In queste pagine vi aggiornerò sugli sviluppi del mio dottorato, viaggiando fra guerriglieri, cantieri e litanie.
In questi anni mi sono ritrovata a viaggiare con i carovanieri del sale in Etiopia. Lunghe marce sotto il sole del Dallol, per comprare i preziosi blocchi di sale e trasportarli fino al Tigray. Marce lunghe, spesso silenziose, allietate da morsi all’injira secca preparata dalle ragazze etiopi e dai versi buffi dei dromedari.
Notti sotto le stelle, cullati dal vento caldo del punto altimetrico più basso del pianeta e dalle leggende sulla Regina di Saba. Notti in cui occhietti vispi di bambini spuntavano dal nulla per osservarmi stupiti e giocare con gesti d’intesa.
Giornate lunghe, spesso massacranti, camminando su sabbia lavica e asfalto, interfacciandosi con guerriglieri e lavoratori cinesi. Giornate in cui l’Etiopia cambiava rapidamente il suo aspetto e silenziosamente si avviava alla guerra civile. In queste pagine vi aggiornerò sugli sviluppi del mio dottorato, viaggiando fra guerriglieri, cantieri e litanie.
In queste pagine scopriremo come Gibuti si trasformerà in una competitiva base aerospaziale e fulcro degli investimenti dell’impero del dragone.
Questa è la terra in cui il mare incontra lo spazio. Dove antiche tradizioni si mescolano a basi militari. Gibuti è la nuova Cina d’Africa. Un fazzoletto di terra strategico e leggendario, in cui vi porterò a conoscere il passato e il futuro del neocolonialismo cinese.
Avvolti dal profumo del mare e dai martellare di operai intenti a realizzare opere edilizie simili a quelle di Shangai, il porto di Gibuti è uno dei luoghi più significativi della Belt Road Initiative.
La nuova via della seta africana parte da qui: la sua rapidità entra in contrasto con il passo lento delle ragazze vestite di colori; le gigantesche navi ormeggiate sembrano balene contro le semplici barchette dei pescatori locali. La lingua cinese entra in contrasto con il francese parlato nelle piccole botteghe scolorite dal sole. In queste pagine scopriremo come Gibuti si trasformerà in una competitiva base aerospaziale e fulcro degli investimenti dell’impero del dragone.
Dal punto più caldo della Terra agli ultimi carovanieri del sale. Un viaggio fra guerriglieri, cantieri e litanie.
Dal punto più caldo della Terra agli ultimi carovanieri del sale. Un viaggio fra guerriglieri, cantieri e litanie.
Fra i colori delle solfatare del Dallol
La Dancalia è uno dei luoghi più inaccessibili della terra: temperature che superano i 70 gradi in estate, distese di sale e guerriglieri armati di sete di potere. La terra è verde, il vulcano Erta Ale erutta magma rosso e le tradizioni copte, vestono di bianco gli oranti.
La Dancalia è colore, tradizione e brutalità. Legata alle tradizioni ma offuscata dalla presenza cinese, che sta rapidamente investendo nell’estrazione di sale e litio. Quel sale che fino al 2020 era trasportato dai carovanieri del sale e, ora, a causa del Covid e della guerra civile in Tigrai, viene trasportato da camion made in China.
Fra la Dancalia e il Tigrai
Giunta in loco ho potuto percepire la magnificenza di questo paese e rimanere affascinata da tutti i suoi contrasti. Uno dei luoghi dove la Terra mostra tutta la sua potenza, fra laghi di sale e pozze di zolfo, fra vulcani attivi e montagne verdeggianti, ma anche una delle aree più mistiche del Mondo, frapposta fra in un crocevia di credo religiosi e popolazioni ancorate alle pratiche tribali, avvolta dai colori dell’oro, del verde e del rosso, fra milizie e dromedari, fra le stelle dell’Africa e l’eco della cultura copta.
L’Etiopia è il luogo delle risposte: una parte di mondo che parla con le sue rilevanze archeologiche, le evidenze etnografiche e gli sviluppi geopolitici in atto. Una terra in alcuni punti favorevole alla vita, in altri arida e brutale, in cui rituali e tradizioni vivono in sinergia, fra il richiamo dei minareti che si alternano al canto dei patriarchi.
Questo lungo viaggio fra la Dancalia e il Tigrai, fra il sale e le croci copte, è stato intenso e toccante. La condizioni lavorative degli estrattori del sale e dei carovanieri sono l’elemento più difficile con cui confrontarsi: la loro dedizione e la loro debolezza, nei confronti di una tecnologia che avanza inesorabilmente, li rende vittime di un sistema spietato, che rischia di lasciarli privi dei loro unici mezzi di sostentamento. Una brutalità legata però anche ad una miglioria delle condizioni di vita di altri etiopi, costretti a muoversi su strade inaccessibili per settimane, che grazie alle nuove infrastrutture, riusciranno a viaggiare più agevolmente, e a liberarsi dalla paura dello spingersi oltre. Un equilibrio davvero difficile da trovare, una spada di Damocle che inevitabilmente penderà sul capo di qualcuno, condannandolo .
Estrattore di sale nel Dallol, con grandi bastoni per far leva sulle zolle
In questo percorso mi sono spesso chiesta “come sono articolate le relazioni fra cinesi ed etiopi, in un Africa che sta cambiando sempre più rapidamente?”. Per rispondere ho cercato dei contatti fra la comunità cinese e quella etiope. Le relazioni ovviamente non sono semplici, a causa dell’abisso culturale che lega i due popoli, ma la presenza cinese sta portando delle migliorie sul piano infrastrutturale e, nello stesso tempo, devastando il piano sociale. Avendo percorso strade impervie per giorni e provato beneficio nella comodità di viaggiare sulle strade asfaltate di fresco, mi sono resa conto che questo è sicuramente un grande valore per migliorare le comunicazioni e per rendere la vita delle persone più agevole. Nonostante ciò i retroscena di questa modernità rendono i beneficiari poveri e abbandonati ad una vita di migrazione verso le grandi città, alla ricerca di un lavoro che non troveranno mai, sradicandosi e non avendo opportunità, in quanto non scolarizzati e disperati. L’unica cosa che si può auspicare è che il governo imponga delle leggi per cui ad ogni lavoratore cinese vengano assunti un numero proporzionalmente maggiore di etiopi, in modo da garantire un lavoro alle famiglie che si vedono portare via terreni o le mansioni di un tempo, come nel caso dei carovanieri.
Geografia
La Dancalia è conosciuta come la Terra del Diavolo. È una depressione situata nell’area settentrionale dell’Etiopia, che si estende per 50.000 km2, di cui 10.000 km2 si trovano sotto il livello del mare. E’ una terra estrema: conosciuta come “Triangolo di Afar”, si è sviluppata dalla divergenza delle placche tettoniche, che hanno dato origine al Corno d’Africa; da qui il nome della popolazione Afar, chiamata anche Danakal: gruppi di guerriglieri nomadi, di tradizione musulmana che dominano la zona. La depressione è collegata a un’antica pianura oceanica, oggi parzialmente ricoperta di sale, rocce e conchiglie. È costellata di coni vulcanici, tra i quali spiccano i mormoranti e violenti vulcani attivi Erta Ale, Erta Leva e Ale Bagu. Si trova anche il punto più basso dell’Africa e il secondo della Terra (il primo posto è occupato dal Mar Morto): è il Lago Assale, situato a -122 metri sul livello del mare. Camminando in questo incredibile paesaggio si possono distinguere i profili dei raccoglitori di sale e le baracche dove vive la piccola popolazione. Per anni è stato considerato inaccessibile a causa della brutalità del popolo Afar; un tempo temibili guerrieri, oggi miti “cuscinetti sociali”, fortemente legati alla presenza cinese e alla necessità di denaro. Per accedere alle loro zone è necessario avere una serie di permessi ed essere monitorati dai guerriglieri, in cambio di ingenti tangenti. Lungo le rive del fiume Saba partono le carovane che, sempre più lente e meno numerose, risalgono gli orizzonti sconfinati dell’Assol Bole, per spostarsi per chilometri e chilometri verso nord.
Territori della Dancalia, di proprietà cinese
Dalla Dancalia si procede verso nord, in direzione Tigrai: un passaggio dal sale alla santità. La regione è la più settentrionale dell’Etiopia, al confine con l’eritrea. Con la sua capitale Makallè, si pone come centro della millenaria cultura copta. Nel 1885 divenne colonia italiana: di questo periodo bellico esistono innumerevoli testimonianze, che mostrano foto di giovani soldati in posa con elmetto e fucile o lettere d’amore inviate in Italia, con descrizioni toccanti di una terra ancora molto simile a quella di oggi. È facile trovare nei musei o tra i ricordi dei combattenti di quegli anni, cimeli dell’Africa, come monete e medaglie, che rimasero in circolazione fino alla sconfitta dell’Italia ad Adua nel 1986: un segno della fine dell’espansione di Umberto I. La zona pullula di chiese copte scavate nella roccia o situate in cima agli alti pendii che caratterizzano quest’area verde: alcune risalgono all’VIII secolo. È una regione con grandi montagne, fiumi e laghi, che contrasta con l’aridità della Dancalia; qui la popolazione vive di pastorizia e agricoltura.
La storia della regione è segnata da un continuo squilibrio tra pace e rivolte. Dopo l’estenuante guerra che ha coinvolto Etiopia ed Eritrea tra il 1998 e il 2000, la regione è stata devastata, diventando un deserto, privo di quel verde scintillante che oggi ristora lo sguardo e rallenta il respiro dei viaggiatori per la sua bellezza. Il governo tigrino ha ripulito l’area, piantato alberi, in cambio della rielezione. Mekallè è diventata città universitaria e turistica per quasi 10 anni. Oggi, però, la situazione è di nuovo preoccupante. L’occupazione delle forze armate etiopi, sostenute dall’esercito eritreo sta devastando ogni villaggio e città della regione: questo conflitto civile non cessa dal novembre 2020 e la devastazione è incalcolabile.
Gondar, marcia per la festa del Timkat
Attualità
L’Etiopia è una confederazione di stati e questo li porta ad essere perennemente in contrasto. Sono stati disegnati con il righello, dove i gruppi etnici sono stati separati da italiani, inglesi e etiopi stessi. Il premier è Abiy Ahmed.
Da novembre 2020, dopo il Covid e un’epidemia di cavallette, il governo centrale di Abiy Ahmed, il leader del Paese ha dichiarato guerra al Tigrai. Tutto è esploso in accuse e attacchi che hanno portato all’esodo e alla morte di migliaia di persone. Non c’è più pace in Dancalia, né in Tigrai. I carovanieri del sale non esistono più: la tradizione millenaria è andata distrutta dalle bombe e dalla presenza di militari e mercenari. Gli etiopi son però convinti che la pace tornerà, e guardano speranzosi al prossimo Gennà.
Ragazze dancale che passeggiano su distese di sale
Nel contempo, tutti i lavoratori cinesi che ho incontrato hanno scelto di vivere in Etiopia non come coloni, ma da persone oneste e spesso intimorite: rispondono a dei comandi dati dall’alto, rinunciando al loro paese e alle loro famiglie, per poter garantire ai propri figli una vita sicura e migliore della propria, possibilmente nella terra che amano e in cui per anni non possono ritornare.
Durante il viaggio, in prossimità del Dallol, ho avuto modo di parlare con Mohammed, uno dei resilienti carovanieri della Dancalia. La sua giornata è scandita dalla durezza delle lunghe marce a piedi, per comprare blocchi di sale e trasportali sino al nord. Un viaggio avventuroso, percorrendo sentieri controllati da guerriglieri e privi di acqua, percependo ad ogni passo il battito di questo antico oceano e la brutalità del fuoco e dello zolfo, che zampillano in un dialogo infinito fra le profondità del mondo e del cielo.La durezza della vita dancala ha caratterizzato anche le sue genti, che però si stanno ingentilendo a causa del servilismo nei confronti dei nuovi inquilini asiatici.
Spostandomi verso il Tigrai, regione oggi scossa di inimicizie nei confronti dell’Eritrea, sempre sul piede di guerra, ho potuto vivere la profondità della festa del Gennà. il Natale Copto che si festeggia la notte del 6 Gennaio. La tradizione è ancora ben radicata fra queste vallate e l’ateismo cinese non è invalidante, né per la vita musulmana, né per quella copta. L’Islam è presente soprattutto in Dancalia, dove gli estrattori di sale pregano durante il giorno, possono celebrare il Venerdì come giorno di riposo e rallentare il ritmo lavorativo durante il Ramadan; i copti non hanno avuto limitazioni da parte cinese, e questo si può percepire nell’organizzazione delle feste principali , il Gennà e il Timakat, che mantengono la loro forza, attirando il flusso di pellegrini da ogni città e villaggio, fecondando con nuova energia e positività, la dura terra del Tigrai.
Feste Copte a Lalibela, lotta fra il bene e il male per il Gennà
Storie
Mohammed, l’ultimo carovaniere del sale
Mohammed è uno degli ultimi carovanieri del sale. Marcia per 300 chilometri, due volte al mese, per trasportare i blocchi di sale. Li acquista nel Dallol, contrattando con gli estrattori di sale, che lo conoscono da oltre vent’anni. La concorrenza e efficienza cinese stanno indebolendo sempre di più il suo lavoro e la sua categoria. Oggi non so più nulla di Mohammed, a causa della guerra civile, ma riporto la sua voce, sperando di vedere ancora il suo sorriso.
E- Com’è la vita di un carovaniere?
M- La vita di un carovaniere è dura: si cammina per giorni al caldo, al freddo e fra i pericoli di questa terra. Tutti però mi conoscono e mi rispettano: non ho paura e non potrei fare altro. Sono un carovaniere da quando me la ricordo, la mia è una famiglia di carovanieri da quattro generazioni. I dromedari hanno un grandissimo valore e ai tempi di mio padre e mio nonno eravamo i più invidiati della zona, perché potevamo vantare una grande carovana; anche mio figlio prenderà questo sentiero.
E- Come fai ad avere così tanti dromedari?
M- I dromedari sono costosi da comprare, ma passano di padre in figlio e vivono tanti anni. Sono bestie testarde, ma resistono a questo clima e sono molto socievoli. Mi prendo molta cura di loro, perché la perdita di uno solo è una perdita anche per me.
E- Cosa comporta l’arrivo dei lavoratori cinesi per il tuo lavoro?
M- L’arrivo dei cinesi ha creato un grande problema per i carovanieri come me: significa che quelli che hanno pochi cammelli non possono più competere con il nuovo tipo di trasporto e quindi devono venderli e vivere in una nuova condizione. Molte persone che conosco hanno tentato la fortuna ad Addis, alcuni ci sono riusciti, altri sono diventati poveri, perdendo il lavoro. Il camion è veloce, non sente la fatica, può trasportare molto sale, ma nessuno è felice. Anche gli estrattori devono raddoppiare il lavoro, ma non vengono pagati di più e hanno paura, perché quando arrivano i cinesi non capiscono cosa devono fare, si agitano e si sentono in dovere di servirli. Tantissimi non sanno leggere e scrivere e non hanno altre prospettive. Stiamo cercando di creare corporazioni con altri carovanieri, in modo da diventare più grandi e poter trasportare più sale, anche se siamo lenti rispetto ai cinesi. Il governo non ascolta le nostre richieste e non trova degli accordi che possano dare lavoro a tutti. Il pagamento dei cinesi fa si che lo stato non abbia di che preoccuparsi e si sta dimenticando di noi e delle nostre famiglie.
E- Cosa auspichi per il futuro?
M- Continuerò sempre questo lavoro, non posso cambiare la mia vita e non voglio. Nessuno deve dire a noi Etiopi cosa fare, dobbiamo resistere e non perdere le nostre tradizioni. Devo ammettere che i turisti mi stanno simpatici, spero che possano visitare sempre di più questo paese e parlare di noi.
Dalla Vetta di “Mama Africa”, alla storia di Leila. Un viaggio oltre i limiti
Le rocce, le nuvole e le stelle della Coca-Cola Road
La Tanzania è il Paese perfetto per vivere l’esperienza di trekking, safari e mare. Al ritorno ci si porta dietro quella sensazione di Mal d’Africa decantata dagli esploratori del passato, avvolti dalla luce del ghiacciaio del Kilimangiaro, dalla vita che si consuma vicino alle pozze dell’acqua e dall’eco delle culture tribali.
In questo angolo di blog vi porto in uno dei luoghi più potenti di sempre: Mama Africa, ovvero… il Kilimangiaro.
Con l’organizzazione di una spedizione e molto allenamento pregresso, si raggiunge il Tetto dell’Africa a 5895 metri di altitudine. Ho percorso la Marangu Route, chiamata anche Coca-Cola Road per via del colore del terreno. Solo qui si può parlare con il sole, perdendo il contatto con il mondo, che resta ai propri piedi, avvolto dalle nuvole.
La montagna sacra è come il canto di una sirena, per tanto affascinante, ma anche infima. Da non sottovalutare è il mal di montagna (oltre a bere almeno 3 litri di acqua al giorno e fare quindi tantissima pipì è necessario utilizzare il Diamox, un diuretico, indispensabile per la salita) e il freddo (la sera la temperatura è bassa e il freddo rischia di limitare la forza nelle salite del mattino). In Vetta si oscilla fra i -15 e -20 gradi.
L’emozione della scalata è indescrivibile: si percorrono 4 ambienti, accompagnati dai portatori, che a passo lento “pole-pole”, marciano con grandi sacchi in testa. La foresta alla base, la savana a metà quota, il deserto in alta quota e infine il ghiacciaio on the top. Da lassù si riesce a percepire la rotondità della terra, una sensazione che si può provare in pochissimi luoghi al mondo.
La scalata finale si compie a mezzanotte, illuminati dalla luna piena o dalle stelle. Il Kilimangiaro compare e scompare alla vista, mentre terreno sabbioso e carenza di ossigeno, rendono il viaggio una sfida con sé stessi. All’arrivo alla vetta Uhuru Peck si osserva una nuova prospettiva, leggendo il cartello “Congratulations you are at 5895 M”.
Gioia e commozione alla prima alba, presso Stella Point 5765 m
Geografia
La Tanzania che conosciamo oggi, è nata nel 1964, ed è l’unione fra gli stati di Tanganyika e Zanzibar. È uno stato costellato da vulcani inattivi, fra questi il Kilimangiaro, flora e fauna differenziate in base ai punti cardinali e uno sbocco sull’Oceano Indiano. Ha avuto una dominazione araba e poi europea e il suo passato la rende una delle culle degli ominidi.
Fu colonizzata dai portoghesi, ma nel 1800 passò sotto il controllo tedesco, insieme a Zanzibar, Tanganyika, Rwanda e Burundi.
Con la sconfitta dei tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale, passò sotto il mandato britannico; fu un periodo di caos amministrativo: il Tanganyika divenne indipendente dal Commonwealth e il leader Julius Nyerere divenne presidente dal 1961 al 1985.
Vi sarete domandati qual è la capitale della Tanzania. Ebbene l’ufficiale è Dodoma, ma sono ben 3 le capitali di questa Repubblica. Capitale amministrativa, Dodoma, commerciale Dar el Saalam e turistica Arusha. Si parlano inglese e swaili; la popolazione è per metà cristiana e per metà islamica.
L’unica pecca della Tanzania moderna è il grande affollamento di turisti e l’avvento, ormai radicato, della globalizzazione. I bambini ormai sono dei piccoli imprenditori, che preferiscono vendere perline invece di andare a scuola. Anche i Masaai sono diventati una pura attrazione. Sono però riuscita a trovare purezza nella caccia con gli Hadazabe, una popolazione che mantiene il suo distaccamento dalla realtà più moderna, potando avanti antiche tradizioni e rituali ormai scomparsi.
I colori dell’alba, nel Serengeti
Attualità
Il presidente è una donna, Samia Suluhu Hassan, che è stata eletta il 19 marzo 2021, in seguito alla morte improvvisa del presidente Jhon Magufuli. Si è allontanata dal modello autocratico imposto dal governo precedente e il popolo la definisce “Colei che ha ridato il sorriso al popolo tanzaniano”.
Le nuove elezioni saranno nel 2025, ma il suo carisma mostrerà quanto in questi tre anni la Tanzania saprà riprendersi dal periodo post Covid e dalla imminente collaborazione cinese, che prevede la creazione di strade in tutta l’Africa. La Tanzania ha una serie di progetti legati all’estrazione di materie prime, sia da parte delle imprese cinesi, che indiane.
Storie
Leila al lavoro, nella sua piccola bottega
Leila è una giovane sarta. Ha diciassette anni e vive a Mto Wa Mbu, una piccola cittadina non lontana dal Lago Eyasi. L’intervista è stata fatta in un tiepido pomeriggio di agosto, mentre visitavo il mercato locale, fra i profumi dei frutti tanzaniani e i colori delle sue stoffe.
E- Dove e quando hai imparato questo lavoro?
L- Lo so fare da sempre. Mia mamma e mia nonna mi hanno insegnato da quando ero piccola. Per noi donne è un modo per lavorare per la famiglia e avere dei soldi anche per noi stesse. Mi piace accorciare, ricucire e creare abiti. Quello che amo davvero è riparare un vestito: è come se lo curassi, per rendere felice di nuovo chi lo indossa.
E- Quante ore lavori? Chi viene qui?
L- Inizio lavorare al mattino e poi rimango qui fino a che non diventa buio. La bottega è come una casa. La mie sorelle passano del tempo con me, anche le mie amiche vengono a trovarmi. Mangiamo qui, ci riposiamo. Ci sono giorni in cui vado a casa e mi sostituisce mia mamma. Gli uomini vengono poche volte, di solito sono le donne che portano i vestiti dei mariti a riparare. Cucire è una mansione che sanno fare quasi tutte le donne in Tanzania, ma Mto Wa Mbu è una cittadina moderna e spesso le donne sono impegnate e affidano questi lavori a me. Mi piacerebbe diventare una stilista, ma è impossibile, perché non sono precisa. In futuro vorrei studiare all’università e poi sposarmi.
E-Come funziona l’università?
L- In Tanzania tutti possono studiare, ma anche le università pubbliche sono costose. I genitori devono lavorare per i figli per dar loro un futuro migliore. In futuro i figli ripagheranno i genitori occupandosi della loro vecchiaia. Io cerco di dare una mano, per poi poter pagare una parte degli studi. Vorrei fare lingue, per poi avere un lavoro con il turismo, che mi faccia guadagnare di più. Qui in tanti studiano discipline turistiche o scienze politiche. E’ molto apprezzato lavorare in politica, perché chi ce la fa, guadagna bene. Studiare è un modo per vivere meglio.
E-Come si vive nei villaggi più piccoli?
L-Dipende in quale zona della Tanzania si abita: ci sono ancora molti villaggi in cui non c’è acqua corrente o luce. I Maasai si occupano di allevamento e sono molto ricchi, ma vivono in case semplici. Così come altre popolazioni, come i Trilu, che vivono fra i baobab e hanno ancora antichi rituali per propiziare il raccolto. Invece gli Hadazabe, con cui hai cacciato, sono davvero strani! Vivono lontani da tutto e si sentono come estranei.
E-Che rapporto c’è fra tutte queste tribù?
L-Noi non viaggiamo molto. Ognuno vive nel suo territorio. I Maasai sono più vicini ai parchi nazionali e hanno imparato a sfruttare il turismo. Nel sud della Tanzania, però ci sono Maasai che non hanno contatti con i turisti. Ogni popolazione ha la sua lingua, le sue tradizioni, ma tutti sono in pace: l’importante è che i terreni non vengano occupati, altrimenti ci sono rischi di litigi fra tribù.
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