Fra il latte degli alberi e il sangue dei bufali

L’incredibile limbo fra la vita e la morte. Viaggio di conoscenza dei funerali Toraja: un rituale antico, nell’isola di Sulawesi.

La popolazione Toraja vive sulle montagne dell’isola di Sulawesi, in Indonesia. L’incontro con questa cultura è davvero mistico. In un luogo ameno, fatto di dura vita fra campi e risaie, si celebra la morte e la vita. La morte è parte dei rituale più imponente: i defunti vengono imbalsamati per anni sino a quando non vengono raccolti abbastanza soldi per poter organizzare la celebrazione. Entriamo nella terra Toraja.

I funerali Toraja: un rituale antico, nell'isola di Sulwesi.

Immagine. Case Toraja, isola di Sulawesi

L’Isola di Sulawesi fu baluardo del più grande porto commerciale olandese del XV° secolo, con la capitale Makassar, in cui oggi, sotto un Islam serrato, è possibile ritrovare i fasti del passato della Compagnia delle Indie, all’Interno di Fort Rotterdam. Con un piccolo volo interno partiamo per Tana Toraja – al ritorno, ci sposteremo con bus locali per visitare il sud dell’Isola e tornare a Makassar – ma questa è un’altra storia. Seduti vicini in un micro-aereo, partiamo. Siamo pronti all’avventura antropologica tanto sognata: Palapu, Tana Toraja. Siamo già vestiti di nero, il colore che caratterizza i funerali Toraja. Arriviamo in aeroporto e un signore un po’ sdentato mostra la nostra foto al cellulare: è Paulus il nostro corrispondente! Tutti ridono per il metodo alternativo di riconoscere i clienti. Saliamo sulla macchina, guidata da Stephan, un signore dallo sguardo gentile e partiamo per il nostro viaggio. Paulus parla molto e accompagna il viaggio verso le montagne di Toraja. È un’oretta di viaggio fra il verde delle risaie e il bruno delle strade franate da poco. Ci fermiamo per un pit stop veloce che serve a comprare le sigarette da portare in omaggio alla famiglia del defunto. L’auto procede e ci fermiamo in un luogo che sembra essere il parcheggio di una sagra. Voci, persone che si muovono, maialini appesi a del bambù (ancora vivi), ci accolgono in questo caos funebre. Un cartellone mostra l’immagine del defunto. Alcuni danzatori hanno impresso il suo viso nelle magliette rosse.

Immagine. Danzatori ai funerali Toraja

Seguiamo la folla: ospiti vestiti di nero e i membri della famiglia di bianco. Tutti sono seduti sotto case provvisorie dai tipici tetti a barca, e ascoltano due speaker che parlano, cantano e dirigono il funerale. Arrivano danzatori, bambini che suonano il flauto, sotto l’odore forte di sangue, escrementi e carne arrosto. Vicino a noi, alcuni maialini cercano di scappare, consapevoli del loro destino. Entrano danzatori e bufali. Fra questi due giganteschi bufali albini, simbolo di ricchezza e prosperità. La cerimonia è lunga, fatta di processioni e doni, che confluiscono nella casa centrale in cui giace il corpo del defunto, morto 5 anni fa. I defunti rimangono in casa, imbalsamati con la formalina, e aspettano il giorno in cui la famiglia riuscirà ad avere il denaro necessario per avviare il funerale. I parenti, arrivati anche dagli Emirati e dall’Olanda hanno aspettato molto per poter dar vita a questo funerale dove ci sono quasi 1000 ospiti. Veniamo salutati dalla figlia del compianto, cui doniamo le sigarette comprate poco prima. Un po’ impacciati la salutiamo: non sappiamo se fare le condoglianze o chiedere come va. Tutti però sembrano essere sorridenti e preoccupati che la cerimonia riesca bene. Molte persone si fanno selfie con noi e Paulus scatta foto con i famigliari, come se fossimo a un evento qualunque. Riceviamo un invito ad andare a mangiare nella parte dedicata agli ospiti. Superiamo le cucine, dove sta stufando un bue e ci sediamo con una decina di uomini. Ci viene offerto un delizioso caffè zuccherato, banane fritte e dolcetti. Mangiamo e ci presentiamo agli altri ospiti. Paulus ci racconta la tradizione Toraja e ci inviata ad andare a vedere il sacrifico dei maiali. Fortunatamente sono già stati uccisi e vediamo solo la loro cottura: un forte impatto con la morte, che però, in Toraja, è simbolo di vita. Ogni animale sfamerà tante famiglie e darà modo ai più poveri di non sentire i morsi della fame per alcuni giorni. Rendiamo omaggio al defunto, incontriamo il figlio che arriva da Amsterdam e ripartiamo. Il viaggio continua in questa terra verde, fatta di uomini e donne che lavorano duramente la terra, bufali che si rotolano nel fango, ignari del loro valore rituale, e bambini che giocano liberi nei cortili con le case dai tetti a barca. Il nostro spostamento continua proprio verso queste case, alla scoperta della loro storia e della vita di coloro che vi abitano. Vediamo alcune tombe lungo il percorso ‘stone graves’ dove vengono sepolte intere famiglie. Ammiriamo i campi verdi e ascoltiamo i racconti di Paulus, guidati dal buon Stephan. I loro nomi sono cristiani: un pregio per i Toraja, una discriminazione nel resto del Paese, legato a valori islamici. Molti Toraja si trasferiscono a Papua, uno dei pochi luoghi dell’Indonesia in cui viene accettata la loro diversità religiosa. Saliamo in cima alla montagna che si affaccia sulla città e per poi visitare il mercato degli animali: bufali, maiali, polli, tutti in centro città, in attesa di essere comprati. Tutto nell’aria odora di pollo e di fumo, un odore che ci porteremo dietro per un po’.

L’auto ha sempre una colonna sonora natalizia, perché da agosto, i Toraja iniziano a pensare al Natale. Visitiamo un villaggio Toraja e ci rechiamo nella grotta in cui, un tempo, venivano sepolti i defunti: nonostante fosse proibito trafugare i luoghi di sepoltura, molte tombe sono state aperte e gli scheletri derubati dai loro corredi. Per questo, oggi, i morti vengono seppelliti con pochi gioielli. In questa grotta fatta di stalattiti e stalagmiti troviamo antiche casse piene di ossa e crani, che ricordano il passato della città. Ci sono scheletri ovunque, gettati alla rinfusa, quasi come se fossimo al Cimitero delle Fontanelle di Napoli. Una volta all’anno, se non ci sono funerali nella zona o ‘malati parenti’ – i defunti imbalsamanti all’interno delle case – la comunità viene a ripulire la tomba ed è l’unica concessione per poter toccare le ossa. Durante la nostra visita dobbiamo stare attenti a non calpestare tibie e ulne, che sono disseminate lungo il cammino. Avvolti da questo alone di mistero e tradizione, riprendiamo l’auto alla scoperta “dell’albero dei bambini”. Camminiamo in un percorso avvolto dalla vegetazione e davanti a noi compare un gigantesco albero con delle porticine: qui sono seppelliti i bambini ‘senza denti’, i lattanti.

L’albero è speciale, perché, tagliandolo, esce linfa bianca, simile al latte di cui si nutrono i bambini. In questo modo, idealmente, i bambini non muoiono, ma crescono con l’albero in un ciclo perfetto.

Immagine. L’albero dei lattanti, Toraja

Quando i bambini nascono, la placenta viene piantata nel terreno di casa, segno che, nonostante si scelga di vivere lontano da Tana Toraja, una volta morti si deve ritornare. Proseguiamo e ci dirigiamo verso i campi di riso. Passeggiamo fra filari di riso in cui vengono allevati anche pesci e anguille: un modo unico per poter avere il pesce anche in un luogo di montagna. Dopo una notte passata all’interno di una tradizionale casa Toraja, ci aspetta il confronto fra la morte e la vita: torneremo al funerale, partecipando al sacrificio dei buoi e festeggeremo un matrimonio.

Si torna al funerale del giorno prima: ci sono tantissimi bufali e la lotta di potere fra le famiglie si manifesta in questo momento. Tutti vogliono che uno dei loro animali venga sacrificato. Qui si decide quale bufalo debba andare alla chiesa, quali debbano essere sacrificati e quali venduti. Rimaniamo tanto tempo ad osservare la contrattazione, mentre lo speaker anima il momento. Il tempo dell’attesa rende tutti pazienti: gli invitati al funerale mangiano, le ragazze si truccano, gli ospiti vedono questo momento come una festa. Il figlio ‘olandese’ ci riconosce, viene a stringerci la mano e ci spiega cosa sta accadendo, mentre la sorella ci offre un dolcissimo the. Lo speaker cambia tono: sta per succedere qualche cosa. Un uomo con una bomboletta spray marca degli animali con numeri consequenziali: sono i bufali che andranno alla chiesa. Sempre con lentezza il rituale continua per quelli che andranno sacrificati. Succede qualcos’altro: un bufalo deve essere scambiato con un altro. Esulta la famiglia vincitrice, durante questo scambio, mentre chi ha perso sbuffa. Sono giochi di potere che si consumano solo nei funerali della Casta Oro, legata alla ricchezza o alla nobiltà. La popolazione è ancora divisa in caste: la più alta, legata alla nobiltà del passato è la Casta Oro, poi i rappresentanti della Casta del Governo, segue la Casta delle Palme a cui appartiene la classe media, infine la Casta di Legno, quella più povera, i cui funerali durano pochi giorni e si può sacrificare solo un bufalo. La classe ricca spesso è arrogante e la lentezza è un modo per enfatizzare il loro potere, intrattenendo al massimo il pubblico. I loro funerali possono durare più dei 5 giorni canonici.

Immagine. Invito al matrimonio, sposi e parenti

Ci spostiamo per celebrare gli sposi che ci hanno invitati al loro matrimonio. In realtà c’è similitudine con i funerali: una grande festa, in cui le persone vengono convogliate sotto grandi gazebo di bambù, animati da uno speaker. Anche qui c’è odore di carne e un gran via vai di persone:  le ragazze sono vestite con abiti da cerimonia colorati. Gli uomini sono eleganti e alcuni in smoking. Le persone ci stingono la mano, mentre passiamo sotto archi floreali. Sono tutti seduti sotto pergole e aspettano l’arrivo degli sposi, mangiando e fumando. Ci sediamo vicino al palco e assistiamo alla marcia nuziale: ballerine intavolano un ballo della vita, mentre sposi e parenti li seguono. Gli sposi sono vestiti in tonalità aranciate. La sposa ha un’incredibile impalcatura in testa. Una corona con un’acconciatura elaborata e un trucco molto marcato. Tutti ci offrono cibo e acqua in bicchiere sigillato: dalla torta di riso alle patatine fritte. Andiamo a salutare gli sposi, stringiamo la mano ai genitori e diamo il nostro regalo di nozze, un orologio da parete comprato al supermarket, su suggerimento di Paulus. Ci vengono fatte un sacco di foto mentre gli sposi, riconoscenti, ci ringraziano e ci invitano a mangiare. Prendiamo parte al buffet a base di riso, nuddles, pesce, pollo e maiale, e ci rinfocoliamo. Prima di andare alcuni partenti ci stringono le mani. Vogliono regalarci del maiale cotto nel bamboo, ma rifiutiamo, ci regalano allora della birra, che accettiamo, prima di tornare al funerale. Ora, nello spazio dedicato al funerale, tutto è diverso: c’è esaltazione e anche stanchezza. Sangue e sterco si mescolano.

Immagine. I bufali prima della mattanza

I bufali vengono sgozzati. Un potente colpo di coltello sulla carotide, che fa inginocchiare i re di questi Isola. Per noi è sofferenza, per le gente del posto è un momento di festa. Nella piazza dove prima c’erano i bufali, ora c’è un lago di sangue. Gli animali vengono macellati dopo la mattanza. Piedi insanguinati e gioia collettiva. Le teste degli animali, dai dolci occhi neri, sono poste come simbolo. Tutti gioiscono in questo rituale di forza e santità. Il funerale è nutrimento per il popolo e tutti sono legati ad esso, nell’interminabile ciclo della vita.

Il Cielo Aperto di Ruggero Romano

Ci nutriamo di emozioni, ci dissetiamo di energia e respiriamo storie: lui è Ruggero.

Il cinema non è solo un luogo in cui vedere film, ma è un processo partecipativo della storia della comunità e Ruggero è parte di questo processo. Con le sue pellicole mette in luce la bellezza e la durezza della realtà che lo circonda.

Venite a conoscerlo, ascoltando la sua voce energica e la sua risata contagiosa.

Le ombre di Vancouver e il cielo aperto su Venezia

Ruggero ha iniziato la sua carriera da regista in Canada, a Vancouver, mentre lavorava come lavapiatti in un ristorante confinante con l’area destinata alla comunità dei senzatetto. Ben presto, con la curiosità che lo contraddistingue, ha cominciato a entrare in contatto con gli abitanti della zona, rendendosi presto conto di avere a che fare con persone speciali e che la sua missione fosse quella di raccontare le loro storie, essendo invisibili agli occhi della società. Così ha dato forma al suo documentario “V6A” che prende il nome dal codice postale dell’area, amplificando le voci della comunità dei senzatetto di Downtown Eastside Vancouver. L’obiettivo era quello di ispirare la gente del posto e dissolvere lo stigma proiettato sui senzatetto, le dipendenze e la salute mentale. 

Intervista fra un vasetto di Yogurt e un piatto di Progetti
Intervista fra un vasetto di Yogurt e un piatto di Progetti

Tornato in Italia ha scelto di vivere a Venezia. Proprio nella Serenissima ha girato il docufilm “Cielo Aperto”. Lo abbiamo seguito nelle riprese che si sono protratte dal periodo pandemico a oggi: con la sua telecamera orientata verso le problematiche della città e il suo sguardo rivolto alle soluzioni possibili per risolverle. Il trailer è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2022 e, oggi, è proiettato nelle sale veneziane, fra cui prestigioso Cinema Rossini di Venezia. Protagonista è Venezia, ma non la solita città stereotipata. A bucare lo schermo sono le parti più nascoste e resilienti: persone, chitarre, vele e gabbiani. Un successo che rende orgogliosi i Veneziani e le associazioni che, qui, hanno espresso il loro amore per Venezia.

In viaggio con Ruggero

Ruggero è davvero cittadino del mondo: produce e distribuisce film di impatto sociale attraverso la sua organizzazione “Movies Move Us”. Ama le persone, il jazz, la capoeira ed è sempre felice di sostenere i registi nel loro viaggio per raccontare storie significative.

Sono Ruggero, documentarista e sognatore. Da Torino mi sono trasferito in Canada per seguire il mio sogno di fare documentari. Da lì ho scoperto il mio grande amore per il “cinema ad impatto sociale”. Per 5 anni ho girato documentari che comunicassero le storie delle società marginalizzate. Quando sono uscito dalla scuola di Cinema di Vancouver, ho iniziato a lavorare come lavapiatti, in un ristorante che era al confine fra il distretto finanziario e il distretto dei Senzatetto. Un giorno lo chef mi urlò addosso “Hey man, butta l’organico, veloce!”. Di fretta, presi la busta dell’organico, corsi nella strada dietro il ristorante dove c’erano i cassonetti e…un coltello bucò la sacca. Tutto l’organico cadde per terra. Io ero agitato, mi misi in ginocchio, raccolsi il cibo con le mani e, mentre lo stavo facendo, mi accorsi che gli avanzi potevano essere il cibo per qualcuno.

I volti di V6A. Tratto dal docufilm V6A
I volti di V6A. Tratto dal docufilm V6A

In quel momento mi è caduto il cuore per terra: le mie mani erano sporche di cibo, a volte appena mangiucchiato; subito mi è rimbalzato addosso con un senso di scopo che mi ha fatto dire “Se voglio fare cinema, non è che posso fare una cosa fine a se stessa. Devo fare qualcosa che abbia un impatto. Che possa, in modo tangibile, cambiare la vita delle persone”. Questo mi ha portato a fare un documentario che potesse amplificare la vera voce della comunità dei Senzatetto. Venivano completamente snobbati e emarginati dalla città. Andavo a giocare a scacchi con le persone, per strada, nei centri comunitari. La gente mi ha accolto per “chi ero” e non per “quello che potessi offrire”. 

Ognuno è storia

Il documentario è uno spaccato di una realtà brutale, mitigato dall’essenza delle persone. Ognuno ha una storia e ciò che realizza Ruggero è farla ascoltare, senza giudizio

Da questa passione sono passati due anni; nel mio tempo libero giravo con la mia telecamerina per strada e poi montavo parti del documentario a casa, sul mio computer. Il sogno è diventato realtà. Abbiamo portato i Senzatetto in tv, in radio, fra la gente. Abbiamo sviluppato incontri di umanizzazione con membri della comunità che venivano completamente ignorati. Il cuore ha ritrovato il suo posto quando, dopo la presentazione in una scuola, i bambini hanno stampato la foto di uno dei membri della comunità, Mike, e gli hanno chiesto l’autografo. Quello che una persona qualsiasi avrebbe potuto chiamare “Senzatetto, sfigato, essere”, qui era un eroe. Questa è la vera forza del cinema: in un’ora può completamente cambiare la percezione di qualcosa”. 

Tutti possono essere eroi, come Mike
Tutti possono essere eroi, come Mike

“L’accettazione è stata un processo organico. Tutto è nato da una profonda curiosità. Vivendo e lavorando al confine fra questi due distretti, quello esageratamente ricco e quello profondamente degradato, mi sono sentito accolto dagli abitanti di V6A. All’inizio, quando lavavo i piatti, non avevo pensato di fare un film: non avevo mai fatto niente di così grande. Avevo raccolto delle testimonianze in un diarietto, che è stato il mio primo diario di vita. Lo usavo per raccogliere storie e offrire una pagina, uno spicchio di libertà a tutte le persone che incontravo per strada. Dopo vari mesi, i diari aumentavano. Mi sono detto “Ho tanto, troppo materiale: devo fare qualcosa”. In un attimo mi sono accorto che, i diarietti, erano quel qualcosa: sono stati il primo passo per fare. 

La partecipazione della comunità che fa la differenza

Il documentario non è solo andare al cinema e vedere un film, ma è un processo partecipativo della storia della comunità. Questo mezzo può veramente fare la differenza, come lo è stato “Cielo Aperto”. 

La locandina di Cielo aperto
La locandina di Cielo aperto

“Quando ero in Canada, mi sono chiesto: “Qual è la prossima comunità che può condividere il messaggio di resilienza e di rinascita a livello globale?” Durante la Pandemia ci ho pensato: Venezia. È una comunità in Italia che ha avuto una forte resilienza davanti alle Pandemie e si trova al centro di tante sfide sociali, culturali, ecologiche ed economiche, che sono riflesse in tutte le altre città con centri storici, in tutto il mondo. Quindi la Laguna, è al fronte di un incredibile numero di sfide e come Venezia reagirà, sarà di ispirazione e modello per tutte le altre città nel mondo. Sono venuto qua e mi sono mosso alla ricerca di storie: ma non dovevo cercare niente. Mi sono trovato al centro di una storia incredibile, ho conosciuto dei personaggi fantastici, che sono diventati tra i miei migliori amici e tante, meravigliose storie.

Ruggero alla presentazione di Cielo Aperto, Excelsior, 79esima Mostra del Cinema di Venezia
Ruggero alla presentazione di Cielo Aperto, Excelsior, 79esima Mostra del Cinema di Venezia

Venezia non è una città morente, decadente, ma è una città piena di vita, grazie anche a tutti i conflitti che sta vivendo. Tutti questi conflitti, compressi in una città con il centro storico sull’acqua, hanno l’opportunità di forgiare una comunità che può dare esempio e ispirazione in tutto il mondo. Quindi, il mio film, “Cielo Aperto” è un lungometraggio che raccoglie, in sei racconti, le storie delle persone più interessanti e più forti che sono a Venezia in questo momento

Io mi ispiro alle persone che incontro. Molte volte ho rivisto le scene, che sono parte del film, con coloro che ho intervistato, come Kaba. Vedere il suo sorriso, il suo essere sempre disponibile, i suoi occhi determinati, lo rendono un vero eroe. Persone come lui mi fanno svegliare con lo scopo di poter amplificare le loro storie e portarle alle altre persone là fuori. Noi siamo fatti di storie; siamo storie con le gambe. Quello che sento di dover fare è prendere queste storie in spalla e lanciarle in alto, il più possibile. Questo mi dà tanta felicità. Da questo la vita esplode. 

In sala al Cinema Rossini di Venezia
In sala al Cinema Rossini di Venezia

Quindi dico a tutti, “Credete sempre nei vostri sogni, perché è la cosa più bella del mondo”. 

Contatti : 

https://ruggeroromano.com/

Lanciano

Fra i Trabocchi e i Pizzi: una città di storia, mare e monti.

Fra la Costa dei Trabocchi e gli insediamenti sanniti di Monte Lucino, sorge una città ricca di storia e tradizioni: Lanciano.

Terra fertile, approdi marittimi e una posizione strategica, hanno reso Lanciano una delle città più ambite dell’Adriatico: si raccontano qui le vicissitudini dell’Abruzzo romano, medievale e moderno.

Storia

Anaxum era il nome latino di Lanciano. I Romani la scelsero come base commerciale e, ancora oggi, si può visitare la città sotterranea superando ponti e strade di pietra. L’architettura dell’urbs romana è ancora percepibile: il tempio di Marte è oggi sostituito dal Duomo, mentre cardo e decumano tagliano i quattro rioni, ricostruiti in epoca medievale e ampliati nel Novecento.

Lanciano la città romana
Lanciano la città romana

Passeggiando fra il Corso principale e l’antico Ippodromo, si possono scoprire piccoli scorci di uno dei centri di produzione ceramica più importanti del passato.

Fra l’acqua che scorre copiosa, così tanto da dar vita alle decine di pastifici, e le meraviglie naturali, come le Gole di Fara San Martino, la storia, la natura e lo sport fanno da padrone. Dagli insediamenti Neolitici ai siti sanniti, dal medioevo alla Resistenza, Lanciano è la base di partenza per un viaggio di cultura, trekking e mare.

Bici e monti nei paesi dell’incontro

Imperdibile è una pedalata sulla ciclabile che costeggia la Costa del Trabocchi. Potete noleggiare la bicicletta per percorrere la vecchia linea ferroviaria che costeggia il mare. Dopo il giro d’Italia 2023, sono sorti tanti murales dedicati al ciclismo, che accompagneranno la vostra pedalata, fra ristoranti sul mare a spiaggette rocciose. Fermarvi a fare un tuffo in sup, visitate i trabocchi dei pescatori fra Ortona, San Vito e Fossacesia. In questo giro incantevole concedetevi una sosta sulle spiagge di Fossacesia, accompagnati dalla dolcezza dei bocconotti e dal rumore delle onde.

I murales della Costa dei Trabocchi: a tutta bici
I murales della Costa dei Trabocchi: a tutta bici

Per gli amanti della montagna imperdibile è il borgo di Pizzoferrato. A circa una quarantina di minuti di auto da Lanciano, il paesaggio cambia, raggiungendo quota 1300 m. Casette in pietra, piccole chiesette e negozietti artigianali. Il cuore della storia contemporanea qui, batte forte: l’eco-museo realizzato dalla pro-loco Amelio De Iulis vi conduce in cima al Pizzo con un progetto che vi darà informazioni sulla Resistenza partigiana e gli sviluppi della Linea Gustav. Un borgo fermo nel tempo, in cui d’estate e nelle vacanze natalizie la famiglie si riuniscono in feste popolari emozionanti, dandosi appuntamento nella piazza centrale, nel paese dell’incontro.

La piazza di Pizzoferrato: il paese dell'incontro
La piazza di Pizzoferrato: il paese dell’incontro

Un sorso di…

Per assaggiare le prelibatezze d’Abruzzo non potete perdervi l’agriturismo “Il Parco”. Passeggiando all’ombra dei pioppi, nelle frazioni che ricordano le dominazioni del passato, fra via dei turchi e dei greci, raggiungente Casale Peruno e lasciate che siano i sapori della terra e della tradizione a farvi amare la cultura abruzzese.

Consigli di lettura

Riccardo Mezzatesta, Milano-Lanciano sola andata, 2022

Roberta Scorranese, Portami dove sei nata. Un ritorno in Abruzzo, terra di crolli e miracoli, 2019

Yóllotl: Musica e Arte Plastica per una Comunità Inclusiva

Un progetto veneziano che crea un ponte fra disabilità e migrazione: Yóllot.

Inclusione, scambi culturali e creatività sono stati gli ingredienti che hanno dato vita al laboratorio Yóllotl. Una realtà creativa che, assieme al Coro Voci Dal Mondo ha dato vita alla prima parte del progetto “musica e arte plastica per una comunità inclusiva”. Il laboratorio ha preso vita fra Venezia e Mestre, da Marzo a Giugno e ora…è pronto a decollare.

Grazie al sostegno economico della Fondazione Migrantes è stato possibile riunire più realtà veneziane: Coro Voci Dal Mondo, i laboratori Yóllotl, l’Associazione Italiana Persone Down sede di Venezia e Mestre, l’Associazione SOS diritti e l’Associazione Griots.

Arte con il cuore

Che cosa significa Yóllotl? Il nome deriva da Yolteotl che, nell’antica lingua messicana náhuatl, si lega alla creatività e alla spiritualità. Si compone della parola Yóllotl, che significa cuore e di Téotl, che indica Dio. Nell’unione di termini è quindi il “cuore di Dio”, inteso come l’unione fra mente e spirito, che dà vita ad una creatività spirituale.

I ragazzi dell'Associazione AIPD, nella creazione delle maschere. Foto @annavercellotti
I ragazzi dell’Associazione AIPD, nella creazione delle maschere. Foto @annavercellotti

Il progetto è quindi diventato l’unione fra cuore e mani, per raggiungere una coesione fra creatività, inclusione e spirito. Yóllotl ha avuto una durata di tre mesi e mezzo, toccando il Ramadan, la Pasqua e il Solstizio d’Estate. Un viaggio che ha permesso ai partecipanti di conoscere altre tradizioni, prendendo parte al viaggio di scoperta attraverso culture, lingue e abilità differenti. Tutto si lega al significato di Yóllotl: gli abiti incarnano il cuore di queste popolazioni e gli spiriti degli antenati che continuano a trapassare il tempo. I partecipanti al progetto hanno conosciuto le tradizioni di altri Paesi, legandosi alla spiritualità e al lavoro di gruppo.

Gli abiti Munganji hanno rappresentato lo spirito degli antenati. Nelle tradizioni sub-sahariane i ballerini vestono tute integrali e danzano durante le cerimonie. I BWA indossano abiti che di tradizione animista. Sono maschere lignee molto pesanti e grandi, utilizzate oggi in rituali e danze. Spesso vi sono disegni e linee che creano un dialogo fra la divinità e coloro che le parlano. I Surma sono pastori etiopi: le loro maschere sono spesso dipinte sui corpi d’ebano. Sono linee e punti di bianchi che rappresentano la personalità di chi le indossa. Giungendo in Cile sono stati realizzati gli abiti delle comunità Kawesqar. Dal 2009 è stata designata come Tesoro Umano Vivente dell’UNESCO. È una comunità ormai estinta, legata alla natura, alla pesca effettuata con le canoe e alla lingua millenaria. L’idea di presentare questo tesoro della cultura è stato un modo di portare l’attenzione alla precarietà delle tradizioni meno difese. Infine si è arrivati in Messico, con i danzatori Chinelos. Gli abiti prendono in giro i conquistatori spagnoli che possono permettersi di fare festa mentre il popolo lavora per loro. Vengono proposte danze energiche con abiti lunghi, che creano effetti ottici in chi ammira.

Voci sul campo

“E’ stata un’esperienza intensa che ci ha davvero arricchiti – racconta Concepciòn Garcìa Sànchez, la guida del laboratorio – ognuno di noi è cresciuto in questo viaggio fra la creatività e l’inclusione. Il progetto è stato gestito in tre sedi e ognuno ha dato prova di essere responsabile e coinvolto in questa esplorazione creativa. Le mani, i tessuti e i colori si sono davvero intrecciati in un cuore, con spiritualità, come dice il nome Yóllotl. I partecipanti che hanno affiancato i laboratori, chiamati con una ”Call for volunteers” lanciata sui social, sono stati indispensabili. Grazie al Coro Voci Dal Mondo, a Fondazione Migrantes, Caritas,  Aipd , SOS diritti e Griots le nostre creazioni verranno presto presentate al pubblico. Il legame fra la musica e l’arte plastica continuerà nei prossimi mesi, con una serie di progetti in collaborazione con il Coro Voci dal Mondo. Restate sintonizzati”.

Una delle nostre collaboratrici durante il laboratorio Yóllot. Foto @annavercellotti
Una delle nostre collaboratrici durante il laboratorio Yóllot. Foto @annavercellotti

             “Per tutti noi il laboratorio Yóllotl stato un’esperienza memorabile – raccontano i ragazzi di Aipd Venezia e Mestre – all’inizio abbiamo combinato qualche pasticcio: la colla e la carta pesta non sempre sono state dosate bene; così come i colori, che a volte dovevamo ricreare per avere un buon risultato. Ci siamo divertiti e scoperto tanti trucchi del mestiere. Abbiamo imparato a riconoscere i tessuti e i materiali: la loro consistenza è diversa, come le maschere e i costumi che abbiamo creato. Ognuno di noi si è occupato di realizzare maschere diverse, collaborando e conoscendo persone splendide. Un’esperienza che porteremo sempre con noi.”

             “Il progetto Yóllotl ha dato ad ognuno di noi un’occasione per essere creativi e coinvolti – spiegano i ragazzi e le ragazze migranti– anche chi non parlava l’italiano ha imparato nuove parole. Ci siamo sentiti parte di un gruppo e nessuno aveva mai fatto un’esperienza simile. Abbiamo imparato a lavorare diversi materiali: alcuni oggetti erano simili a quelli delle nostre tradizioni, come braccialetti e pendenti. La creatività ci ha dato la possibilità di metterci in gioco. Portiamo con noi la consapevolezza che siamo tutti uguali e che le tradizioni di Paesi molto lontani tra di loro sono, in realtà, simili.”

Erika Mattio, Griots Venezia

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TatuFactory

Un viaggio fra la bellezza della natura e la simpatia degli animali, con Giulio e Veronica e il loro Tatu Factory

Veronica, Giulio vi faranno viaggiare in mille mondi, rispettando l’ambiente e gli animali.

Venezia ci trasporta in una nuova avventura che vi farà viaggiare dalla Via della Seta alle Ande. Con le illustrazioni di Veronica e l’animo da viaggiatore di Giulio, si parte alla scoperta di nuovi mondi, animali e colori.

Veronica e Giulio

“Siamo Veronica e Giulio, veneziani di nascita e compagni da una vita – racconta Veronica – Assieme abbiamo fatto nascere TatuFactory, un progetto creativo nato da circa un paio d’anni, dalla passione di Veronica per il disegno e dall’amore e il fascino che entrambi condividiamo per la natura e gli animali. 

Giulio, Veronica e la piccola Lavinia...il team TatuFactory
Veronica, Giulio e la piccola Lavinia…il team TatuFactory

Da sempre assidui viaggiatori, abbiamo tratto linfa e ispirazione dalle nostre mille avventure ed esperienze in giro per il mondo, aguzzando mente e vista alla ricerca di qualche avvistamento animale. Proprio da questo prende vita il nostro Logo, combinando due esperienze che per noi sono state incredibili ed indimenticabili: il nostro viaggio attraverso tutta l’Argentina, dove abbiamo avuto la fortuna di vedere l’armadillo (uno dei miei animali preferiti) e il viaggio attraverso l’Amazzonia brasiliana (mio posto del cuore da sempre). “Tatu” infatti in portoghese vuol dire proprio Armadillo. Ed ecco nascere quindi la fabbrica dell’armadillo, una tana colma di animali e vegetazione da scoprire e portare sempre con sé attraverso i prodotti che proponiamo. Dopo attente ricerche abbiamo selezionato felpe, t-shirts, tazze e vari accessori come zainetti, borse e astucci nel più possibile rispetto dell’ecosostenibilità e della sensibilità in filiera lavorativa. Tutto parte dai miei disegni originali, acquerelli su carta, che poi trasportiamo e lavoriamo in digitale e stampiamo sui vari prodotti.

Crediamo fortemente nel vivere il più possibile in armonia e rispetto con l’ambiente e tutti i suoi abitanti. Speriamo che le persone non smettano mai di stupirsi davanti alla bellezza e al fascino della natura, e che si valorizzi sempre l’importanza di ogni essere vivente, anche del più piccolo e magari meno amato grillo talpa”. 

Pronti a viaggiare con Giulio e Veronica? https://www.instagram.com/tatufactoryart/