confronto fra la morte e la vita: torneremo al funerale, partecipando al sacrificio dei buoi e festeggeremo un matrimonio.

Si torna al funerale del giorno prima: ci sono tantissimi bufali e la lotta di potere fra le famiglie si manifesta in questo momento. Tutti vogliono che uno dei loro animali venga sacrificato. Qui si decide quale bufalo debba andare alla chiesa, quali debbano essere sacrificati e quali venduti. Rimaniamo tanto tempo ad osservare la contrattazione, mentre lo speaker anima il momento. Il tempo dell’attesa rende tutti pazienti: gli invitati al funerale mangiano, le ragazze si truccano, gli ospiti vedono questo momento come una festa. Il figlio ‘olandese’ ci riconosce, viene a stringerci la mano e ci spiega cosa sta accadendo, mentre la sorella ci offre un dolcissimo the. Lo speaker cambia tono: sta per succedere qualche cosa. Un uomo con una bomboletta spray marca degli animali con numeri consequenziali: sono i bufali che andranno alla chiesa. Sempre con lentezza il rituale continua per quelli che andranno sacrificati. Succede qualcos’altro: un bufalo deve essere scambiato con un altro. Esulta la famiglia vincitrice, durante questo scambio, mentre chi ha perso sbuffa. Sono giochi di potere che si consumano solo nei funerali della Casta Oro, legata alla ricchezza o alla nobiltà. La popolazione è ancora divisa in caste: la più alta, legata alla nobiltà del passato è la Casta Oro, poi i rappresentanti della Casta del Governo, segue la Casta delle Palme a cui appartiene la classe media, infine la Casta di Legno, quella più povera, i cui funerali durano pochi giorni e si può sacrificare solo un bufalo. La classe ricca spesso è arrogante e la lentezza è un modo per enfatizzare il loro potere, intrattenendo al massimo il pubblico. I loro funerali possono durare più dei 5 giorni canonici.

Immagine. Invito al matrimonio, sposi e parenti

Ci spostiamo per celebrare gli sposi che ci hanno invitati al loro matrimonio. In realtà c’è similitudine con i funerali: una grande festa, in cui le persone vengono convogliate sotto grandi gazebo di bambù, animati da uno speaker. Anche qui c’è odore di carne e un gran via vai di persone:  le ragazze sono vestite con abiti da cerimonia colorati. Gli uomini sono eleganti e alcuni in smoking. Le persone ci stingono la mano, mentre passiamo sotto archi floreali. Sono tutti seduti sotto pergole e aspettano l’arrivo degli sposi, mangiando e fumando. Ci sediamo vicino al palco e assistiamo alla marcia nuziale: ballerine intavolano un ballo della vita, mentre sposi e parenti li seguono. Gli sposi sono vestiti in tonalità aranciate. La sposa ha un’incredibile impalcatura in testa. Una corona con un’acconciatura elaborata e un trucco molto marcato. Tutti ci offrono cibo e acqua in bicchiere sigillato: dalla torta di riso alle patatine fritte. Andiamo a salutare gli sposi, stringiamo la mano ai genitori e diamo il nostro regalo di nozze, un orologio da parete comprato al supermarket, su suggerimento di Paulus. Ci vengono fatte un sacco di foto mentre gli sposi, riconoscenti, ci ringraziano e ci invitano a mangiare. Prendiamo parte al buffet a base di riso, nuddles, pesce, pollo e maiale, e ci rinfocoliamo. Prima di andare alcuni partenti ci stringono le mani. Vogliono regalarci del maiale cotto nel bamboo, ma rifiutiamo, ci regalano allora della birra, che accettiamo, prima di tornare al funerale. Ora, nello spazio dedicato al funerale, tutto è diverso: c’è esaltazione e anche stanchezza. Sangue e sterco si mescolano.

Immagine. I bufali prima della mattanza

I bufali vengono sgozzati. Un potente colpo di coltello sulla carotide, che fa inginocchiare i re di questi Isola. Per noi è sofferenza, per le gente del posto è un momento di festa. Nella piazza dove prima c’erano i bufali, ora c’è un lago di sangue. Gli animali vengono macellati dopo la mattanza. Piedi insanguinati e gioia collettiva. Le teste degli animali, dai dolci occhi neri, sono poste come simbolo. Tutti gioiscono in questo rituale di forza e santità. Il funerale è nutrimento per il popolo e tutti sono legati ad esso, nell’interminabile ciclo della vita.

Etiopia

In queste pagine vi aggiornerò sugli sviluppi del mio dottorato, viaggiando fra guerriglieri, cantieri e litanie.

In questi anni mi sono ritrovata a viaggiare con i carovanieri del sale in Etiopia. Lunghe marce sotto il sole del Dallol, per comprare i preziosi blocchi di sale e trasportarli fino al Tigray. Marce lunghe, spesso silenziose, allietate da morsi all’injira secca preparata dalle ragazze etiopi e dai versi buffi dei dromedari.

Notti sotto le stelle, cullati dal vento caldo del punto altimetrico più basso del pianeta e dalle leggende sulla Regina di Saba. Notti in cui occhietti vispi di bambini spuntavano dal nulla per osservarmi stupiti e giocare con gesti d’intesa.

Giornate lunghe, spesso massacranti, camminando su sabbia lavica e asfalto, interfacciandosi con guerriglieri e lavoratori cinesi. Giornate in cui l’Etiopia cambiava rapidamente il suo aspetto e silenziosamente si avviava alla guerra civile. In queste pagine vi aggiornerò sugli sviluppi del mio dottorato, viaggiando fra guerriglieri, cantieri e litanie.

Gibuti

In queste pagine scopriremo come Gibuti si trasformerà in una competitiva base aerospaziale e fulcro degli investimenti dell’impero del dragone.

Questa è la terra in cui il mare incontra lo spazio. Dove antiche tradizioni si mescolano a basi militari. Gibuti è la nuova Cina d’Africa. Un fazzoletto di terra strategico e leggendario, in cui vi porterò a conoscere il passato e il futuro del neocolonialismo cinese.

Avvolti dal profumo del mare e dai martellare di operai intenti a realizzare opere edilizie simili a quelle di Shangai, il porto di Gibuti è uno dei luoghi più significativi della Belt Road Initiative.

La nuova via della seta africana parte da qui: la sua rapidità entra in contrasto con il passo lento delle ragazze vestite di colori; le gigantesche navi ormeggiate sembrano balene contro le semplici barchette dei pescatori locali. La lingua cinese entra in contrasto con il francese parlato nelle piccole botteghe scolorite dal sole. In queste pagine scopriremo come Gibuti si trasformerà in una competitiva base aerospaziale e fulcro degli investimenti dell’impero del dragone.

Etiopia: Dancalia e Tigrai

Dal punto più caldo della Terra agli ultimi carovanieri del sale. Un viaggio fra guerriglieri, cantieri e litanie.

Dal punto più caldo della Terra agli ultimi carovanieri del sale. Un viaggio fra guerriglieri, cantieri e litanie.

Fra i colori delle solfatare del Dallol

Fra i colori delle solfatare del Dallol

La Dancalia è uno dei luoghi più inaccessibili della terra: temperature che superano i 70 gradi in estate, distese di sale e guerriglieri armati di sete di potere. La terra è verde, il vulcano Erta Ale erutta magma rosso e le tradizioni copte, vestono di bianco gli oranti.

La Dancalia è colore, tradizione e brutalità. Legata alle tradizioni ma offuscata dalla presenza cinese, che sta rapidamente investendo nell’estrazione di sale e litio. Quel sale che fino al 2020 era trasportato dai carovanieri del sale e, ora, a causa del Covid e della guerra civile in Tigrai, viene trasportato da camion made in China.

Fra la Dancalia e il Tigrai

Giunta in loco ho potuto percepire la magnificenza di questo paese e rimanere affascinata da tutti i suoi contrasti. Uno dei luoghi dove la Terra mostra tutta la sua potenza, fra laghi di sale e pozze di zolfo, fra vulcani attivi e montagne verdeggianti, ma anche una delle aree più mistiche del Mondo, frapposta fra in un crocevia di credo religiosi e popolazioni ancorate alle pratiche tribali, avvolta dai colori dell’oro, del verde e del rosso, fra milizie e dromedari, fra le stelle dell’Africa e l’eco della cultura copta.

L’Etiopia è il luogo delle risposte: una parte di mondo che parla con le sue rilevanze archeologiche, le evidenze etnografiche e gli sviluppi geopolitici in atto. Una terra in alcuni punti favorevole alla vita, in altri arida e brutale, in cui rituali e tradizioni vivono in sinergia, fra il richiamo dei minareti che si alternano al canto dei patriarchi.

Questo lungo viaggio fra la Dancalia e il Tigrai, fra il sale e le croci copte, è stato intenso e toccante. La condizioni lavorative degli estrattori del sale e dei carovanieri sono l’elemento più difficile con cui confrontarsi: la loro dedizione e la loro debolezza, nei confronti di una tecnologia che avanza inesorabilmente, li rende vittime di un sistema spietato, che rischia di lasciarli privi dei loro unici mezzi di sostentamento. Una brutalità legata però anche ad una miglioria delle condizioni di vita di altri etiopi, costretti a muoversi su strade inaccessibili per settimane, che grazie alle nuove infrastrutture, riusciranno a viaggiare più agevolmente, e a liberarsi dalla paura dello spingersi oltre. Un equilibrio davvero difficile da trovare, una spada di Damocle che inevitabilmente penderà sul capo di qualcuno, condannandolo .

Estrattore di sale nel Dallol, con grandi bastoni per far leva sulle zolle
Estrattore di sale nel Dallol, con grandi bastoni per far leva sulle zolle

In questo percorso mi sono spesso chiesta “come sono articolate le relazioni fra cinesi ed etiopi, in un Africa che sta cambiando sempre più rapidamente?”. Per rispondere ho cercato dei contatti fra la comunità cinese e quella etiope. Le relazioni ovviamente non sono semplici, a causa dell’abisso culturale che lega i due popoli, ma la presenza cinese sta portando delle migliorie sul piano infrastrutturale e, nello stesso tempo, devastando il piano sociale. Avendo percorso strade impervie per giorni e provato beneficio nella comodità di viaggiare sulle strade asfaltate di fresco, mi sono resa conto che questo è sicuramente un grande valore per migliorare le comunicazioni e per rendere la vita delle persone più agevole. Nonostante ciò i retroscena di questa modernità rendono i beneficiari poveri e abbandonati ad una vita di migrazione verso le grandi città, alla ricerca di un lavoro che non troveranno mai, sradicandosi e non avendo opportunità, in quanto non scolarizzati e disperati. L’unica cosa che si può auspicare è che il governo imponga delle leggi per cui ad ogni lavoratore cinese vengano assunti un numero proporzionalmente maggiore di etiopi, in modo da garantire un lavoro alle famiglie che si vedono portare via terreni o le mansioni di un tempo, come nel caso dei carovanieri.

Geografia

La Dancalia è conosciuta come la Terra del Diavolo. È una depressione situata nell’area settentrionale dell’Etiopia, che si estende per 50.000 km2, di cui 10.000 km2 si trovano sotto il livello del mare. E’ una terra estrema: conosciuta come “Triangolo di Afar”, si è sviluppata dalla divergenza delle placche tettoniche, che hanno dato origine al Corno d’Africa; da qui il nome della popolazione Afar, chiamata anche Danakal: gruppi di guerriglieri nomadi, di tradizione musulmana che dominano la zona. La depressione è collegata a un’antica pianura oceanica, oggi parzialmente ricoperta di sale, rocce e conchiglie. È costellata di coni vulcanici, tra i quali spiccano i mormoranti e violenti vulcani attivi Erta Ale, Erta Leva e Ale Bagu. Si trova anche il punto più basso dell’Africa e il secondo della Terra (il primo posto è occupato dal Mar Morto): è il Lago Assale, situato a -122 metri sul livello del mare. Camminando in questo incredibile paesaggio si possono distinguere i profili dei raccoglitori di sale e le baracche dove vive la piccola popolazione. Per anni è stato considerato inaccessibile a causa della brutalità del popolo Afar; un tempo temibili guerrieri, oggi miti “cuscinetti sociali”, fortemente legati alla presenza cinese e alla necessità di denaro. Per accedere alle loro zone è necessario avere una serie di permessi ed essere monitorati dai guerriglieri, in cambio di ingenti tangenti. Lungo le rive del fiume Saba partono le carovane che, sempre più lente e meno numerose, risalgono gli orizzonti sconfinati dell’Assol Bole, per spostarsi per chilometri e chilometri verso nord.

Territori della Dancalia, di proprietà cinese
Territori della Dancalia, di proprietà cinese

Dalla Dancalia si procede verso nord, in direzione Tigrai: un passaggio dal sale alla santità. La regione è la più settentrionale dell’Etiopia, al confine con l’eritrea. Con la sua capitale Makallè, si pone come centro della millenaria cultura copta. Nel 1885 divenne colonia italiana: di questo periodo bellico esistono innumerevoli testimonianze, che mostrano foto di giovani soldati in posa con elmetto e fucile o lettere d’amore inviate in Italia, con descrizioni toccanti di una terra ancora molto simile a quella di oggi. È facile trovare nei musei o tra i ricordi dei combattenti di quegli anni, cimeli dell’Africa, come monete e medaglie, che rimasero in circolazione fino alla sconfitta dell’Italia ad Adua nel 1986: un segno della fine dell’espansione di Umberto I. La zona pullula di chiese copte scavate nella roccia o situate in cima agli alti pendii che caratterizzano quest’area verde: alcune risalgono all’VIII secolo. È una regione con grandi montagne, fiumi e laghi, che contrasta con l’aridità della Dancalia; qui la popolazione vive di pastorizia e agricoltura.

La storia della regione è segnata da un continuo squilibrio tra pace e rivolte. Dopo l’estenuante guerra che ha coinvolto Etiopia ed Eritrea tra il 1998 e il 2000, la regione è stata devastata, diventando un deserto, privo di quel verde scintillante che oggi ristora lo sguardo e rallenta il respiro dei viaggiatori per la sua bellezza. Il governo tigrino ha ripulito l’area, piantato alberi, in cambio della rielezione. Mekallè è diventata città universitaria e turistica per quasi 10 anni. Oggi, però, la situazione è di nuovo preoccupante. L’occupazione delle forze armate etiopi, sostenute dall’esercito eritreo sta devastando ogni villaggio e città della regione: questo conflitto civile non cessa dal novembre 2020 e la devastazione è incalcolabile.

Gondar, marcia per la festa del Timkat
Gondar, marcia per la festa del Timkat

Attualità

L’Etiopia è una confederazione di stati e questo li porta ad essere perennemente in contrasto. Sono stati disegnati con il righello, dove i gruppi etnici sono stati separati da italiani, inglesi e etiopi stessi. Il premier è Abiy Ahmed.

Da novembre 2020, dopo il Covid e un’epidemia di cavallette, il governo centrale di Abiy Ahmed, il leader del Paese ha dichiarato guerra al Tigrai. Tutto è esploso in accuse e attacchi che hanno portato all’esodo e alla morte di migliaia di persone. Non c’è più pace in Dancalia, né in Tigrai. I carovanieri del sale non esistono più: la tradizione millenaria è andata distrutta dalle bombe e dalla presenza di militari e mercenari. Gli etiopi son però convinti che la pace tornerà, e guardano speranzosi al prossimo Gennà.

Ragazze Dancale su terra di sale
Ragazze dancale che passeggiano su distese di sale

Nel contempo, tutti i lavoratori cinesi che ho incontrato hanno scelto di vivere in Etiopia non come coloni, ma da persone oneste e spesso intimorite: rispondono a dei comandi dati dall’alto, rinunciando al loro paese e alle loro famiglie, per poter garantire ai propri figli una vita sicura e migliore della propria, possibilmente nella terra che amano e in cui per anni non possono ritornare.

Durante il viaggio, in prossimità del Dallol, ho avuto modo di parlare con Mohammed, uno dei resilienti carovanieri della Dancalia. La sua giornata è scandita dalla durezza delle lunghe marce a piedi, per comprare blocchi di sale e trasportali sino al nord. Un viaggio avventuroso, percorrendo sentieri controllati da guerriglieri e privi di acqua, percependo ad ogni passo il battito di questo antico oceano e la brutalità del fuoco e dello zolfo, che zampillano in un dialogo infinito fra le profondità del mondo e del cielo.La durezza della vita dancala ha caratterizzato anche le sue genti, che però si stanno ingentilendo a causa del servilismo nei confronti dei nuovi inquilini asiatici.

Spostandomi verso il Tigrai, regione oggi scossa di inimicizie nei confronti dell’Eritrea, sempre sul piede di guerra, ho potuto vivere la profondità della festa del Gennà. il Natale Copto che si festeggia la notte del 6 Gennaio. La tradizione è ancora ben radicata fra queste vallate e l’ateismo cinese non è invalidante, né per la vita musulmana, né per quella copta. L’Islam è presente soprattutto in Dancalia, dove gli estrattori di sale pregano durante il giorno, possono celebrare il Venerdì come giorno di riposo e rallentare il ritmo lavorativo durante il Ramadan; i copti non hanno avuto limitazioni da parte cinese, e questo si può percepire nell’organizzazione delle feste principali , il Gennà e il Timakat, che mantengono la loro forza, attirando il flusso di pellegrini da ogni città e villaggio, fecondando con nuova energia e positività, la dura terra del Tigrai.

Feste Copte a Lalibela, lotta fra il bene e il male per il Gennà
Feste Copte a Lalibela, lotta fra il bene e il male per il Gennà

Storie

Mohammed, l'ultimo carovaniere del sale
Mohammed, l’ultimo carovaniere del sale

Mohammed è uno degli ultimi carovanieri del sale. Marcia per 300 chilometri, due volte al mese, per trasportare i blocchi di sale. Li acquista nel Dallol, contrattando con gli estrattori di sale, che lo conoscono da oltre vent’anni. La concorrenza e efficienza cinese stanno indebolendo sempre di più il suo lavoro e la sua categoria. Oggi non so più nulla di Mohammed, a causa della guerra civile, ma riporto la sua voce, sperando di vedere ancora il suo sorriso.

E- Com’è la vita di un carovaniere?

M- La vita di un carovaniere è dura: si cammina per giorni al caldo, al freddo e fra i pericoli di questa terra. Tutti però mi conoscono e mi rispettano: non ho paura e non potrei fare altro. Sono un carovaniere da quando me la ricordo, la mia è una famiglia di carovanieri da quattro generazioni. I dromedari hanno un grandissimo valore e ai tempi di mio padre e mio nonno eravamo i più invidiati della zona, perché potevamo vantare una grande carovana; anche mio figlio prenderà questo sentiero.

E- Come fai ad avere così tanti dromedari?

M- I dromedari sono costosi da comprare, ma passano di padre in figlio e vivono tanti anni. Sono bestie testarde, ma resistono a questo clima e sono molto socievoli. Mi prendo molta cura di loro, perché la perdita di uno solo è una perdita anche per me.

E- Cosa comporta l’arrivo dei lavoratori cinesi per il tuo lavoro?

M- L’arrivo dei cinesi ha creato un grande problema per i carovanieri come me: significa che quelli che hanno pochi cammelli non possono più competere con il nuovo tipo di trasporto e quindi devono venderli e vivere in una nuova condizione. Molte persone che conosco hanno tentato la fortuna ad Addis, alcuni ci sono riusciti, altri sono diventati poveri, perdendo il lavoro. Il camion è veloce, non sente la fatica, può trasportare molto sale, ma nessuno è felice. Anche gli estrattori devono raddoppiare il lavoro, ma non vengono pagati di più e hanno paura, perché quando arrivano i cinesi non capiscono cosa devono fare, si agitano e si sentono in dovere di servirli. Tantissimi non sanno leggere e scrivere e non hanno altre prospettive. Stiamo cercando di creare corporazioni con altri carovanieri, in modo da diventare più grandi e poter trasportare più sale, anche se siamo lenti rispetto ai cinesi. Il governo non ascolta le nostre richieste e non trova degli accordi che possano dare lavoro a tutti. Il pagamento dei cinesi fa si che lo stato non abbia di che preoccuparsi e si sta dimenticando di noi e delle nostre famiglie.

E- Cosa auspichi per il futuro?

M- Continuerò sempre questo lavoro, non posso cambiare la mia vita e non voglio. Nessuno deve dire a noi Etiopi cosa fare, dobbiamo resistere e non perdere le nostre tradizioni. Devo ammettere che i turisti mi stanno simpatici, spero che possano visitare sempre di più questo paese e parlare di noi.

Tanzania

Dalla Vetta di “Mama Africa”, alla storia di Leila. Un viaggio oltre i limiti

Le rocce, le nuvole e le stelle della Coca-Cola Road

La Tanzania è il Paese perfetto per vivere l’esperienza di trekking, safari e mare. Al ritorno ci si porta dietro quella sensazione di Mal d’Africa decantata dagli esploratori del passato, avvolti dalla luce del ghiacciaio del Kilimangiaro, dalla vita che si consuma vicino alle pozze dell’acqua e dall’eco delle culture tribali.

In questo angolo di blog vi porto in uno dei luoghi più potenti di sempre: Mama Africa, ovvero… il Kilimangiaro.

Con l’organizzazione di una spedizione e molto allenamento pregresso, si raggiunge il Tetto dell’Africa a 5895 metri di altitudine. Ho percorso la Marangu Route, chiamata anche Coca-Cola Road per via del colore del terreno. Solo qui si può parlare con il sole, perdendo il contatto con il mondo, che resta ai propri piedi, avvolto dalle nuvole.

La montagna sacra è come il canto di una sirena, per tanto affascinante, ma anche infima. Da non sottovalutare è il mal di montagna (oltre a bere almeno 3 litri di acqua al giorno e fare quindi tantissima pipì è necessario utilizzare il Diamox, un diuretico, indispensabile per la salita) e il freddo (la sera la temperatura è bassa e il freddo rischia di limitare la forza nelle salite del mattino). In Vetta si oscilla fra i -15 e -20 gradi.

L’emozione della scalata è indescrivibile: si percorrono 4 ambienti, accompagnati dai portatori, che a passo lento “pole-pole”, marciano con grandi sacchi in testa. La foresta alla base, la savana a metà quota, il deserto in alta quota e infine il ghiacciaio on the top. Da lassù si riesce a percepire la rotondità della terra, una sensazione che si può provare in pochissimi luoghi al mondo.

La scalata finale si compie a mezzanotte, illuminati dalla luna piena o dalle stelle. Il Kilimangiaro compare e scompare alla vista, mentre terreno sabbioso e carenza di ossigeno, rendono il viaggio una sfida con sé stessi. All’arrivo alla vetta Uhuru Peck si osserva una nuova prospettiva, leggendo il cartello “Congratulations you are at 5895 M”.

Gioia e commozione alla prima alba, presso Stella Point 5765 m

Geografia

La Tanzania che conosciamo oggi, è nata nel 1964, ed è l’unione fra gli stati di Tanganyika e Zanzibar. È uno stato costellato da vulcani inattivi, fra questi il Kilimangiaro, flora e fauna differenziate in base ai punti cardinali e uno sbocco sull’Oceano Indiano. Ha avuto una dominazione araba e poi europea e il suo passato la rende una delle culle degli ominidi.

Fu colonizzata dai portoghesi, ma nel 1800 passò sotto il controllo tedesco, insieme a Zanzibar, Tanganyika, Rwanda e Burundi.

Con la sconfitta dei tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale, passò sotto il mandato britannico; fu un periodo  di caos amministrativo: il Tanganyika divenne indipendente dal Commonwealth e il leader Julius Nyerere divenne presidente dal 1961 al 1985.

Vi sarete domandati qual è la capitale della Tanzania. Ebbene l’ufficiale è Dodoma, ma sono ben 3 le capitali di questa Repubblica. Capitale amministrativa, Dodoma, commerciale Dar el Saalam e turistica Arusha. Si parlano inglese e swaili; la popolazione è per metà cristiana e per metà islamica.

L’unica pecca della Tanzania moderna è il grande affollamento di turisti e l’avvento, ormai radicato, della globalizzazione. I bambini ormai sono dei piccoli imprenditori, che preferiscono vendere perline invece di andare a scuola. Anche i Masaai sono diventati una pura attrazione. Sono però riuscita a trovare purezza nella caccia con gli Hadazabe, una popolazione che mantiene il suo distaccamento dalla realtà più moderna, potando avanti antiche tradizioni e rituali ormai scomparsi.

I colori dell’alba, nel Serengeti

Attualità

Il presidente è una donna, Samia Suluhu Hassan, che è stata eletta il 19 marzo 2021, in seguito alla morte improvvisa del presidente Jhon Magufuli. Si è allontanata dal modello autocratico imposto dal governo precedente e il popolo la definisce “Colei che ha ridato il sorriso al popolo tanzaniano”.

Le nuove elezioni saranno nel 2025, ma il suo carisma mostrerà quanto in questi tre anni la Tanzania saprà riprendersi dal periodo post Covid e dalla imminente collaborazione cinese, che prevede la creazione di strade in tutta l’Africa. La Tanzania ha una serie di progetti legati all’estrazione di materie prime, sia da parte delle imprese cinesi, che indiane.

Storie

Leila al lavoro, nella sua piccola bottega

Leila è una giovane sarta. Ha diciassette anni e vive a Mto Wa Mbu, una piccola cittadina non lontana dal Lago Eyasi. L’intervista è stata fatta in un tiepido pomeriggio di agosto, mentre visitavo il mercato locale, fra i profumi dei frutti tanzaniani e i colori delle sue stoffe.

E- Dove e quando hai imparato questo lavoro?

L- Lo so fare da sempre. Mia mamma e mia nonna mi hanno insegnato da quando ero piccola. Per noi donne è un modo per lavorare per la famiglia e avere dei soldi anche per noi stesse. Mi piace accorciare, ricucire e creare abiti. Quello che amo davvero è riparare un vestito: è come se lo curassi, per rendere felice di nuovo chi lo indossa.

E- Quante ore lavori? Chi viene qui?

L- Inizio lavorare al mattino e poi rimango qui fino a che non diventa buio. La bottega è come una casa. La mie sorelle passano del tempo con me, anche le mie amiche vengono a trovarmi. Mangiamo qui, ci riposiamo. Ci sono giorni in cui vado a casa e mi sostituisce mia mamma. Gli uomini vengono poche volte, di solito sono le donne che portano i vestiti dei mariti a riparare. Cucire è una mansione che sanno fare quasi tutte le donne in Tanzania, ma Mto Wa Mbu è una cittadina moderna e spesso le donne sono impegnate e affidano questi lavori a me. Mi piacerebbe diventare una stilista, ma è impossibile, perché non sono precisa. In futuro vorrei studiare all’università e poi sposarmi.

E-Come funziona l’università?

L- In Tanzania tutti possono studiare, ma anche le università pubbliche sono costose. I genitori devono lavorare per i figli per dar loro un futuro migliore. In futuro i figli ripagheranno i genitori occupandosi della loro vecchiaia. Io cerco di dare una mano, per poi poter pagare una parte degli studi. Vorrei fare lingue, per poi avere un lavoro con il turismo, che mi faccia guadagnare di più. Qui in tanti studiano discipline turistiche o scienze politiche. E’ molto apprezzato lavorare in politica, perché chi ce la fa, guadagna bene. Studiare è un modo per vivere meglio.

E-Come si vive nei villaggi più piccoli?

L-Dipende in quale zona della Tanzania si abita: ci sono ancora molti villaggi in cui non c’è acqua corrente o luce. I Maasai si occupano di allevamento e sono molto ricchi, ma vivono in case semplici. Così come altre popolazioni, come i Trilu, che vivono fra i baobab e hanno ancora antichi rituali per propiziare il raccolto. Invece gli Hadazabe, con cui hai cacciato, sono davvero strani! Vivono lontani da tutto e si sentono come estranei.

E-Che rapporto c’è fra tutte queste tribù?

L-Noi non viaggiamo molto. Ognuno vive nel suo territorio. I Maasai sono più vicini ai parchi nazionali e hanno imparato a sfruttare il turismo. Nel sud della Tanzania, però ci sono Maasai che non hanno contatti con i turisti. Ogni popolazione ha la sua lingua, le sue tradizioni, ma tutti sono in pace: l’importante è che i terreni non vengano occupati, altrimenti ci sono rischi di litigi fra tribù.

Iran

L’Iran: un Paese incantevole in cui, oggi, il canto dei muazzin è sostituito dal grido “donne, vita, libertà”. Andiamo alla scoperta della vita politica, delle feste e dei suoi abitanti, senza essere intimiditi.

L’Iran: un Paese incantevole in cui, oggi, il canto dei muazzin è sostituito dal grido “donne, vita, libertà”. Andiamo alla scoperta della vita politica, delle feste e dei suoi abitanti, senza essere intimiditi.

Le colonne di Shiraz, simbolo del passato maestoso dell’Impero Persiano

L’Iran è un Paese dai mille volti. In questi giorni il canto dei muazzin è stato soffocato dalle grida di protesta di donne e uomini allo stremo. Oltre la politica e il dolore, l’Iran è un luogo meraviglioso, in cui viaggiare fra moschee blu, deserti di roccia e laghi rosa. Uno stato sciita, dove le feste religiose si manifestano con un’intensità quasi sconcertante; dove le città di Qom e Mashhad fagocitano nella loro santità pellegrini e viandanti, traslandoli in un mondo parallelo; dove le metropolitane sono un bazar in movimento;  dove anche le figure delle toilette femminili sono rappresentate con l’Hijab sulla testa.

Ho trascorso molto tempo in questa terra assaporando ogni suo contrasto, sentendomi a volte persiana, a volte turista, ma venendo sempre accolta dal calore dei suoi abitanti. Viaggiare in Iran è un incontro di persone e tradizioni uniche. Le province iraniane sono tutte diverse: dalle verdeggianti piane di Gorgan, vicino al mar Caspio, alle aride regioni dei Sistan, oggi in crisi con l’Afganistan a causa dell’assenza di acqua.

Le feste tradizionali sono tantissime: da compleanno dell’Imam Reza a Mashadd, alla festa del lutto di Isfahan, passando alle tradizioni bandarì in Beluchistan. Un paese ospitale, dove gli abitanti cercano di farti sentire a casa in ogni luogo: all’interno dei mezzi di trasporto offrendo cibo e chiacchierando, sulle panchine dei parchi offendo fave e gelati e in ogni città, invitando i turisti a casa propria. Non abbiate paura, l’Iran è casa.

Cene con gli amici a casa di Nilhu, un ponte fra Oriente e Occidente
Cene con gli amici a casa di Nilhu, un ponte fra Oriente e Occidente

Geografia


L’Iran è una Teocrazia islamica sciita, le cui strutture sono piuttosto complesse, la definirei un teocrazia ibrida. Il progetto politico dell’Ayatollah Khomeini era la creazione di uno stato coerente con i precetti del Corano. Per questo motivo, qualsiasi decisione politica deve essere rigorosamente vagliata dalla comunità religiosa e dagli esperti della dottrina islamica. Il capo dello stato è il presidente, eletto a maggioranza assoluta a suffragio universale. Il suo mandato dura quattro anni e si occupa della buona prestazione del potere esecutivo. Attualmente il presidente è l’ultraconservatore Ebrahim Raisi.

Il Paese è davvero molto grande, con itinerari diversissimi fra di loro: è possibile fare splendidi trekking, andare alla ricerca delle antiche rovine sasanidi, perdersi fra i bazar della capitale, Teheran, e tuffarsi nel Mar Caspio: in una volta sola è impossibile riuscire ad assaporare tutto l’Iran.

La moneta iraniana prende due nomi: Rihal, il nome ufficiale che è stato assunto con l’avvento della Repubblica, e Toman, nome della moneta dello Scià. I più nostalgici preferiscono parlare di Tomans, che hanno un valore più semplice da calcolare, in quanto si indicano solo tre cifre, rispetto al valore del Rihal.

La lingua è il farsi e vi sono numerosi dialetti. Una delle peculiarità è che, oltre alla religione sciita, la seconda religione per numero è quella armena (gli armeni furono accolti in seguito al genocidio del 1918) e segue una parte di Zoroastrismo.

Uno sguardo al ponte dei 33 archi di Isfahan

Il passato dell’Iran

Il 1900 è stato il secolo in cui l’Iran ha vissuto due cambi di regime e ha visto al potere due imperatori e due Ayatollah. Nel 1921, l’ufficiale Reza Khan, auto-nominatosi poi Pahlavi, con un Golpe depose l’ultimo imperatore della dinastia Qajara. Dal 1925 Reza Pahlavi fu proclamato Scià. Modernizzò l’Iran: istituì un sistema giudiziario laico e promosse un sistema più vicino a quello occidentale, con parità sociale per le donne (le donne avevano più libertà nell’Iran degli anni Trenta, che in Italia o in altri Paesi d’Europa dello stesso periodo storico). Seguendo la scia della Turchia di Ataturk, Pahlavi modernizzò le infrastrutture e il sistema sanitario, con una rapida crescita della classe media. Teheran era gemellata con Parigi, nei locali si beveva champagne e molti registi occidentali si recavano in Iran per girare film e partecipare a eventi di gala. Nonostante ciò, la linea imperiale era molto dura nei confronti degli oppositori, che erano puniti con la morte.

Nel settembre del 1941 Mohammad Reza Pahlavi prese il posto del padre. Dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, il mondo si rese conto che l’Iran del Novecento aveva lo stesso fascino di quello del tempo di Marco Polo: non erano più le spezie della Via della Seta ad attrarre i Governi, ma il petrolio. Lo Scià, capendo di essere un piatto troppo prelibato, nazionalizzò il petrolio in modo da non dover dipendere dalle scelte commerciali degli altri Paesi: atto che creò dispute con l’UK.

Negli anni Settanta il Paese aveva sempre più distanza sociale fra ricchi e poveri; non solo: lo Scià, sposato con la bella attrice Soraya e ormai affasciato dal lusso e dall’idea di essere vezzeggiato dagli altri Stati mondiali, iniziò una sorta di cannibalizzazione interna: il Paese era ricco di petrolio, ma il popolo aveva fame di grano. Intellettuali, classe media e popolino, presero le distanze dallo Scià, che continuava a sperperare pubblicamente il denaro nazionale, mentre molte famiglie vivevano in condizioni di povertà estrema. Spese una quantità di denaro pubblico esorbitante per celebrare i 2500 anni della monarchia persiana. In una parata di giorni, invitò tutti i leader mondiali: fra coppe d’oro e celebrazioni, fece quasi andare in bancarotta il Paese. Istituì un calendario imperiale e limitò sempre di più la stampa, con idee anti-islamiche.

Murales sui resti dell'ambasciata americana di Teheran
Murales sui resti dell’ambasciata americana di Teheran

L’ayatollah e oppositore Khomeini, esiliato dallo Scià, a causa di opinioni discordanti con il suo operato, creò una forte ideologia antimperialista, che coinvolse intellettuali e religiosi. In una serie di manifestazioni organizzate a distanza, riuscì a far cadere l’Impero. Lo Scià, scappò negli USA, che, nonostante le richieste degli iraniani di riconsegnarlo a Teheran per processarlo, si opposero. Nel 1979 Khomeini agì in risposta agli USA, assediando l’ambasciata americana di Teheran e facendo prigionieri alcuni ostaggi, che furono poi liberati. Gli USA videro in questo affronto un nemico e misero l’Iran sotto embargo: la Persia, come Cuba, erano considerati nemici dell’America e di tutti gli alleati. Da quel giorno il Paese non può liberamente commerciare con molti Paesi occidentali, seppure Obama avesse proposto di allentare l’Embargo nel 2015, perché consapevole del grande potenziale economico e nucleare dell’Iran.

Nel 1979 fu così fondata la nuova Repubblica Islamica dell’Iran. La nascita della Repubblica ebbe un primo periodo di felicitazioni da parte del popolo ma, a causa dell’embargo creato dagli USA e da una politica anti-occidentale, il Paese cadde in un regime religioso, isolato e anti-democratico. Con l’avvento di Khamenei il Paese ebbe una ripresa, nonostante le perdite causate dalla guerra contro l’Iraq di Saddam. Ripristinato l’ordine, il nucleare e il petrolio hanno continuato a rendere l’Iran un Paese allettante per l’Occidente, ma nel contempo inavvicinabile. Solo con lo scioglimento dell’embargo il Paese potrà tornare a commerciare e a crescere, ma questa è un’altra storia.

Attualità

La democrazia, in Iran, passa dalle donne. In questi ultimi mesi, in seguito alla morte di Masha Amini, uccisa per aver indossato in maniera non consona il velo e Hadith Najafi, attivista colpita durante le proteste, l’Iran si scaglia contro il regime. Questa è, a mio avviso, una proto-rivoluzione. Non potrà crollare così facilmente la Teocrazia, ma il popolo ha dato prova di resilienza e di malessere. Questo risveglierà il Governo, che si muoverà in maniera meno conservatrice in futuro, per non dover arrivare a compromessi maggiori.

Festa del compleanno dell'Imam Reza a Mashadd, nella moschea simbolo per gli sciiti
Festa del compleanno dell’Imam Reza a Mashadd, nella moschea simbolo per gli sciiti

Nel giugno 2021 è stato eletto come presidente dell’Iran, l’ultraconservatore Ebrahim Raisi, dopo il moderato Hassan Rouhani. La sua presenza, in quest’ultimo anno, è stata eccessivamente repressiva nei confronti degli iraniani. Le donne sono state costrette ad entrare in un clima di tensioni, a causa del ripristino della polizia morale; una nuova crisi, determinata dalla Pandemia e, ora, dalla guerra fra Russia e Ucraina, ha alzato l’inflazione in maniera incontrollata. Malcontento, aumento dei prezzi dei beni di prima necessità e povertà, hanno colpito un Iran sempre meno tollerante nei confronti del governo.

Sono quindi le donne ad aver iniziato questa guerra con un coraggio inaudito. Dal taglio dei capelli pubblicato sui social in segno di protesta, per arrivare a manifestare senza veli in gare sportive sotto gli occhi del mondo intero. Le proteste si sono espanse in tutte le grandi città dell’Iran, e la risonanza degli inni alla libertà, ha raggiunto anche l’Occidente. Grazie ai Mondiali in Qatar l’attenzione si è concentrata sulla nazionale dell’Iran e sulla scelta di non cantare l’Inno. Il motto “donna, vita, libertà” deve perdurare per non lasciare soli gli iraniani.

Storie

L’Imam Ebi presso la moschea di Naseriyeh, durante l’intervista

Intervista Imam Ebi, moschea di Naseriyeh. Un dialogo interessante, legato alla religione e al conservatorismo dell’Iran, per comprendere cosa davvero sappiamo su questo Paese. Negli ultimi mesi sono riuscita a contattarlo online, per farmi dare alcune informazioni sulla situazione politica attuale. Non perdetevi questa intervista.

E-Perché ha scelto di diventare un Imam?

I.E-Imam è un termine che indica studioso, io sono sempre stato attratto dalla filosofia, dalla religione e ho studiato fin da giovane nelle scuole coraniche. A quattordici anni ho capito che volevo approfondire sempre di più e dedicare a questo la mia vita.

E-Com’è stata la sua formazione?

I.E-Ho studiato a Qom negli anni ’90; questa è la città i cui devono trascorrere un periodo tutti i futuri Imam, ed è qui dove l’Ayatollah Khomeni aveva iniziato i suoi studi. Ho scelto di rimanere a Qom per parecchi anni, perché la mia famiglia non è lontana, e spesso potevo andare a trovarla. La vita di un Imam è molto simile a quella che si può fare in università.

E-Gli Imam si possono sposare. Come ha conosciuto sua moglie?

I.E-Era una mia amica di infanzia; io studiavo tanto e uscivo poco, ma ricordo che una giorno in cui sono andato a trovare i miei genitori l’ho rivista, e mi sono distratto un po’ di più dallo studio.

E-Muhallà, Muazzin, Imam, Ayatollah che differenza c’è?

I.E- Fra Imam e Muhallà nessuna, è solo un modo diverso per indicare un uomo religioso, però il termine Imam noi lo diamo a persone di grande spicco per la nostra cultura, come i 12 Immam, ma siamo tutti Muhallà. L’Ayatollà è un grande capo, si rifà all’antica tradizione sciita, ed è per noi il leader de Paese; mentre i Muazzin sono i laici che effettuano il richiamo alla preghiera.

E-Come vedete le altre religioni?

I.E-Accogliamo tutte le religioni. Tutti sono protetti da Dio. Bisogna comportarsi rettamente, nessuno sbaglia, bisogna però essere guidati.

E-L’Islam ha mille sfaccettature e al suo interno vi sono differenti gruppi religiosi, come i Sufi, i Baha’ì, i Sunniti; come vi interfacciate con loro?

I.E.-Siamo aperti a tutte le religioni, purché non siano contro la morale e superficiali. Per noi l’importante è il fine, l’avvento in Paradiso, il comportarsi in maniera corretta, il donare e il donarsi: molte religioni hanno un mezzo differente per raggiungerlo, ma non c’è nulla di sbagliato. I Sufi sono musulmani, ma alcune di queste forme religiose, nei secoli, hanno perso la loro purezza e questo non viene accettato, perché è contro i principi del Corano. I Sunniti hanno una via di trasmissione differente, loro non aspettano l’ultimo Imam, ma accettiamo la loro presenza nel paese, commerciamo e cerchiamo di dialogare con loro. Molte volte, questo è avvenuto anche per la religione cristiana, la storia, l’economia e le conquiste hanno cambiato l’evolversi del pensiero e snaturato la dottrina originale.

E-Cosa pensa dell’Iran di oggi?

I.E-È un paese migliore, lontano dalla corruzione e dalla perdizione. Anche se spesso vi sono delle proteste, perché la gente vuole sempre di più e non riesce a capire che alcune azioni vengono effettuate per migliorare la vita delle persone. In questi giorni di grande dolore per il Paese io sto dalla parte della vita. Capisco che alcune misure prese nei confronti della popolazione sono rigide, ma solo con il dialogo si può andare avanti e non con la rivolta.

E-Cosa pensa di Facebook e Internet? Ho visto spesso cartelloni che li condannano.

I.E-Io uso internet per comunicare ed è un mezzo davvero incredibile, ma sono contro tutto quello che non nasce con questo scopo. Facebook viene usato in maniera sbagliata, spesso si danno informazioni errate sulle persone e può davvero rovinare le persone. I giovani sono schiavi, spesso non ci si rende conto che i telefonini sono degli oggetti, ma si usano e trattano come se fossero persone. Sono contro quello che snatura l’uomo e non c’è molta differenza fra un telefonino e l’alcol o le droghe: cambiano l’essenza di una persona.

E-Come vivono le donne in Iran?

I.E-Sono libere, studiano, viaggiano, lavorano, come lo è sempre stato. Non c’è distinzione di genere nei lavori. Bisogna insegnare ai non musulmani a non pensare all’Iran come ad un Paese dittatoriale. Mi rendo conto che quello che sta accadendo oggi è terribile, ma l’esasperazione che ha portato alle manifestazioni è per motivi che riguardano l’economia del Paese e l’impossibilità di inserirci nel mercato mondiale.

E-Perché le donne indossano il velo?

I.E-È una scelta, noi indossiamo il velo per rispetto a Dio, per noi è importante che le donne siano protette da sguardi indiscreti e dai pericoli. Solo chi vuole indossa il Chador.

E-Come mai durante i giochi olimpici, durante le gare di atletica, le donne parti nude vengono censurate?

I.E-Per noi il corpo è estremamente personale, mostralo così liberamente è proibito e le atlete spesso corrono con degli abiti troppo poco coprenti; non vogliamo che le persone si dimentichino che è sport quello che stanno osservando e che la fatica degli atleti venga sminuita, perdendosi nell’osservare i corpi nudi.

E-Come si relazionano gli altri Paesi?

I.E- Siamo uno Stato aperto, ma autonomo; importiamo poco e riusciamo a vivere di quello che abbiamo. Siamo spesso minacciati, ma questi sono giochi di potere, la religione non è parte di questo sistema. Oggi la situazione è molto complessa a causa della guerra in Ucraina, dell’uscita dalla NATO e dalla crisi causata dal COVID. Sono convinto che dialogare anche con le super potenze potrebbe portare alla pace.

La Proto-Rivoluzione

Le ultime proteste hanno incrementato la convinzione di tanti giovani che il futuro sia in Europa; molti ragazzi si stanno preparando a lasciare le loro famiglie e partire. Il problema principale lo hanno i maschi che, nel caso in cui non abbiano scontato il servizio militare, non possono lasciare il Paese, a meno che non depositino una grande caparra come pegno. Molti hanno intenzione di non ritirarla mai e di andare lontano.

Fortunatamente c’è chi ancora crede nella Persia: i giovani che rimangono qui stanno facendo sentire la lor voce; combattono e utilizzano Internet per mostrare al mondo cosa sta accadendo. Molti miei amici, che sono sparsi dal nord al sud del Paese, sono convinti che queste manifestazioni possano portare alla Democrazia, senza più dittatori, né embarghi.

Nasser

Nasser nel suo giardino a Teheran, a parlare di politica, libertà e letteratura
Nasser nel suo giardino a Teheran, a parlare di politica, libertà e letteratura

In questo parlare di cambiamenti mi viene da pensare a quanto il Paese sia stato sconvolto dalla presenza religiosa, a cosa sia cambiato per chi, come il mio buon amico Nasser, ha vissuto un cambiamento diretto. Nasser è una guida turistica di sessant’anni. Vive a Teheran e ha due figlie. Quando era giovane, aiutato economicamente dai genitori, intellettuali e laureati, era andando a studiare a Napoli. Era il 1971. La Rivoluzione lo aveva costretto a tornare.

E- Come sono stati i tuoi anni in Italia?

N- Bellissimi. Ricordo sempre con piacere quel tempo in cui ero giovane e spensierato. L’unica cosa che dovevo fare era studiare e rendere i miei genitori fieri di me. Arrivavo da una buona famiglia, che aveva come sogno quello di rendermi colto e felice. Mi hanno permesso di studiare a Napoli. L’Italia di quegli anni era davvero un sogno per noi persiani: i film di Pasolini, le città antiche, la storia.

E- Cos’è successo quando sei tornato?

N- Quando sono tornato in Iran nel 1983, mi ero appena laureato. Avevo intuito dai titoli dei giornali che il mio Paese era cambiato, ma quando sono arrivato in aeroporto, pensavo fosse uno scherzo. Non riuscivo a credere al vuoto, al senso di silenzio e all’inquietudine: ricordo che tutto era scuro; le donne erano avvolte nei chador neri, gli uomini nascosti dietro folte barbe. Nessuno rideva, c’era il silenzio che anticipa la tempesta. Mio padre era invecchiato, ma non era vecchiaia: erano i segni della delusione per aver voluto una Repubblica, che invece era una dittatura. Tutto era diventato irriconoscibile, persino i miei amici erano cambiati: ricordo che in pieno agosto erano venuti a salutami con le barbe lunghe, il passo pesante, la mente indottrinato; avevo sentito il freddo che si prova a gennaio. Avevo lasciato un paese colto, pieno di fiori e di progetti per i giovani, per tornare in una cartolina scolorita, dove nessuno era rimasto uguale e non c’era speranza per il futuro.

E- Com’è l’Iran di oggi?

N- Oggi l’Iran è un giovane leone in gabbia che sta cercano di rompere le sbarre. Ruggisce e cerca di mordere chi lo sta imprigionando. Sono i giovani e le giovani ad avere questo coraggio. Grazie a Internet e all’istruzione i ragazzi sanno come si vive in Europa e vogliono imitare i loro coetanei. Tutti studiano l’inglese, diventa un lasciapassare. Saranno loro a dare un nuovo futuro all’Iran. Magari contrattando con questo governo, perché è molto difficile rovesciarlo, ma le cose cambieranno a poco a poco. Me lo sento.