Storie di viaggi, aggiornamenti geopolitici e racconti di vita
Autore: erikamattio
Archeologa, antropologa, giornalista, viaggiatrice, sportiva e scrittrice. Inguaribile sognatrice e fervida sostenitrice delle potenzialità di MacGyver. Amante delle situazioni complicate e dei valori dell'amicizia.
Geremia Siboni, artigiano e velista. Plasma tessuti in accessori unici.
Ravenna, città di Ostrogoti e Mosaici; ma è anche la città in cui la fantasia creativa di Geremia Siboni ha trovato ispirazione .
Appassionato di mare, vele e innovazione, Geremia ha dato vita a Fugu Bag, utilizzando materiali di recupero, che si plasmano in borse e creazioni uniche. Con lui, Giulia, frizzante e idealista, che si occupa di dare ispirazioni e del marketing.
Giulia e Geremia
“I prodotti sono made in Itlay e spaziano daforme tondeggianti a vere e proprie opere d’arte – racconta Giulia– Predominano i colori, che riempiono di allegria e personalità chi le indossa. Fugu è il nome del pesce palla in giapponese: seppur piccolo, riesce a creare splendide opere d’arte con la sabbia dei fondali. Come lui, vogliamo dare vita a tante creazioni, in un mare di idee”.
Frutta e Fugu con le amiche: ambiente e colore
“Ho iniziato quasi per gioco nel 2021 – si presenta Geremia – la mia passione per il mare e i tessuti mi hanno portato a sperimentare. Ogni giorno mi venivano in mente modifiche e migliorie da apportare alle borse, nuove forme e personalizzazioni. Il pubblico ha cominciato a seguirci e ad apprezzarci. Con questa energia siamo cresciuti, creando nuove collaborazioni. Abbiamo da poco lanciato una nuova linea di prodotti riciclati, per essere sempre più rispettosi all’ambiente. I tessuti e la manifattura sono italiani, prodotti fra Ravenna, Venezia e Milano. Ispirandoci alla tradizione veneziana, abbiamo lanciato le Fugulane: un nuovo spunto per camminare con noi”.
L’Iran: un Paese incantevole in cui, oggi, il canto dei muazzin è sostituito dal grido “donne, vita, libertà”. Andiamo alla scoperta della vita politica, delle feste e dei suoi abitanti, senza essere intimiditi.
L’Iran: un Paese incantevole in cui, oggi, il canto dei muazzin è sostituito dal grido “donne, vita, libertà”. Andiamo alla scoperta della vita politica, delle feste e dei suoi abitanti, senza essere intimiditi.
Le colonne di Shiraz, simbolo del passato maestoso dell’Impero Persiano
L’Iran è un Paese dai mille volti. In questi giorni il canto dei muazzin è stato soffocato dalle grida di protesta di donne e uomini allo stremo. Oltre la politica e il dolore, l’Iran è un luogo meraviglioso, in cui viaggiare fra moschee blu, deserti di roccia e laghi rosa. Uno stato sciita, dove le feste religiose si manifestano con un’intensità quasi sconcertante; dove le città di Qom e Mashhad fagocitano nella loro santità pellegrini e viandanti, traslandoli in un mondo parallelo; dove le metropolitane sono un bazar in movimento; dove anche le figure delle toilette femminili sono rappresentate con l’Hijab sulla testa.
Ho trascorso molto tempo in questa terra assaporando ogni suo contrasto, sentendomi a volte persiana, a volte turista, ma venendo sempre accolta dal calore dei suoi abitanti. Viaggiare in Iran è un incontro di persone e tradizioni uniche. Le province iraniane sono tutte diverse: dalle verdeggianti piane di Gorgan, vicino al mar Caspio, alle aride regioni dei Sistan, oggi in crisi con l’Afganistan a causa dell’assenza di acqua.
Le feste tradizionali sono tantissime: da compleanno dell’Imam Reza a Mashadd, alla festa del lutto di Isfahan, passando alle tradizioni bandarì in Beluchistan. Un paese ospitale, dove gli abitanti cercano di farti sentire a casa in ogni luogo: all’interno dei mezzi di trasporto offrendo cibo e chiacchierando, sulle panchine dei parchi offendo fave e gelati e in ogni città, invitando i turisti a casa propria. Non abbiate paura, l’Iran è casa.
Cene con gli amici a casa di Nilhu, un ponte fra Oriente e Occidente
Geografia
L’Iran è una Teocrazia islamica sciita, le cui strutture sono piuttosto complesse, la definirei un teocrazia ibrida. Il progetto politico dell’Ayatollah Khomeini era la creazione di uno stato coerente con i precetti del Corano. Per questo motivo, qualsiasi decisione politica deve essere rigorosamente vagliata dalla comunità religiosa e dagli esperti della dottrina islamica. Il capo dello stato è il presidente, eletto a maggioranza assoluta a suffragio universale. Il suo mandato dura quattro anni e si occupa della buona prestazione del potere esecutivo. Attualmente il presidente è l’ultraconservatore Ebrahim Raisi.
Il Paese è davvero molto grande, con itinerari diversissimi fra di loro: è possibile fare splendidi trekking, andare alla ricerca delle antiche rovine sasanidi, perdersi fra i bazar della capitale, Teheran, e tuffarsi nel Mar Caspio: in una volta sola è impossibile riuscire ad assaporare tutto l’Iran.
La moneta iraniana prende due nomi: Rihal, il nome ufficiale che è stato assunto con l’avvento della Repubblica, e Toman, nome della moneta dello Scià. I più nostalgici preferiscono parlare di Tomans, che hanno un valore più semplice da calcolare, in quanto si indicano solo tre cifre, rispetto al valore del Rihal.
La lingua è il farsi e vi sono numerosi dialetti. Una delle peculiarità è che, oltre alla religione sciita, la seconda religione per numero è quella armena (gli armeni furono accolti in seguito al genocidio del 1918) e segue una parte di Zoroastrismo.
Uno sguardo al ponte dei 33 archi di Isfahan
Il passato dell’Iran
Il 1900 è stato il secolo in cui l’Iran ha vissuto due cambi di regime e ha visto al potere due imperatori e due Ayatollah. Nel 1921, l’ufficiale Reza Khan, auto-nominatosi poi Pahlavi, con un Golpe depose l’ultimo imperatore della dinastia Qajara. Dal 1925 Reza Pahlavi fu proclamato Scià. Modernizzò l’Iran: istituì un sistema giudiziario laico e promosse un sistema più vicino a quello occidentale, con parità sociale per le donne (le donne avevano più libertà nell’Iran degli anni Trenta, che in Italia o in altri Paesi d’Europa dello stesso periodo storico). Seguendo la scia della Turchia di Ataturk, Pahlavi modernizzò le infrastrutture e il sistema sanitario, con una rapida crescita della classe media. Teheran era gemellata con Parigi, nei locali si beveva champagne e molti registi occidentali si recavano in Iran per girare film e partecipare a eventi di gala. Nonostante ciò, la linea imperiale era molto dura nei confronti degli oppositori, che erano puniti con la morte.
Nel settembre del 1941 Mohammad Reza Pahlavi prese il posto del padre. Dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, il mondo si rese conto che l’Iran del Novecento aveva lo stesso fascino di quello del tempo di Marco Polo: non erano più le spezie della Via della Seta ad attrarre i Governi, ma il petrolio. Lo Scià, capendo di essere un piatto troppo prelibato, nazionalizzò il petrolio in modo da non dover dipendere dalle scelte commerciali degli altri Paesi: atto che creò dispute con l’UK.
Negli anni Settanta il Paese aveva sempre più distanza sociale fra ricchi e poveri; non solo: lo Scià, sposato con la bella attrice Soraya e ormai affasciato dal lusso e dall’idea di essere vezzeggiato dagli altri Stati mondiali, iniziò una sorta di cannibalizzazione interna: il Paese era ricco di petrolio, ma il popolo aveva fame di grano. Intellettuali, classe media e popolino, presero le distanze dallo Scià, che continuava a sperperare pubblicamente il denaro nazionale, mentre molte famiglie vivevano in condizioni di povertà estrema. Spese una quantità di denaro pubblico esorbitante per celebrare i 2500 anni della monarchia persiana. In una parata di giorni, invitò tutti i leader mondiali: fra coppe d’oro e celebrazioni, fece quasi andare in bancarotta il Paese. Istituì un calendario imperiale e limitò sempre di più la stampa, con idee anti-islamiche.
Murales sui resti dell’ambasciata americana di Teheran
L’ayatollah e oppositore Khomeini, esiliato dallo Scià, a causa di opinioni discordanti con il suo operato, creò una forte ideologia antimperialista, che coinvolse intellettuali e religiosi. In una serie di manifestazioni organizzate a distanza, riuscì a far cadere l’Impero. Lo Scià, scappò negli USA, che, nonostante le richieste degli iraniani di riconsegnarlo a Teheran per processarlo, si opposero. Nel 1979 Khomeini agì in risposta agli USA, assediando l’ambasciata americana di Teheran e facendo prigionieri alcuni ostaggi, che furono poi liberati. Gli USA videro in questo affronto un nemico e misero l’Iran sotto embargo: la Persia, come Cuba, erano considerati nemici dell’America e di tutti gli alleati. Da quel giorno il Paese non può liberamente commerciare con molti Paesi occidentali, seppure Obama avesse proposto di allentare l’Embargo nel 2015, perché consapevole del grande potenziale economico e nucleare dell’Iran.
Nel 1979 fu così fondata la nuova Repubblica Islamica dell’Iran. La nascita della Repubblica ebbe un primo periodo di felicitazioni da parte del popolo ma, a causa dell’embargo creato dagli USA e da una politica anti-occidentale, il Paese cadde in un regime religioso, isolato e anti-democratico. Con l’avvento di Khamenei il Paese ebbe una ripresa, nonostante le perdite causate dalla guerra contro l’Iraq di Saddam. Ripristinato l’ordine, il nucleare e il petrolio hanno continuato a rendere l’Iran un Paese allettante per l’Occidente, ma nel contempo inavvicinabile. Solo con lo scioglimento dell’embargo il Paese potrà tornare a commerciare e a crescere, ma questa è un’altra storia.
Attualità
La democrazia, in Iran, passa dalle donne. In questi ultimi mesi, in seguito alla morte di Masha Amini, uccisa per aver indossato in maniera non consona il velo e Hadith Najafi, attivista colpita durante le proteste, l’Iran si scaglia contro il regime. Questa è, a mio avviso, una proto-rivoluzione. Non potrà crollare così facilmente la Teocrazia, ma il popolo ha dato prova di resilienza e di malessere. Questo risveglierà il Governo, che si muoverà in maniera meno conservatrice in futuro, per non dover arrivare a compromessi maggiori.
Festa del compleanno dell’Imam Reza a Mashadd, nella moschea simbolo per gli sciiti
Nel giugno 2021 è stato eletto come presidente dell’Iran, l’ultraconservatore Ebrahim Raisi, dopo il moderato Hassan Rouhani. La sua presenza, in quest’ultimo anno, è stata eccessivamente repressiva nei confronti degli iraniani. Le donne sono state costrette ad entrare in un clima di tensioni, a causa del ripristino della polizia morale; una nuova crisi, determinata dalla Pandemia e, ora, dalla guerra fra Russia e Ucraina, ha alzato l’inflazione in maniera incontrollata. Malcontento, aumento dei prezzi dei beni di prima necessità e povertà, hanno colpito un Iran sempre meno tollerante nei confronti del governo.
Sono quindi le donne ad aver iniziato questa guerra con un coraggio inaudito. Dal taglio dei capelli pubblicato sui social in segno di protesta, per arrivare a manifestare senza veli in gare sportive sotto gli occhi del mondo intero. Le proteste si sono espanse in tutte le grandi città dell’Iran, e la risonanza degli inni alla libertà, ha raggiunto anche l’Occidente. Grazie ai Mondiali in Qatar l’attenzione si è concentrata sulla nazionale dell’Iran e sulla scelta di non cantare l’Inno. Il motto “donna, vita, libertà” deve perdurare per non lasciare soli gli iraniani.
Storie
L’Imam Ebi presso la moschea di Naseriyeh, durante l’intervista
Intervista Imam Ebi, moschea di Naseriyeh. Un dialogo interessante, legato alla religione e al conservatorismo dell’Iran, per comprendere cosa davvero sappiamo su questo Paese. Negli ultimi mesi sono riuscita a contattarlo online, per farmi dare alcune informazioni sulla situazione politica attuale. Non perdetevi questa intervista.
E-Perché ha scelto di diventare un Imam?
I.E-Imam è un termine che indica studioso, io sono sempre stato attratto dalla filosofia, dalla religione e ho studiato fin da giovane nelle scuole coraniche. A quattordici anni ho capito che volevo approfondire sempre di più e dedicare a questo la mia vita.
E-Com’è stata la sua formazione?
I.E-Ho studiato a Qom negli anni ’90; questa è la città i cui devono trascorrere un periodo tutti i futuri Imam, ed è qui dove l’Ayatollah Khomeni aveva iniziato i suoi studi. Ho scelto di rimanere a Qom per parecchi anni, perché la mia famiglia non è lontana, e spesso potevo andare a trovarla. La vita di un Imam è molto simile a quella che si può fare in università.
E-Gli Imam si possono sposare. Come ha conosciuto sua moglie?
I.E-Era una mia amica di infanzia; io studiavo tanto e uscivo poco, ma ricordo che una giorno in cui sono andato a trovare i miei genitori l’ho rivista, e mi sono distratto un po’ di più dallo studio.
E-Muhallà, Muazzin, Imam, Ayatollah che differenza c’è?
I.E- Fra Imam e Muhallà nessuna, è solo un modo diverso per indicare un uomo religioso, però il termine Imam noi lo diamo a persone di grande spicco per la nostra cultura, come i 12 Immam, ma siamo tutti Muhallà. L’Ayatollà è un grande capo, si rifà all’antica tradizione sciita, ed è per noi il leader de Paese; mentre i Muazzin sono i laici che effettuano il richiamo alla preghiera.
E-Come vedete le altre religioni?
I.E-Accogliamo tutte le religioni. Tutti sono protetti da Dio. Bisogna comportarsi rettamente, nessuno sbaglia, bisogna però essere guidati.
E-L’Islam ha mille sfaccettature e al suo interno vi sono differenti gruppi religiosi, come i Sufi, i Baha’ì, i Sunniti; come vi interfacciate con loro?
I.E.-Siamo aperti a tutte le religioni, purché non siano contro la morale e superficiali. Per noi l’importante è il fine, l’avvento in Paradiso, il comportarsi in maniera corretta, il donare e il donarsi: molte religioni hanno un mezzo differente per raggiungerlo, ma non c’è nulla di sbagliato. I Sufi sono musulmani, ma alcune di queste forme religiose, nei secoli, hanno perso la loro purezza e questo non viene accettato, perché è contro i principi del Corano. I Sunniti hanno una via di trasmissione differente, loro non aspettano l’ultimo Imam, ma accettiamo la loro presenza nel paese, commerciamo e cerchiamo di dialogare con loro. Molte volte, questo è avvenuto anche per la religione cristiana, la storia, l’economia e le conquiste hanno cambiato l’evolversi del pensiero e snaturato la dottrina originale.
E-Cosa pensa dell’Iran di oggi?
I.E-È un paese migliore, lontano dalla corruzione e dalla perdizione. Anche se spesso vi sono delle proteste, perché la gente vuole sempre di più e non riesce a capire che alcune azioni vengono effettuate per migliorare la vita delle persone. In questi giorni di grande dolore per il Paese io sto dalla parte della vita. Capisco che alcune misure prese nei confronti della popolazione sono rigide, ma solo con il dialogo si può andare avanti e non con la rivolta.
E-Cosa pensa di Facebook e Internet? Ho visto spesso cartelloni che li condannano.
I.E-Io uso internet per comunicare ed è un mezzo davvero incredibile, ma sono contro tutto quello che non nasce con questo scopo. Facebook viene usato in maniera sbagliata, spesso si danno informazioni errate sulle persone e può davvero rovinare le persone. I giovani sono schiavi, spesso non ci si rende conto che i telefonini sono degli oggetti, ma si usano e trattano come se fossero persone. Sono contro quello che snatura l’uomo e non c’è molta differenza fra un telefonino e l’alcol o le droghe: cambiano l’essenza di una persona.
E-Come vivono le donne in Iran?
I.E-Sono libere, studiano, viaggiano, lavorano, come lo è sempre stato. Non c’è distinzione di genere nei lavori. Bisogna insegnare ai non musulmani a non pensare all’Iran come ad un Paese dittatoriale. Mi rendo conto che quello che sta accadendo oggi è terribile, ma l’esasperazione che ha portato alle manifestazioni è per motivi che riguardano l’economia del Paese e l’impossibilità di inserirci nel mercato mondiale.
E-Perché le donne indossano il velo?
I.E-È una scelta, noi indossiamo il velo per rispetto a Dio, per noi è importante che le donne siano protette da sguardi indiscreti e dai pericoli. Solo chi vuole indossa il Chador.
E-Come mai durante i giochi olimpici, durante le gare di atletica, le donne parti nude vengono censurate?
I.E-Per noi il corpo è estremamente personale, mostralo così liberamente è proibito e le atlete spesso corrono con degli abiti troppo poco coprenti; non vogliamo che le persone si dimentichino che è sport quello che stanno osservando e che la fatica degli atleti venga sminuita, perdendosi nell’osservare i corpi nudi.
E-Come si relazionano gli altri Paesi?
I.E- Siamo uno Stato aperto, ma autonomo; importiamo poco e riusciamo a vivere di quello che abbiamo. Siamo spesso minacciati, ma questi sono giochi di potere, la religione non è parte di questo sistema. Oggi la situazione è molto complessa a causa della guerra in Ucraina, dell’uscita dalla NATO e dalla crisi causata dal COVID. Sono convinto che dialogare anche con le super potenze potrebbe portare alla pace.
La Proto-Rivoluzione
Le ultime proteste hanno incrementato la convinzione di tanti giovani che il futuro sia in Europa; molti ragazzi si stanno preparando a lasciare le loro famiglie e partire. Il problema principale lo hanno i maschi che, nel caso in cui non abbiano scontato il servizio militare, non possono lasciare il Paese, a meno che non depositino una grande caparra come pegno. Molti hanno intenzione di non ritirarla mai e di andare lontano.
Fortunatamente c’è chi ancora crede nella Persia: i giovani che rimangono qui stanno facendo sentire la lor voce; combattono e utilizzano Internet per mostrare al mondo cosa sta accadendo. Molti miei amici, che sono sparsi dal nord al sud del Paese, sono convinti che queste manifestazioni possano portare alla Democrazia, senza più dittatori, né embarghi.
Nasser
Nasser nel suo giardino a Teheran, a parlare di politica, libertà e letteratura
In questo parlare di cambiamenti mi viene da pensare a quanto il Paese sia stato sconvolto dalla presenza religiosa, a cosa sia cambiato per chi, come il mio buon amico Nasser, ha vissuto un cambiamento diretto. Nasser è una guida turistica di sessant’anni. Vive a Teheran e ha due figlie. Quando era giovane, aiutato economicamente dai genitori, intellettuali e laureati, era andando a studiare a Napoli. Era il 1971. La Rivoluzione lo aveva costretto a tornare.
E- Come sono stati i tuoi anni in Italia?
N- Bellissimi. Ricordo sempre con piacere quel tempo in cui ero giovane e spensierato. L’unica cosa che dovevo fare era studiare e rendere i miei genitori fieri di me. Arrivavo da una buona famiglia, che aveva come sogno quello di rendermi colto e felice. Mi hanno permesso di studiare a Napoli. L’Italia di quegli anni era davvero un sogno per noi persiani: i film di Pasolini, le città antiche, la storia.
E- Cos’è successo quando sei tornato?
N- Quando sono tornato in Iran nel 1983, mi ero appena laureato. Avevo intuito dai titoli dei giornali che il mio Paese era cambiato, ma quando sono arrivato in aeroporto, pensavo fosse uno scherzo. Non riuscivo a credere al vuoto, al senso di silenzio e all’inquietudine: ricordo che tutto era scuro; le donne erano avvolte nei chador neri, gli uomini nascosti dietro folte barbe. Nessuno rideva, c’era il silenzio che anticipa la tempesta. Mio padre era invecchiato, ma non era vecchiaia: erano i segni della delusione per aver voluto una Repubblica, che invece era una dittatura. Tutto era diventato irriconoscibile, persino i miei amici erano cambiati: ricordo che in pieno agosto erano venuti a salutami con le barbe lunghe, il passo pesante, la mente indottrinato; avevo sentito il freddo che si prova a gennaio. Avevo lasciato un paese colto, pieno di fiori e di progetti per i giovani, per tornare in una cartolina scolorita, dove nessuno era rimasto uguale e non c’era speranza per il futuro.
E- Com’è l’Iran di oggi?
N- Oggi l’Iran è un giovane leone in gabbia che sta cercano di rompere le sbarre. Ruggisce e cerca di mordere chi lo sta imprigionando. Sono i giovani e le giovani ad avere questo coraggio. Grazie a Internet e all’istruzione i ragazzi sanno come si vive in Europa e vogliono imitare i loro coetanei. Tutti studiano l’inglese, diventa un lasciapassare. Saranno loro a dare un nuovo futuro all’Iran. Magari contrattando con questo governo, perché è molto difficile rovesciarlo, ma le cose cambieranno a poco a poco. Me lo sento.
Andiamo a Catania per conoscere Associazioni incredibili e visitare una quartiere poco conosciuto: Librino.
Abbracciata dal Mar Ionio e protetta dalla vetta dell’Etna, Catania è la culla degli elementi, che qui si toccano e si sfiorano: cielo, fuoco, terra e mare dialogano con il passato greco, arabo, spagnolo e normanno.
Il mercato di Catania, fra scatoloni, pesce fresco e piccioni
Instancabilmente la città coinvolge il viaggiatore, in una scoperta unica: dall’ordinato quartiere Librino, realizzato dal giapponese Kenzò Tange, al caotico e odoroso mercato ittico; Catania è così quotidianità, storia e modernità.
Storia
Dalle origine preistoriche fu casa per greci, romani, ostrogoti e ciclopi. In seguito, i canti dei muazzin arabi invasero le strette vie della città, per poi essere zittiti dai vespri siciliani dell’occupazione angioina. La dominazione spagnola modificò ancora una volta la sua struttura, imponendosi anche nella lingua. Per i catanesi, infatti, andare “alla Playa”, non è solo un retaggio degno di una canzone dei Rigueira, ma un modo per indicare il litorale, che si estende per 18 chilometri. Con queste sfaccettature la città palleggiò fra il controllo dei Savoia e quello borbonico, per diventare parte del Regno d’Italia nel 1860. Nonostante la furia dell’Etna e di terremoti, che la distrussero più volte, la città fu ricostruita, con un progetto urbanistico Giovanni Battista Vaccarini, di cui si riflettono gli influssi di Juvarra, Bernini e Raguzzini. Grandi viali e nuove fabbriche, la trasformarono in una Coketown, degna di un romanzo di Dickens, ma con l’energia del Mediterraneo.
Nell’Aprile 1907, piazza Giovanni Verga, divenne sede della seconda esposizione agricola siciliana. Lo stile Liberty face da padrone, con linee morbide che competevano con la virtuosità barocca onnipresente in città: chioschi, giochi d’acqua e il tram elettrico resero Catania un baluardo di modernità e sfide ingegneristiche. Nel 1905, in via del Gazometro, alcune fabbriche dismesse divennero il deposito dei materiali elettrici dei tram, che sostituirono i malinconici omnibus usati dalla nobiltà: conducendo i passeggeri lungo i binari disposti fra le vie del centro e la spiaggia si apriva una nuova era.
Nel 1943 la città fu mutilata dalla devastazione della guerra, che si abbatté sui suoi lavatoi, sulle case barocche e sulle botteghe cittadine, come la storica oreficeria dei fratelli Russo. Dalle ceneri rinacque l’ultima Catania: divenne la seconda città più grande della Sicilia, oggi terzo scalo aeroportuale d’Italia e prestigiosa sede universitaria. Una città frizzante ed energica.
Dritti a Librino
Vi consiglio di dirigevi al quartiere Librino per conoscere i Briganti. Non fatevi spaventare dal nome! Librino sta fiorendo grazie a delle Associazioni culturali che credono davvero nella città e proprio noi possiamo aiutarlo ad abbattere la sua fama.
Entriamo attraverso la Porta della Bellezza, il più grande basso rilievo in terracotta al mondo e dal murales il Cantico di Librino, realizzati da Antonio Presti. Due opere che danno voce e forma agli abitanti di quest’area della città.
Il quartiere nacque nel 1976 con la promessa di essere la nuova zona multifunzionale della città. La struttura urbana fu commissionata all’architetto giapponese Kenzò Tange, che realizzò un centro ordinato e funzionale. Purtroppo la mal gestione delle risorse e la subitanea perdita di fiducia dei catanesi lo impoverirono, sino a degradarlo: ma in questi ultimi anni, Librino sta rinascendo.
Il quartiere è conosciuto in Italia per un grande merito sportivo: la squadra di Rugby. Lo sport è quindi diventato un mezzo per la rinascita di Librino e per il futuro di ragazzi e ragazze che lo abitano, grazie all’Associazione sportiva i Briganti. La passione e il sacrifico di tutti i briganti e le brigantesse ha permesso di ripristinare lo stadio: dalla partita al terzo tempo, le famiglie sono unite in progetti di associazionismo con altre realtà di Catania, come il bar libreria GammaZita. Ogni giorno si battono contro l’abbandono scolastico e l’impoverimento del quartiere.
Un sorso di…
Durante le vostre passeggiate vi imbatterete nei tanti chioschi che vendono limonata fresca. Lasciatevi tentare e non ve ne pentirete! Continuate verso il castello Ursino e dirigetevi da GammaZita. Qui Veronica, Daniele e i ragazzi dell’associazione vi conquisteranno con cocktail deliziosi e prodotti a chilometro zero.
GammaZita: un luogo imperdibile
Consigli di lettura:
Visitate la libreria di GammaZita, vicino al bar. Troverete delle piccole perle, selezionate da Veronica.
Alla scoperta di una delle isole più suggestive di Venezia: San Lazzaro degli Armeni, fra leggenda e realtà.
Venezia è la città d’acqua per eccellenza, amata in tutto il mondo per il suo aspetto romantico e merlettato, per le vicissitudini di Casanova e delle cortigiane, ma è anche una città bohemian, contemporanea, misteriosa, buia, rude, prepotente e nobile al tempo stesso.
La città avvolta dalla nebbia
È l’ambientazione amata da Corto Maltese per compiere i suoi loschi affari, il lido in cui Thomas Mann incontrò la personificazione della sua fine, la sala di registrazione di Paolo Sorrentino e del suo Young Pope, il palcoscenico in cui Maria Callas fece vibrare la sua potente voce.
Il caso Banksy
Oggi Venezia vive il grande dibattito riguardo la street art, in quello che possiamo definire “il caso Banksy”. Nel sestiere di Dorsoduro, nell’unico civico numero 2 della città, si può ammirare “Migrant Child”, il graffito creato dallo street artist la notte dell’8 maggio 2019.
Banksy “Migrant Child” durante l’Acqua Granda del 2019. Foto @erikamattio
L’opera, che ricorda la disparità di trattamento sui migranti e la responsabilità della collettività, sta perdendo i suoi contorni e la sua brillantezza. Dal 2019 ad oggi la città ha affrontato i segni del global warming, a partire dalla spaventosa ondata di acqua alta del 12 novembre 2019, alle piogge torrenziali dell’estate 2023. Il Banksy di Laguna è stato succube delle scelte del clima, affondando e riemergendo dalle acque del Rio Novo. Questi fenomeni hanno reso i colori della bimba che tiene in mano il faro più deboli e preoccupato i cittadini.
Come fare? Le opere di street art devono coesistere con il clima e la quotidianità: il loro degrado è parte del fenomeno espressivo che li caratterizza. Inoltre, per legge, nessuna opera più essere restaurata se ha più di 70 anni o se il suo artista è vivente (Art. 5, comma 5, Codice dei beni culturali). Il caso Banksy è però esente da tutto questo: l’opera è recentissima e Banksy è più vivo che mai.
Il sottosegretario di Stato alla cultura, Vittorio Sgarbi, ha proposto il restauro dell’opera, perché di interesse artistico e culturale (Art. 2, comma 2, Codice dei beni culturali) e considerato Patrimonio artistico dell’Umanità. Inoltre vi è un’ulteriore aggravante: l’opera è stata realizzata abusivamente, senza consensi da parte dei proprietari dell’immobile, né dal Comune di Venezia. La scelta va contro quello espresso dalla legge, ma è la proposta per non perdere un’opera che ha ormai lasciato un segno indelebile sulla città nonostante abbia “la fedina non completamente pulita”. In questi controsensi, coloro che si occupano di questa decisione hanno più potere rispetto all’artista stesso.
Cosa ne pensano gli steet artist e l’autore Banksy? Banksy e gli street artist difendono la matrice da cui parte il concetto stesso della loro arte: le opere devono seguire il volere della natura e la loro distruzione è un atto inevitabile.
Storia
Venezia non è solo Rialto e San Marco: è un comprensorio di piccole e grandi isole sconosciute, di realtà culturali nascoste, che vi condurranno in un viaggio fra le cortisconte (nascoste) di questa isola a forma di pesce.
Vi conduco in un’isola poco conosciuta, dalla dimensione religiosa e culturale: l’isola di San Lazzaro degli Armeni. Da riva degli Schiavoni raggiungete l’imbarcadero D, con una corsa (7,50euro) potete andare e tornare dall’isola. Salite sul battello numero 20. La prima fermata è San Servolo, un antico Manicomio, ora Museo di anatomia, hotel e sede universitaria; successivamente raggiungerete San Lazzaro.
Il chiostro e il campanile di San Lazzaro
La storia di quest’isola è singolare. Agli inizi del 1100 fu sede benedettina, in seguito divenne parte del sistema sanitario della Serenissima: il nome non è casuale, San Lazzaro, poiché, come la dirimpettaia isola del Lazzaretto Vecchio, fu padrona delle sorti di molti malati che qui, morirono. Terminato il suo ruolo di lebbrosario, che fu conferito all’isola del Lazzaretto Nuovo, nell’area nord della Laguna, fu abbandonata. Solo nel 1700 il filosofo ed erudito Mechitar, scappato dalle persecuzioni ottomane vi si stabilì, ricevendo dal Consilio dei Dieci, l’ordine senatorio della città, la possibilità di fondare la propria comunità e di ridare vita all’isola, che ancora oggi splende ed è famosa per il roseto e la marmellata di rose che gli undici monaci confezionano in primavera.
Un’altra storia incredibile prende voce su quest’isola: nel 1907 un giovane campanaro georgiano, Bepi del Giasso (Beppe del Ghiaccio), trascorse mesi come seminarista. Di chi si trattava? Del giovane Stalin, che trascorse un periodo in Laguna prima di scappare a Berlino. La sua fama di campanaro era nota in città, in quanto si divertiva a suonare le campane con ritmo insolito e lasciava spesso il monastero per girovagare in piena notte a Venezia.
Vista sulla Laguna Sud
Appena arriverete sull’isola apprezzerete il catamarano Armenia, purtroppo ferito dall’acqua alta di Novembre 2019, la torretta di avvistamento, dalla quale potrete ammirare un tramonto incredibile proiettati sulla Laguna sud e gli alberi da frutto. Dirigendovi verso l’ingresso vi accoglierà la statua di Mechitar e un’iscrizione marmorea di Lord Bayron, in cui viene indicato il suo affetto per quest’isola e per il popolo armeno.
La visita del monastero è sorprendente: con un a guida armena, al costo di 6 euro, verrete condotti nel chiostro, nelle splendida chiesa affrescata e all’interno delle stanze dei monaci. Incontrerete le macchine tipografiche utilizzate sino al 1900, i preziosissimi doni che venivano scambiati con la comunità armena, fra cui un sarcofago con mummia egizia e l’incredibile biblioteca, la più antica e ricca della Laguna, con circa 170 mila volumi provenienti da Europa, Africa e Oriente.
Terminata la visita assaggiate la marmellata alle rose, preparata con un’antica ricetta caucasica e, con l’animo e gli occhi gremiti di storie da raccontare, ritornerete a Venezia.
Un sorso di..
Di ritorno dal vostro viaggio nella Laguna Sud, vi consiglio di sostare presso la Vineria all’Amarone. Il locale è un osteria veneziana autentica, i cui assaggiare i tipici cicchetti, preparati da Nicole e Antonella e accompagnarli con gli oltre 50 tipi di vino da abbinare, consigliati dai sommelier. Il costo medio si aggira sui 20 euro a persona. La qualità e la varietà dei piatti valgono davvero l’assaggio, accompagnati da un sorso, o anche due, dei vini selezionati.
Vineria all’Amarone, calle dei Sbianchesini 1131, Sestiere di San Polo.
In battello verso San Lazzaro degli Armeni
Consigli di lettura:
Ugo Pratt, Corto Maltese: corte sconta detta arcana, Einaudi, 1996
Tiziano Scarpe, Venezia è un pesce, Feltrinelli, 2000
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