L’associazione CamminaMenti, ha dato avvio ad un progetto pionieristico che unisce la scuola al cammino e diventa così una “scuola di vita”. Benvenuti in Strade Maestre, la nuova scuola che cammina.
La scuola evoca sempre ricordi nostalgici: le giornate passate sui banchi a scrivere bigliettini, le interrogazioni di Filosofia, le ricreazioni trascorse ad organizzare il sabato sera e la spensieratezza di essere studenti. In questo ricordo pesano alcuni momenti, come le tante ore seduti sui banchi e la necessità di praticare sport. Oggi, l’associazione CamminaMenti, ha dato avvio ad un progetto pionieristico che unisce la scuola al cammino e diventa così una “scuola di vita”. Benvenuti in Strade Maestre, la nuova scuola che cammina.
L’Italia con lo zaino in spalla e il tablet alla mano
Sono 5 gli insegnati e le guide ambientali che faranno da docenti ai ragazzi del progetto Strade Maestre. Un nuovo modo di studiare e apprendere il valore della condivisione e del cammino. Sono 7 gli studenti selezionati che, per un anno, vivranno un’esperienza di studio e condivisione unica: una scuola trekking in giro per l’Italia. L’esperienza scolastica è stata raccontata da Marco Leoperfido, uno degli organizzatori. «La scuola che cammina è un progetto di vita, oltre ad essere un progetto educativo – racconta Marco Leoperfido – I ragazzi, dal terzo al quinto anno di scuola superiore, viaggeranno da Orvieto al Friuli Venezia Giulia, studiando e conoscendo un’Italia inedita. Abbiamo iniziato il nostro cammino scolastico il 16 Settembre 2024 e termineremo a Maggio 2025. Sono 240 giorni di studio, conoscenza dell’Italia e di crescita personale. I ragazzi torneranno a casa per le vacanze di Natale, Carnevale e Pasqua, vivendo un’esperienza unica. Sono pionieri di un’idea di scuola innovativa che può diventare un nuovo modello da applicare in Italia».
In questo viaggio i ragazzi dovranno alzarsi presto, studiare e sottostare alle regole imposte dal meteo e dal cammino: si dovranno adattare al meteo avverso o favorevole, alle notti in tenda o in spazi comuni e alle realtà in cui vivranno. Una scuola che è quindi il simbolo delle difficoltà della vita ma, anche, delle grandi soddisfazioni che essa dona. Le attività scolastiche verranno gestiste in spazi del CAI o messe a disposizione dagli Enti locali. Gli studenti utilizzeranno dei tablet per viaggiare leggeri e coprire gli oltre 1000 chilometri di viaggio.
La scuola è il cammino
Gli studenti provengono da diverse regioni italiane e sono stati selezionati da una commissione nel Febbraio 2024. Per accedere al progetto, sono state aperte delle raccolte di crowdfunding, perché il costo di partecipazione è di 8000 euro a studente. «Per noi il cammino è la scuola di vita – aggiunge Leoperfido – gli studenti avranno modo di studiare le materie canoniche (italiano, matematica, storia, scienze, geografia, chimica e inglese) ma anche quello che si impara viaggiando e osservando: la vita di strada, la saggezza degli anziani, l’autenticità dei mestieri. L’Italia sarà dunque la scuola per i nostri ragazzi: parleremo di vulcani sull’Etna, di Divina Commedia a Firenze ammirando l’architettura, il paesaggio e la storia di ogni posto. Ad accompagnarci, oltre ai docenti e alle guide escursionistiche, ci saranno esperti di psicologia e sociologia, che cureranno l’aspetto relazionale del nostro viaggio studio. Studenti e docenti dormiranno in tenda, nelle foresterie e in ambienti messi a disposizione dal CAI. Spesso inviteremo degli esperti che ci aiuteranno a comprendere meglio la relazione fra uomo e natura e a farci scoprire quali sono i segreti del luogo in cui sosteremo».
Strade Maestre è dunque il primo esperimento per creare una scuola che porti i ragazzi a conoscere l’Italia del passato e del futuro, vivendo il presente con lo zaino in spalla e la voglia di imparare.
ONA: il festival dei documentari sportivi presentato da Joaquin Gomez.
Ho insegnato Yoga per i ragazzi di ONA. Fra documentaristi e atleti è uno spettacolo continuo, che mostra il legame fra lo sport, Venezia e il Cinema. Si trattiene sempre il fiato quando si ammirano i documentari degli apneisti, ci si carica quando i campioni di arrampicata raggiungono le loro vette e ci si commuove a sentir parlare il Calumè, protettore delle Gringne.
Il Manicomio di Venezia che brilla come un star
L’antico manicomio di Venezia, nell’isola di San Servolo, si trasforma in un colorato cinema all’aperto.
Joaquin Gomez, documentarista e produttore argentino trasferitosi a Venezia, ci guida attraverso il festival ONA Short Film Festival. «ONA è il festival dei cortometraggi sportivi – spiega Joaquin Gomez – siamo giunti alla quinta edizione e ogni anno partecipano sempre più documentaristi, attivisti e atleti. Il festival diventa un modo per dialogare con i protagonisti e diventare sport. Tu stessa fai lezione di Yoga e questo rende ONA legato ad ogni forma di movimento. Abbiamo anche una sezione per i cortometraggi animati, perché il nostro amore per i i film comprende ogni tecnica.
Siamo ospiti dell’antico Manicomio della città, nell’Isola di San Servolo: il nostro ruolo è valorizzare un luogo legato ad un passato buio e illuminarlo con il cinema e la forza degli atleti che vengono immortalati in questi film. Ogni anno, all’inizio di Settembre il festival è aperto gratuitamente a tutti, per scoprire il legame fra lo sport e Venezia”.
Il progetto di Impresa Sociale Edipo Re: fra le onde della Laguna e l’anima di Pasolini.
La Mostra del Cinema si lega indissolubilmente alla vita della Laguna. Appuntamento imperdibile è bere un drink al tramonto ammirando l’isola degli Armeni e l’imponente Barca di Pier Paolo Pasolini, che dorme, sulle onde placide, salutando Venezia. Per compiere questo viaggio di scoperta sull’Edipo Re, ho intervistato Sibylle Righetti, documentarista e responsabile del Progetto di Impresa Sociale Edipo Re.
Un’offerta per tutti
Sibylle mi accoglie, con la sua eleganza e gentilezza. Edipo re è un progetto che cresce ogni anno. In questi giorni occupa la Riva di Corinto del Lido. E’ un luogo davvero magico, con comode sdraio e roulotte che preparano cibo delizioso. E’ soprattutto un’offerta aperta a tutti: un luogo democratico in cui ci si può ritrovare fianco a fianco di attori e registi, sotto l’occhio vigile dell’Edipo Re.
«La Mostra del Cinema segna l’avvio del nostro progetto italiano di Impresa Sociale – spiega Sibylle Righetti – in unione con le realtà del terzo settore promuoviamo un’offerta culturale aperta a tutti, con proiezioni, musica e cibo. Organizziamo presentazioni di libri, concerti, feste private, ma diamo la possibilità di essere semplicemente ospiti della Laguna. Si chiacchiera, balla e si ammirano Edipo Re e Venezia. Per noi il progetto è il simbolo del turismo sostenibile nella Laguna di oggi, che in passato ha ospitato Pier Paolo Pasolini e Maria Callas. Un modo alternativo di essere parte della Mostra del Cinema».
Andrea, una laurea in lingua e letteratura russa e inglese, un inverno a Mosca a scrivere di bambini nei gulag e l’incontro con il borgo di Trassilico.
In un viaggio pasquale con i miei amici spagnoli, Nuria e Alberto, siamo arrivati per caso nel piccolo borgo di Trassilico. Ci siamo innamorati dell’aria pura e del senso di sicurezza di questo borgo, decidendo di alloggiare in un b&b. In pochi minuti abbiamo capito che non si trattava di un luogo comune e che il suo gestore, Andrea, era in realtà un personaggio da conoscere. Andrea, una laurea in lingua e letteratura russa e inglese, un inverno a Mosca a scrivere di bambini nei gulag e l’incontro con il borgo di Trassilico. L’innamoramento dell’Appennino, la creazione di una cooperativa di comunità e la spinta a cercare di riconnettersi alla natura. Così con un panino al formaggio di montagna e un bicchiere di vino è nata la nostra conoscenza.
Dagli Emirati agli Appennini in Panda
“L’Italia in PandAmia è un viaggio iniziato a bordo di una Fiat Panda Van nel maggio 2021 assieme a mia moglie – spiega Andrea – alla scoperta dell’Italia del baratto e del passaparola. Vittime economiche della pandemia, abbiamo deciso di metterci in viaggio a caccia di un’umanità semplice, vera, fatta di persone che vivono il nostro paese; viaggiare alla scoperta di vite possibili.
Abbiamo portato avanti questo esperimento sociale dagli esiti sempre più incredibili, liberandoci e liberandoci chilometro dopo chilometro. Da un angolo all’altro del paese abbiamo guardato oltre le mascherine per ritrovare l’espressione del nostro essenziale. Sulla strada ho raccontato l’esperienza sul mio blog Il Vertebrato Ragionevole e partecipando a qualche diretta su RadioDeejay. Più siamo andati avanti e più ci siamo addensati di umano. Oggi, giunti a destinazione nel nuovo inaspettato mondo di Trassilico, borgo della Garfagnana dal quale non siamo più ripartiti, ho provato a riordinare tutto ciò che è successo e che sta succedendo. La Panda è ferma, ma il viaggio continua”.
La rinascita di un borgo tutto da scoprire
Il 17 luglio 2021 apre così il rifugio nel borgo di Trassilico. Il progetto è una sinergia fra persone predisposte all’incontro diretto con la natura. Ognuno di loro collabora per riqualificare il borgo e il territorio.
“Si rendono produttivi vigneti e castagneti – continua Andrea, portandomi i giro per il borgo – creiamo quello che in passato era l’elemento che caratterizzava il nostro territorio: l’accoglienza e la condivisione. Siamo infatti un punto di passaggio fra antiche aree di frontiera e mulattiere, ma anche di pellegrinaggio lungo i percorsi francescani. Sono stati mesi molto intensi, ma la scelta di vivere in un borgo così puro è una missione. Non è una migrazione, ma un ritorno alle origini. La voglia di cooperare con la natura e la tradizione è la risposta a una chiamata che è per tutti: bisogna solo saperla ascoltare.
Si coinvolgono enti, università e istituzioni, per far conoscere il borgo, senza svenderlo: non serve uno stravolgimento, ma solo spolverare il passato. Si impara, grazie alla saggezza degli autoctoni, divenendo custodi e portatori di queste testimonianze. Abbiamo molti progetti per il futuro, come quello di realizzare un campeggio sospeso, per impattare il meno possibile sulla natura. Siamo testimonianza del ritorno ad una realtà da riscoprire.”
Il sorriso dei bambini di Rio è immenso. Parte di questa grandezza è dovuta al lavoro di Barbara Olivi e della sua Onlus.
Rio de Janeiro è il sogno del viaggiatore: una città in cui le colline si tuffano nel mare, sotto l’abbraccio del Cristo Redentore e la verticalità del Pan di Zucchero. E’ un luogo in cui il ritmo del Carnevale si confonde con il delirante tifo del Maracanà e in cui la danza tradizionale, il Samba, spesso deve fare i conti con la violenza delle favelas.
Da favelas a comunidades: storia di una leggenda
Il termine favela, è stato coniato a Salvador de Bahia, che già avete conosciuto per il rituale del Candomblè, e significa ‘guscio di fava’: nacque nel 1897 con la fine della guerra di Canudos. La guerra si combatté fra il 1896 e il 1897 fra l’esercito della neonata Repubblica del Brasile e la comunità religiosa di Canudos (a Salvador de Bahia), che rifiutava l’autorità della Repubblica ormai libera dai portoghesi. Al termine della guerra, che stabilì la piena autorità della Repubblica, il governo brasiliano smise di pagare i soldati che l’avevano combattuta e non diede loro abitazioni in cui vivere. I reduci occuparono i territori liberi e ribattezzarono questo terreno Morro da Favela, come il nome dell’accampamento principale durante la guerra di Canudos. Crearono così un vasto accampamento nei pressi dell’allora capitale del Brasile. Da quel momento il termine favela venne utilizzato per indicare vasti assembramenti di pseudo abitazioni che si sviluppano in maniera caotica a ridosso delle grandi città ma, oggi, si deve parlare di comunidades. In poco tempo questo progetto occupazionale prosperò in altre città, come nella nuova capitale, Rio de Janeiro. Qui fu occupato Morro da Providência, un terreno collinare libero poco lontano dall’attuale Ciudad de Samba, baluardo del Carnevale. In pochi anni sono state realizzate intere aree fatte di abitazioni, strade e negozi. In oltre 50 anni le comunidades si sono ingrandite così tanto, da avere vicoli e stradine che congiungono case che si sovrappongono le une alle altre.
We are Rocinha
Rocinha è il luogo in cui ho incontrato Barbara Olivi, la responsabile della Onlus “il sorriso dei bambini“. Ci troviamo nella comunidad di Rocinha, una delle più grandi di Rio. Rocinha significa “piccolo orticello”, perché nel primo passato di Rio Capitale era un’area fertile e coltivata. Ora ci vivono 150mila persone e il verde del passato è sostituito da case in muratura, a volte dipinte, altre volte lasciate allo stato grezzo. Si tratta di veri e propri paesi, con negozi, parrucchieri, panettieri, meccanici e scuole. Sono più di 1000 le comunidades di Rio. Agglomerati di case, che confinano con i quartieri più ricchi, che si sono ingigantite nel tempo, portando al loro interno anche squadre di narcotrafficanti.
Immagine. In mototaxi verso Rocinha
Il sorriso di Barbara e Julio, per un mondo migliore
Prendo la metro e ad aspettarmi, con una maglietta del Manchester City, troviamo Julione. Un simpatico signore, dai tratti africani e i denti bianchissimi, che ci stringe la mano con grande calore. Sono invitata a conoscere questo mondo che vive, affronta e si integra alla realtà di Rio. Un luogo spesso macchiato dalla violenza del narcotraffico, abitato però da persone resilienti, che svolgono lavori umili, in un contesto in cui droga e umanità convivono. Julione mi presenta il nostro mezzo di trasporto: le moto taxi. Istituite negli anni 2000, sono il mezzo più comodo e per raggiungere la vetta della collina su cui si sviluppò Rocinha. Con i nostri centauri saliamo sulla via centrale, la Routa numero 1, in cui, fino al 1938, si organizzava il gran premio di F1 e da cui si diramano le altre 4 vie. È tutto emozionante, quasi surreale. Ci fermiamo sulla parte alta della comunidad per avere un nuovo colpo d’occhio sulla città. Tutti conoscono Julione. Ragazzi, bambini, anziani: c’è molto rispetto per il lavoro che lui e Barbara realizzano per i bambini e le famiglie di Rochina. Visitiamo il centro culturale conoscendo i ragazzi del progetto “il sorriso dei bambini”. Dopo esserci ristorati e aver scoperto di più su Rocinha, entriamo nel suo cuore. Non possiamo fare foto, ma le immagini rimarranno per sempre dentro di noi. I vicoli sono stretti, con il passaggio delle fognature a vista. Spesso ci superano e salutano uomini con il mitra. Descritto in questo modo potrebbe sembrare una situazione pericolosa, ma con il rispetto e l’accortezza di non giudicare, Rocinha ci ha davvero accolti. Entriamo nella biblioteca di Julione e Barbara, decorata con i colori dell’amato Inter di Julione e ci dirigiamo nella parte bassa della comunidad dove ci abbraccia Barbara. Una donna incredibile: capelli biondi, corpo esile e lo sguardo di chi vive per la libertà. Originaria di Reggio Emilia, città in cui torna spesso, si è trasferita nel 2001 a Rio, si è innamorata di Julione andando controcorrente: non ha scelto la tradizionale vita da expat, ma ha tenacemente deciso di vivere a Rocinha e aiutare la sua gente, in particolare i bambini, per cui dirige progetti educativi e di dopo scuola. Commossi per il lavoro che lei, Julione e i ragazzi dell’associazione svolgono e difendono, ripartiamo, con la promessa di tornare un giorno e raccontare la loro storia. Rocinha è indissolubilmente legata a Rio de Janeiro e le due realtà non possono vivere l’una senza l’altra: la comunidad offre manodopera, la città lavoro.
In queste pagine vi aggiornerò sugli sviluppi del mio dottorato, viaggiando fra guerriglieri, cantieri e litanie.
In questi anni mi sono ritrovata a viaggiare con i carovanieri del sale in Etiopia. Lunghe marce sotto il sole del Dallol, per comprare i preziosi blocchi di sale e trasportarli fino al Tigray. Marce lunghe, spesso silenziose, allietate da morsi all’injira secca preparata dalle ragazze etiopi e dai versi buffi dei dromedari.
Notti sotto le stelle, cullati dal vento caldo del punto altimetrico più basso del pianeta e dalle leggende sulla Regina di Saba. Notti in cui occhietti vispi di bambini spuntavano dal nulla per osservarmi stupiti e giocare con gesti d’intesa.
Giornate lunghe, spesso massacranti, camminando su sabbia lavica e asfalto, interfacciandosi con guerriglieri e lavoratori cinesi. Giornate in cui l’Etiopia cambiava rapidamente il suo aspetto e silenziosamente si avviava alla guerra civile. In queste pagine vi aggiornerò sugli sviluppi del mio dottorato, viaggiando fra guerriglieri, cantieri e litanie.
In queste pagine scopriremo come Gibuti si trasformerà in una competitiva base aerospaziale e fulcro degli investimenti dell’impero del dragone.
Questa è la terra in cui il mare incontra lo spazio. Dove antiche tradizioni si mescolano a basi militari. Gibuti è la nuova Cina d’Africa. Un fazzoletto di terra strategico e leggendario, in cui vi porterò a conoscere il passato e il futuro del neocolonialismo cinese.
Avvolti dal profumo del mare e dai martellare di operai intenti a realizzare opere edilizie simili a quelle di Shangai, il porto di Gibuti è uno dei luoghi più significativi della Belt Road Initiative.
La nuova via della seta africana parte da qui: la sua rapidità entra in contrasto con il passo lento delle ragazze vestite di colori; le gigantesche navi ormeggiate sembrano balene contro le semplici barchette dei pescatori locali. La lingua cinese entra in contrasto con il francese parlato nelle piccole botteghe scolorite dal sole. In queste pagine scopriremo come Gibuti si trasformerà in una competitiva base aerospaziale e fulcro degli investimenti dell’impero del dragone.
Ci nutriamo di emozioni, ci dissetiamo di energia e respiriamo storie: lui è Ruggero.
Il cinema non è solo un luogo in cui vedere film, ma è un processo partecipativo della storia della comunità e Ruggero è parte di questo processo. Con le sue pellicole mette in luce la bellezza e la durezza della realtà che lo circonda.
Venite a conoscerlo, ascoltando la sua voce energica e la sua risata contagiosa.
Le ombre di Vancouver e il cielo aperto su Venezia
Ruggero ha iniziato la sua carriera da regista in Canada, a Vancouver, mentre lavorava come lavapiatti in un ristorante confinante con l’area destinata alla comunità dei senzatetto. Ben presto, con la curiosità che lo contraddistingue, ha cominciato a entrare in contatto con gli abitanti della zona, rendendosi presto conto di avere a che fare con persone speciali e che la sua missione fosse quella di raccontare le loro storie, essendo invisibili agli occhi della società. Così ha dato forma al suo documentario “V6A” che prende il nome dal codice postale dell’area, amplificando le voci della comunità dei senzatetto di Downtown Eastside Vancouver. L’obiettivo era quello di ispirare la gente del posto e dissolvere lo stigma proiettato sui senzatetto, le dipendenze e la salute mentale.
Intervista fra un vasetto di Yogurt e un piatto di Progetti
Tornato in Italia ha scelto di vivere a Venezia. Proprio nella Serenissima ha girato il docufilm “Cielo Aperto”. Lo abbiamo seguito nelle riprese che si sono protratte dal periodo pandemico a oggi: con la sua telecamera orientata verso le problematiche della città e il suo sguardo rivolto alle soluzioni possibili per risolverle. Il trailer è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2022 e, oggi, è proiettato nelle sale veneziane, fra cui prestigioso Cinema Rossini di Venezia. Protagonista è Venezia, ma non la solita città stereotipata. A bucare lo schermo sono le parti più nascoste e resilienti: persone, chitarre, vele e gabbiani. Un successo che rende orgogliosi i Veneziani e le associazioni che, qui, hanno espresso il loro amore per Venezia.
In viaggio con Ruggero
Ruggero è davvero cittadino del mondo: produce e distribuisce film di impatto sociale attraverso la sua organizzazione “Movies Move Us”. Ama le persone, il jazz, la capoeira ed è sempre felice di sostenere i registi nel loro viaggio per raccontare storie significative.
“Sono Ruggero, documentarista e sognatore. Da Torino mi sono trasferito in Canada per seguire il mio sogno di fare documentari. Da lì ho scoperto il mio grande amore per il “cinema ad impatto sociale”. Per 5 anni ho girato documentari che comunicassero le storie delle società marginalizzate. Quando sono uscito dalla scuola di Cinema di Vancouver, ho iniziato a lavorare come lavapiatti, in un ristorante che era al confine fra il distretto finanziario e il distretto dei Senzatetto. Un giorno lo chef mi urlò addosso “Hey man, butta l’organico, veloce!”. Di fretta, presi la busta dell’organico, corsi nella strada dietro il ristorante dove c’erano i cassonetti e…un coltello bucò la sacca. Tutto l’organico cadde per terra. Io ero agitato, mi misi in ginocchio, raccolsi il cibo con le mani e, mentre lo stavo facendo, mi accorsi che gli avanzi potevano essere il cibo per qualcuno.
I volti di V6A. Tratto dal docufilm V6A
In quel momento mi è caduto il cuore per terra: le mie mani erano sporche di cibo, a volte appena mangiucchiato; subito mi è rimbalzato addosso con un senso di scopo che mi ha fatto dire “Se voglio fare cinema, non è che posso fare una cosa fine a se stessa. Devo fare qualcosa che abbia un impatto. Che possa, in modo tangibile, cambiare la vita delle persone”. Questo mi ha portato a fare un documentario che potesse amplificare la vera voce della comunità dei Senzatetto. Venivano completamente snobbati e emarginati dalla città. Andavo a giocare a scacchi con le persone, per strada, nei centri comunitari. La gente mi ha accolto per “chi ero” e non per “quello che potessi offrire”.
Ognuno è storia
Il documentario è uno spaccato di una realtà brutale, mitigato dall’essenza delle persone. Ognuno ha una storia e ciò che realizza Ruggero è farla ascoltare, senza giudizio.
“Da questa passione sono passati due anni; nel mio tempo libero giravo con la mia telecamerina per strada e poi montavo parti del documentario a casa, sul mio computer. Il sogno è diventato realtà. Abbiamo portato i Senzatetto in tv, in radio, fra la gente. Abbiamo sviluppato incontri di umanizzazione con membri della comunità che venivano completamente ignorati. Il cuore ha ritrovato il suo posto quando, dopo la presentazione in una scuola, i bambini hanno stampato la foto di uno dei membri della comunità, Mike, e gli hanno chiesto l’autografo. Quello che una persona qualsiasi avrebbe potuto chiamare “Senzatetto, sfigato, essere”, qui era un eroe. Questa è la vera forza del cinema: in un’ora può completamente cambiare la percezione di qualcosa”.
Tutti possono essere eroi, come Mike
“L’accettazione è stata un processo organico. Tutto è nato da una profonda curiosità. Vivendo e lavorando al confine fra questi due distretti, quello esageratamente ricco e quello profondamente degradato, mi sono sentito accolto dagli abitanti di V6A. All’inizio, quando lavavo i piatti, non avevo pensato di fare un film: non avevo mai fatto niente di così grande. Avevo raccolto delle testimonianze in un diarietto, che è stato il mio primo diario di vita. Lo usavo per raccogliere storie e offrire una pagina, uno spicchio di libertà a tutte le persone che incontravo per strada. Dopo vari mesi, i diari aumentavano. Mi sono detto “Ho tanto, troppo materiale: devo fare qualcosa”. In un attimo mi sono accorto che, i diarietti, erano quel qualcosa: sono stati il primo passo per fare.
La partecipazione della comunità che fa la differenza
Il documentario non è solo andare al cinema e vedere un film, ma è un processo partecipativo della storia della comunità. Questo mezzo può veramente fare la differenza, come lo è stato “Cielo Aperto”.
La locandina di Cielo aperto
“Quando ero in Canada, mi sono chiesto: “Qual è la prossima comunità che può condividere il messaggio di resilienza e di rinascita a livello globale?” Durante la Pandemia ci ho pensato: Venezia. È una comunità in Italia che ha avuto una forte resilienza davanti alle Pandemie e si trova al centro di tante sfide sociali, culturali, ecologiche ed economiche, che sono riflesse in tutte le altre città con centri storici, in tutto il mondo. Quindi la Laguna, è al fronte di un incredibile numero di sfide e come Venezia reagirà, sarà di ispirazione e modello per tutte le altre città nel mondo. Sono venuto qua e mi sono mosso alla ricerca di storie: ma non dovevo cercare niente. Mi sono trovato al centro di una storia incredibile, ho conosciuto dei personaggi fantastici, che sono diventati tra i miei migliori amici e tante, meravigliose storie.
Ruggero alla presentazione di Cielo Aperto, Excelsior, 79esima Mostra del Cinema di Venezia
Venezia non è una città morente, decadente, ma è una città piena di vita, grazie anche a tutti i conflitti che sta vivendo. Tutti questi conflitti, compressi in una città con il centro storico sull’acqua, hanno l’opportunità di forgiare una comunità che può dare esempio e ispirazione in tutto il mondo. Quindi, il mio film, “Cielo Aperto” è un lungometraggio che raccoglie, in sei racconti, le storie delle persone più interessanti e più forti che sono a Venezia in questo momento.
Io mi ispiro alle persone che incontro. Molte volte ho rivisto le scene, che sono parte del film, con coloro che ho intervistato, come Kaba. Vedere il suo sorriso, il suo essere sempre disponibile, i suoi occhi determinati, lo rendono un vero eroe. Persone come lui mi fanno svegliare con lo scopo di poter amplificare le loro storie e portarle alle altre persone là fuori. Noi siamo fatti di storie; siamo storie con le gambe. Quello che sento di dover fare è prendere queste storie in spalla e lanciarle in alto, il più possibile. Questo mi dà tanta felicità. Da questo la vita esplode.
In sala al Cinema Rossini di Venezia
Quindi dico a tutti, “Credete sempre nei vostri sogni, perché è la cosa più bella del mondo”.
Forme, colore e plasticità: tutto questo prende vita dalle mani di Francesca
Occhi verdi, voce dolce e mani d’artista, nel mondo che plasma Francesca con la sua arte. Vi presento Effeceramics, dove gres e porcellana diventano creazioni che narrano le mille vite della loro creatrice.
In viaggio seguendo l’acqua
“Sono Francesca, nata e cresciuta a Venezia, fra la trattoria dei miei genitori e le callette che percorrevo sfrecciando con la bici da cross. Sin da piccola, ho sentito la necessità di vedere altri luoghi e di imparare cose nuove. Mi sono trasferita a Trieste, poi a Padova per laurearmi in psicologia, ripartita per Amsterdam, volata in Sardegna e, infine, sono ritornata a casa, a Venezia.
La mia passione per la ceramica è nata nella città dove Svevo e Saba hanno trovato la loro ispirazione: Trieste. Ho incontrato il mio primo maestro e mi sono portata appresso l’amore per la materia. Seguendo il consiglio di un’amica, mi sono trasferita in Olanda: un viaggio che è durato 6 anni. Ho iniziato a fare un tirocinio con “le lavoratrici del sesso”, in un progetto di psicologia dell’UE.
L’arte e i colori che parlano del mondo foto @naturallyepicurean
Anche in Olanda ho cominciato un laboratorio di ceramica e ho imparato le tre tecniche base che anche oggi utilizzo. Ho assaporato il tornio, ma la svolta è stata quando ho incontrato il mio maestro proveniente dalla Grecia, come se il mare e il Mediterraneo mi ispirassero. Il suo motto è stato “dimentica tutto quello che sai sul tornio e reimpariamo”.
Portando avanti questa passione, ho proseguito nel ramo della psicologia applicata e sono diventata Doula; questa figura è poco conosciuta in Italia: in Olanda è una figura di riferimento e di supporto emotivo alle famiglie expat che devono affrontare il parto. E’ una carica emotiva importante, in particolare per le persone che decidono di partorire in casa. Con tanta ricchezza nell’animo, sono ritornata in Italia, alla ricerca del mare e del sole“.
Le isole dell’ispirazione
“Ho trovato l’illuminazione in Sardegna, continuando a far ceramica. Qui ho conosciuto la porcellana, che è diventata la mia nuova ispirazione. Ho dato alla luce mio figlio e sono ritornata a Venezia. L’isola, l’acqua, la tranquillità mi hanno dato nuove consapevolezze. Ho deciso di rivedere le mie conoscenze e osservarle in maniera diversa: mercatini, laboratori e corsi con i bambini. Questa sono la nuova io: illuminata dalle esperienze in giro per l’Europa e dall’essere diventata mamma.
Mani per creare e per indossare
Da quest’anno, a Venezia, ha preso forma il laboratorio in cui creo i miei prodotti. Conosco persone nuove, sento la necessità e la curiosità dei cittadini di avvicinarsi a quest’arte. Posso affermare che l’artigianato a Venezia non sta morendo: vedo una rinascita di gente che vive qui e vuole portare avanti i suoi progetti”.
Porcellana e Gres: comunicare con la materia
“I materiali che plasmo sono la porcellana e il gres. Due elementi naturali che comunicano in modo diverso. Il gres è composto da un’insieme di minerali che vetrificano ad alta temperatura. È un minerale antico, che deriva dalla sgretolazioni di pietra e proviene dall’Europa centrale. E’ come toccare il passato del mondo. La porcellana è morbida, bianca e delicata: appena lasci un’impronta, la incorpora. La porcellana ha eleganza nella sua sottigliezza, mentre il gres è più spesso, più adattabile a certi usi. Il mio caffè lo berrei in una tazza di gres.
A cup of coffee with Francesca
Ciò che amo è creare ceramiche che possano essere usate tutti i giorni, in varie parti del mondo: chiedo sempre dove andranno. È ceramica ad uso contemporaneo che parla dei luoghi in cui ho vissuto: porto da Amsterdam l’aspetto minimalista, la Sardegna per i corallini, Venezia per i colori, di prevalenza verde e blu. Le forme sono free-flow: lascio andare le energie e le opere nascono con i movimenti. Quando creo mi sento libera. Sono felice di poterlo essere.
I miei progetti sono quelli di diffondere l’arte con la ceramica e con l’insegnamento. Vorrei puntare di più sui bambini e sui giovani, per dare loro questo senso di libertà. Per me stessa, la creazione è, ogni volta, un’eterna evoluzione di forme e colori”.
Andate a trovare Francesca e seguite i suoi corsi base. Francesca collabora anche con l’associazione veneziana di ceramisti e realizza corsi di tornio individuali nel suo laboratorio.
La storia di Alessandro: un giovane ragazzo siciliano che fa rivivere un borgo…con una bolla”.
Sicilia, terra di bellezza, miti, culture e tradizioni, ma anche di profumi, colori, paesaggi e stelle. C’è un borgo in cui è possibile incontrare tutti questi elementi e vivere una magia: San Pietro di Saponara.
In questo luogo c’è un ragazzo, che ha realizzato un sogno in un paesino nascosto sui Monti Peloritani: vi presento Alessandro Magazzù e La Bolla di Mag.
Un viaggio di ritorno verso il borgo dell’infanzia
“Sono Alessandro, ho trent’anni, vivo in provincia di Messina. Sono appassionato di viaggi e delle storie di chi li compie, ma anche un sognatore, legato al borgo arroccato sui Monti Peloritani da cui proviene la mia famiglia: San Pietro di Saponara. Dopo una breve parentesi lavorativa all’estero, sono tornato in Sicilia. In questa andata e ritorno ho percepito la sensazione di nostalgia e di voglia di iniziare un nuovo progetto. Ho deciso di mettermi in gioco e diventare un punto di riferimento per i viaggiatori come me, mettendo in luce la bellezza di questa terra,partendo proprio dal borgo legato alla mia infanzia“.
Il Borgo di San Pietro di Saponara
“San Pietro è un paesino di 100 anime che si sta spopolando. Molti ragazzi si sono trasferiti in città e i turisti si fermano nelle più note località balneari, come le vicine Isole Eolie, escludendo dalla loro visita queste zone. Da amante dell’esplorazione sapevo che coniugare tutto ciò sarebbe stato possibile solo tramite una struttura ricettiva, che sposasse completamente la filosofia dello “slow tourism”, ossia turismo lento: scoprire luoghi poco affollati e immersi nella cultura locale per viverli realmente”.
Alessandro e la sua mamma per festeggiare il primo anno di bolla
Un sentiero di pietra che attraversa tre generazioni
“Ho iniziato a documentarmi e a studiare a fondo come trasformare la mia passione in un’attività che valorizzasse il mio legame con San Pietro. Cercando informazioni sui glamping è arrivata l’idea: una “bubble tent”, per ammirare le stelle e immergersi in quest’angolo unico di Sicilia, nel rispetto della natura e della cultura del borgo. Poco distante dal mare, nella frescura delle montagne, in pieno equilibrio con questa terra dalle mille proposte“.
Eleonora sul sentiero dove svetta la Bolla
“La bolla svetta su una piccola altura cui si accede tramite un sentiero di pietra, che mio padre ha costruito negli ultimi anni della sua vita, ma che purtroppo è rimasto incompiuto. Oltre a voler completare l’opera mai terminata, volevo tenere vivo il ricordo di mio padre e di mia nonna che hanno vissuto qui tutta la loro vita e hanno cercato di trasformare questo luogo in un posto migliore. Allo stesso modo, con passione, affiancato da mia madre e grazie all’aiuto della mia compagna Eleonora, architetto che ha curato il progetto e il suo sviluppo in ogni minima parte, abbiamo dato vita al sogno “La Bolla di Mag”, dove “MAG” sono le prime 3 lettere del mio cognome, un omaggio alla mia famiglia”.
Natura, lentezza e stelle: gli ingredienti del glamping
“Festeggiamo il primo anno di attività. Sono arrivati tantissimi turisti stranieri, italiani e siciliani. La bolla è un’insieme di proposte nel rispetto del paesaggio perché la sua trasparenza non è impattante.L’obiettivo è far scoprire ai visitatori una Sicilia inedita e “vivere San Pietro”: non è turismo mordi e fuggi, ma una visita lenta e che porti gli ospiti a parlare di quest’area ad altri viaggiatori e a ritornare”.
Una giornata da apicoltore
“Ogni mese, organizzo delle attività per coinvolgere i miei ospiti e le persone del posto. La mia idea è quella di creare un turismo slow per tutti e di coinvolgere soprattutto chi abita qui. Sono stati, infatti, creati dei sentieri percorribili con le biciclette che permettono di riscoprire i borghi limitrofi e introdotte attività legate alla tradizione siciliana e al benessere: dai massaggi alla produzione di miele, dalle lezioni di yoga all‘osservazione delle stelle. La mia terra è pronta per essere riscoperta, tutelata e amata da tutti.“
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