Alla ricerca della Cubanìa, nell’isola dove la libertà e il sorriso sono il pane quotidiano

Cuba è l’isola del chiaroscuro, in cui viaggerete alla ricerca della Cubania (lo spirito cubano più profondo). In questo gioco di luci sarete riscaldati dalla solarità degli abitanti, che si fonderà alla freddezza della crisi economica.

Cuba Express 15-25 aprile 2023

Cuba è l’isola del chiaroscuro, in cui viaggerete alla ricerca della Cubania (lo spirito cubano più profondo). In questo gioco di luci sarete riscaldati dalla solarità degli abitanti, che si fonderà alla freddezza della crisi economica. Fra carri trainati da cavalli e progetti ingegneristici d’avanguardia, fra piantagioni di tabacco e bandiere bianche e blu, verrete proiettati in città colorate, adombrate della brutalità dell’Embargo più lungo della storia; sosterete nelle Casas de la Musica, distratti dalla coda di persone in fila per connettersi al Wi-fi. Dormirete nelle casas particulares per comprendere appieno cosa significhi essere cubano oggi.

Benvenuti alla ricerca dell’Ultima Cuba, l’isola dove la libertà e il sorriso sono il pane quotidiano. Un luogo unico in cui, ancora per poco, potrete respirare l’Alma Cubana, decantata da Gutierrez Alea o da Ernest Hemingway; viaggerete sulle tracce della Rivoluzione che ha fatto sognare milioni di giovani e la maestria delle raccoglitrici di tabacco, fra passi di danza, distillerie di rum e cavalli al galoppo.

Sabato 15 aprile 2023

4 del mattino, ritrovo a Linate e in contemporanea a Roma e Bologna. È l’inizio di una nuova avventura. Un viaggio per molti sognato da tempo, l’eco di una Revoluciòn che si è propagata per decenni, il fascino per acque cristalline e città senza tempo.

Siamo in 9, Io, Fabio, Stefania, Giulia, Silveli, Patrizia, Vanessa, Roberta  Sara. Ci incontriamo al gate 23 dell’aeroporto di Madrid, assonnati, ma pronti al volo di 10 ore che ci porterà a La Habana. Conosciamo un altro gruppo AVM, anche loro carichi ed entusiasti. Abbiamo organizzato una raccolta abiti e medicinali da distribuire nelle province più povere. Un ultimo chek e si parte. In viaggio, fra un sonnellino e una sfida a battaglia navale, ci conosciamo sempre di più. Atterriamo nel tardo pomeriggio, aspettiamo i bagagli, compriamo la tessera telefonica e…usciamo nel caldo clima di aprile: 38 gradi, cielo nuvoloso e le prime Cadillac colorate. Fra questi colori compare Yusimara, la nostra guida. Afro-cubana, con treccine elaborate, un abito arancione e un sorriso contagioso. Ci conduce al bus, gigante per noi, e ci presenta il nostro autista: Raul. Di profilo assomiglia a Cristiano Ronaldo, accomodante e con una collezione di cravatte dietro il sedile. Iniziamo a scoprire i primi segreti della città, affamati di foto e voglia di conoscere.

Il nostro gruppo: Gozonas in viaggio

Il bus si ferma davanti alla nostra prima casa particular: una domus coloniale rossa su cui si appoggiano colonne bianche, con un cortile interno e tante lucine, che riscaldano il nostro arrivo. Ci accoglie Mirta, una signora anziana, con i segni della bellezza giovanile rubata dalla fatica del lavoro; insieme a lei il cuoco e la padrona di casa che, con un mojito fresco e seducente, benedicono il nostro viaggio. La famosa vitamina R, che sarà parte della nostra ricerca. Ceniamo in questo clima di curiosità, con la voglia di conoscerci e lo sguardo che si perde fra le nuvole, le stelle e le finestre illuminate dei palazzi che ci circondano. Alla mezzanotte entriamo nelle stanze, ansiosi di iniziare a viaggiare.

Domenica 16 aprile

Aspettiamo la nascita del sole che sale rapido dietro la torre di Josè Martin, il monumento dedicato all’eroe nazionale. La casa si sveglia: dalla cucina il rumore di stoviglie, con Mirta che dirige le operazioni per darci il miglior servizio possibile. Il profumo di uova e pane caldo ci abbraccia. Arrivano Felice, Odalys e Yusi, cambiamo la cassa comune (grazie a Giulia per essere stata una cassiera perfetta), ripassiamo l’itinerario e poi…partiamo.

Tutto è colore, movimento, stranezza. Ci rechiamo subito fra il baluginare dei mosaici del quartiere di Fusterlandia. Un agglomerato di case ondose, con disegni e statue mosaicate che brillano al sole. Selfie, foto, chiacchiere, tutto ha un nuovo ritmo. Continuiamo verso Plaza de la Revoluciòn, salutando gli eroi che hanno reso Cuba una delle potenze più ammirate al mondo. È domenica, la piazza è deserta. Tutto sembra immenso, ancora più imponente di come lo avevamo visto la sera prima dal finestrino del bus. Che Guevara e Josè Martin si fronteggiano, fra l’immensità delle strade e murales rivoluzionari. “Hasta la victoria, Cuba libre y viva, Patria o Muerte”: è Cubania, è Revoluciòn, è Libertad

Abbandoniamo per un po’ i palazzi e i messaggi di libertà, per scoprire la riserva naturale cittadina. Alberi e fiori colorati ci portano al fiume de La Habana, dove rapaci, resti di galline e cibo, mostrano le offerte votive lasciate dalla tradizione Yoruba: un’affascinante religione proveniente dall’Africa Occidentale legata a rituali di sacrificio, con inclusi cattolici. Prima pina colada del viaggio e foto alle tante Cadillac fiammanti, in attesa di turisti. Ormai siamo stati catturati da questo nuovo mondo, dai suoi ingredienti e dal suo essere: guava, rum, colore, musica, sorrisi, resilienza.

Ripartiamo attraversando il grande tunnel che ci conduce al Castillo de los Reyes del Moro. Fra cannoni, antiche mura e cubani intenti a fare pic-nic, ammiriamo lo sfondo: è una Habana moderna che contorna il tutto, con i suoi alti grattacieli, che da qui sembrano moderni, ma da vicino mostrano crepe e l’ingiuria del tempo. Ripartiamo per entrare ne La Habana Vieja. Calli animate da venditori ambulanti, palazzi dai colori pastello e l’eco delle televisioni che echeggiano nei patii interni. Il contrasto fra le piazze restaurate da poco e le case diroccate, fra il rombo delle Cadillac e il ritmo dei musicisti, mostrano la nostalgia per il passato e la voglia di modernità della città.

In questo contrasto entriamo nel bar di Hamingway, sorseggiamo un daiquiri alla Floridita, e danziamo con improvvisati maestri di salsa. Siamo fuori da tempo e dallo spazio: a volte fermi agli anni Sessanta, altre volte nel 2023. Torniamo a casa e…sorpresa! Ci aspettano due Cadillac fiammeggianti. Con i capelli al vento, voliamo vero l’area degli artisti. Musica, folklore e arte ci fanno ballare fino a notte fonda.

Lunedì 17 aprile

Abbracciamo Mirta, che ci ricorda quanto la parola Libertad sia fondamentale per lei e per tutti i cubani. Ci prepariamo a partire per la campagna. Facciamo una sosta all’ecovillaggio di Las Terrazas: nato del 1968 per un progetto di riforestazione e famosa per aver dato i natali al cantante  Polo Montanez. È la modernità di Cuba: per certi aspetti è più avanzata dell’Europa, con una grande apertura di genere, conquiste ingegneristiche e attenzione alla cultura e alla salute; per altri sembra ferma agli anni Sessanta: code per il cibo al mercado libre, calessi che viaggiano su autostrade e guajiros che arano il terreno con i buoi.

I Mohotes di Viniales. La vita dei campesinos di Cuba

Visitiamo le casette curate e beviamo un caffè, forte e scuro, al Bar Maria. Ripartiamo e in tre ore raggiungiamo la verdeggiante provincia di Pinar del Rio. Il paesaggio brilla, è quasi violento, con palme e alti alberi che si estendono per chilometri. Gli avvoltoi volano speranzosi in cielo, mentre i contadini coltivano piccoli appezzamenti di terreno. Non ci superano più le Cadillac, ma rapidi calessi, trainati da cavalli nervosi.

Il bus si ferma nelle piantagioni di tabacco. Ci accoglie una sorta di cow-boy cubano: Stetson alla testa e sigaro alla mano. Ci mostra come viene rollato un sigaro e, con un bicchiere di rum, ci fa fare alcuni tiri del suo simbolico prodotto. Un po’ storditi, ma fortemente appagati, continuiamo la scoperta dei segreti del tabacco ed entriamo nell’essiccatoio. Il profumo di foglie è intenso, buono, indimenticabile. Le foglie seccano in tempi diversi: alcune sono ancora verdi, altre accartocciate e imbrunite.  Rimaniamo per diversi minuti in questo spazio, cercando di portare con noi l’odore delle foglie.

Il tabacco all’interno dell’essicatoio. L’oro di Cuba

Ci dirigiamo alla casa del contadino: un enorme terrazzamento, che mostra i campi di mais e di tabacco, che puntellano la provincia. Pranziamo in questa vista bucolica, orami sedotti dalla Isla Grande. A valle ci aspettano i cavalli, per condurci nel cuore delle piantagioni. Trottiamo con qualche gridolino di sottofondo, per raggiungere una Hacienda. Degustiamo rum, miele, parliamo di artigianato e politica. La politica è ovunque. Tutti ne parlano, nessuno è intimorito. “Il socialismo è cosa buena, cosa mala; gli USA sono nemici, sono un sogno; la vita è dura, ma si va avanti, potrebbe andare peggio, potrebbe andare meglio”: idee, parole, ma sempre con il sorriso e la consapevolezza che le cose cambieranno. Rientriamo a Vinales, accolti dal calore dei proprietari di casa e da polli e pulcini, che ci seguono curiosi. Ceniamo, balliamo e parliamo. Ormai Cuba ci ha legati a lei.

Martedì 18 aprile

La giornata ha il sapore del sale e del sole. Ci dirigiamo nella spiaggia di Cayo Jutias. Anche Yusi e Raul si rilassano con noi. Sabbia bianca, mare azzurro e sorsi di Coco Loco accompagnano la nostra oziosa giornata. Nel pomeriggio alziamo il ritmo, salendo a bordo di un barchino che ci ormeggia nella bianchissima spiaggia delle stelle marine. Quasi acciecati dal bianco della sabbia, nuotiamo fra le stelle, scattiamo selfie e ci abbrustoliamo per bene.

Rientriamo a Vinales e, seduti sulle immancabili sedie a dondolo, ammiriamo il tramonto, ascoltando le storie di Benedicto. Un colonnello cubano, ormai in pensione, che ci racconta i suoi ricordi di gioventù. Ceniamo al Jardin de Vinales, fra il profumo di dopo sole e la menta dei mojitos, dondolando al ritmo di flauti, maracas e violoncelli.

Mercoledì 19 aprile

Giornata storica: oltre ad essere la celebrazione della vittoria di Cuba sugli USA alla Baia dei Porci, si insedierà anche il nuovo presidente, Miguel Diaz Canel. È un giorno importante per l’Isla. Viaggiamo in direzione La Habana per fare rifornimento e…sorpresa! Il carico di Gazolina proveniente dal Venezuela, non è arrivato: in poche parole, non c’è benzina in tutta Cuba. Strepitoso…soprattutto oggi, che dobbiamo affrontare lo spostamento più lungo. Raul ci rassicura: ha fatto scorta e riuscirà a portarci a destinazione. Fra una chiamata e l’altra riesce ad ottenere della benzina da alcun benzinai delle province che incontreremo.

La forza della storia. Benedicto, un ex combattente, che mostra il suo passato

Ci fermiamo comunque in una stazione di Gazolina in cui ci viene offerto del caffè. C’è anche un supermercato, ma i banconi sono completamente vuoti. Con un sorriso ironico e rassegnato, la benzinaia scherza sulla situazione: l’Alma e il sorriso di Cuba ci rassicurano davvero.

Dopo alcune ore di viaggio, ci fermiamo nel parco degli alligatori e nella casa dei colibrì. Due animali completamente differenti, affascinati e liberi, che vivono solo in questa zona, Palpite. Beviamo un birretta e mangiamo patatine in un villaggio piccolo e autentico, con il fruscio dei colibrì come colonna sonora. Ripartiamo e raggiungiamo il mare: la Baia dei Porci ci accoglie. La violenza de la Revoluciòn si placa al respiro delle onde. Decine di granchi attraversano la strada per raggiungere le tombe dei soldati che hanno dato la vita per Cuba, cosparse di fiori rossi e bianchi Si respira aria di festa. Ci fermiamo in spiaggia, un brindisi al sole che tramonta e un tuffo nell’acqua calda.

Arriviamo per la cena a casa di Mario. Nel patio della casa particular ci aspettano ruspanti aragoste, mentre dalle vie del paese si sente il suono della festa. Dopo cena andiamo a dare un’occhiata: per celebrare questo giorno è stata allestita una grande sagra. Bancarelle, paninari che vendono sandwich con porchetta da fare invidia a quelli di Ariccia; venditori ambulanti, cantanti. Semplicemente bello, inedito, coinvolgente. Balliamo sotto il palco, facciamo amicizia con i cantanti detti Rompitimpanos e compriamo chupa-chups e mojito alle bancarelle (i nostri mix culinari sono sempre interessanti). Veniamo nominati gozonas: quelli che stanno al gioco. Ci facciamo coinvolgere da Yusi e Raul, facendo a volte i gozonas a volte gli imbranati, divertendoci un modo in questa Cubanìa. I cubani e la cubane sono allegri: sono questi i momenti che fanno dimenticare le difficoltà del periodo storico.

Giovedì 20 aprile

Colazione con immancabile succo di guava e mango, uova e pane tostato e via, diretti al toccante museo di Playa Giron. La storia della Revoluciòn viene racchiusa in pannelli, oggetti e foto d’epoca. L’orgoglio cubano emerge in ogni frammento, conservato con cura nelle teche del museo.

I lavoratori della Baia

Lasciamo la Baia e ci dirigiamo a Cayo Perdiz. La barriera corallina ci inviata a scoprire i segreti del Golfo. Fra pesci colorati, chiassosi turisti russi e bicchieri di Cuba Libre, ci abbrustoliamo al sole per la versione Playa 2.0. Come aragoste cubane, saliamo in bus…appena in tempo: in pochi secondi si scatena un acquazzone e il cielo si tinge di grigio, in perfetto contrasto con il nostro colorito. In poco tempo, la grande quantità di acqua si esaurisce, facendo brillare il paesaggio. Arriviamo a Cinefuegos: una città curata, quasi francese, ma triste. Ci sono più mendicanti rispetto a quanti incontrati sino ad ora, più gente che ha trovato nel rum un conforto. Le ciminiere delle fabbriche contrastano con gli alti palazzi stinti, l’eleganza dei monumenti del centro, con la povertà degli abitanti. Passeggiamo sul lungomare, il nero delle nuvole, in contrasto con il blu dell’acqua.

La città ha una struttura lineare: streets and roads in cui sfrecciano trattori e calessi. Tutto si alterna in equilibrio perfetto fra precedenze e strade sconnesse. Ceniamo in un fast food, assaggiando la pizza cubana e facendo ridere i camerieri.

Venerdì 21 aprile

Svegliati dal canto dei galli, aspettiamo Yusi e Raul, che hanno trascorso le prime ore dell’alba in coda, per fare benzina. Davanti ai benzinai ci sono decine di macchine che attendono i rifornimenti: tutti sono sereni, abituati all’attesa.

Ci dirigiamo a Trinidad, la città di Raul. Conosciamo sua moglie e ci facciamo raccontare i segreti della città. Non piove da molto tempo e i trinidadiani sono preoccupati per la carenza di acqua. Nonostante ciò il sorriso e la tenacia regnano sempre, consapevoli che, prima o poi, le cose miglioreranno. Dopo una visita al centro di artigianato e alla fabbrica dei sigari, entriamo in città. Forse una delle più belle viste sino ad ora: sembra di vivere in una fotografia. Veniamo distribuiti in più case e saliamo a bordo dei tuc-tuc. La città scorre veloce ai colpi di pedale dei guidatori. Cavalli, tuc-tuc, case colorate che si affacciano alla pavimentazione in pietra. Gli anziani oziano seduti su sedie a dondolo, mentre signore cariche di pacchi, salutano festose. Arriviamo al bar la Cachanchara, dove una band ci accoglie, mentre degustiamo questa strana bevanda servita in tipici bicchierini di terracotta.

Girovaghiamo ancora un po’ per la città ed entriamo in un supermercato: ci sono solo i beni di prima necessità. Sembra tutto triste: cibi in scatola, pannolini, immancabile vitamina R (che forse per molti è anche un alimento), qualche sapone.

Ci viene spiegato che vi è una sorta di mercato nero legale, il mercato grigio, in cui, grazie al baratto e alla solidarietà, le persone di Cuba riescono ad avere anche qualche cibo in più. L’importante è aiutare chi ha più bisogno e…essere positivi! La vita e la storia, sorridono a chi vede il bello nelle cose: ecco cos’è la Cubanìa. È il sorriso caldo di Yusy che si ferma a bordo strada a portare i vestiti della sua bimba alle famiglie bisognose; è Raul che abbraccia sua moglie e suo figlio prima di ripartire; sono le famiglie che ci hanno accolto nelle casas particulares facendoci sentire a casa. La giornata continua fra negozietti, stradine anguste e musei. Alla sera ci ritroviamo per goderci il tramonto alla Casa de La Musica. Un mojito, il cielo colorato e Juan Carlos, un cardiologo cubano, rendono allegra la serata.

I supermercati popolari. Poca scelta affrontata con sorriso e resilienza

Ceniamo in un patio arabo, suonando le maracas con la band e partecipiamo al grande concerto de La Casa de La Musica. Tutta Trinidad è riunita sotto il palco. È il massimo esempio dell’apertura di Cuba: tutte le età, tutti i colori e tutti i generi banno e cantano senza pregiudizi. Ancora affamati di emozioni, ci dirigiamo a La Cueva, la discoteca scavata nella roccia, per poi perderci più volte, prima di trovare le nostre dimore.

Sabato 22 aprile

Salutiamo Trinidad e la famiglia di Raul. Oggi la giornata sarà cultura allo stato puro. Raggiungiamo il cuore economico di Cuba: la Valle de los Ingenos. Non piove da tanto, ma la vegetazione regna sovrana. I teli bianchi ricamati a mano dalle tessitrici, contrastano con il verde circostante. La grande torre e le case coloniali ci invitano a scoprire la valle. Saliamo a 47 metri di altezza, per guardare lontano: si intravedono le antiche linee dei treni a vapore, che trasportavano lo zucchero, uno dei motori economici per l’Isla. Oltre la sierra aspetta silente Che Guevara, in una zona in cui si sono consumate grandi battaglie e dove si è fatta la storia. Ripartiamo e ci fermiamo per una piccola sosta nella cittadina di Santo Spiritu: è una città ricca, con hotel degli anni Sessanta tirati a lucido, tanti negozi, un cinema di sceneggiature americane e una incantevole chiesetta blu. È la piena integrazione fra il folklore cubano e i costumi importati dagli spagnoli. Con un cielo terso ad est e uno scuro ad ovest, ci dirigiamo a Santa Clara. La città è alternativa: facciamo una sosta in un centro sociale dove drag queen e alternativi leggono e suonano, raccontando al pubblico la moderna versione della Cubania. Pranziamo in un simpatico fast food, per poi raggiungere il luogo più suggestivo del viaggio: il mausoleo del Che.

Ci accoglie una gigantesca piazza, in questa giornata deserta, su cui svetta il monumento dedicato ad Ernesto. Sotto un cielo livido entriamo nel mausoleo. Con rispetto rimaniamo in silenzio e porgiamo il nostro omaggio ai combattenti. Visitiamo il museo e seguiamo la strada che ci porta al tren blindado: segno della vittoria dei cubani sul dittatore Batista. Santa Clara ha un’aura di rispetto ed imponenza. Per strada c’è silenzio.

Ci dirigiamo a Remedios, superando calessi e piccoli borghi. Entriamo in contatto con la vita di una piccola cittadina poco turistica: due bar, un cinema e la Sala della Cultura. Beviamo un mojito al bar Louvre, con un suonatore di bottiglie che ci punta per tutta la sera. Ceniamo nella grande casa particular, accarezzando un carlino obeso e un gatto famelico. Entriamo in un cinema o meglio, una sala in cui viene proiettato sulla parete una Soap Opera sud americana; il pubblico ci guarda stupito, mentre noi rivalutiamo la nostra concezione di cinema. La musica della Casa de la Cultura ci richiama: gruppi di settantenni, ballano a ritmo forsennato, segno che la danza non ha età. Ultimo brindisi e rientriamo a casa, avvolti dal suono dei tamburi della banda del paese.

Domenica 23 aprile

È domenica e, dopo una colazione da dì di festa, entriamo in chiesa. Tutta Remedios è partecipe alla messa: nonne con il fazzoletto in testa, bambini vestiti eleganti e teenger che sbadigliano.

Il viaggio continua: oggi vita da nababbi in un all inclusive, in direzione Cayo Santa Maria. Superiamo uno dei più grandi progetti di ingegneria del Paese: il ponte Pedraplèn. È il terrapieno più lungo al mondo e, attraversando i suoi 48 chilometri, si ammirano delfini e i Cayos caraibici. Mettiamo piede in un occidentalissimo resort, che pullula di canadesi. Un vero contrasto con la Cuba delle casas particulares e dei calessi. Ci immergiamo in questa nuova realtà, salendo sui catamarani, passeggiando fra i coralli e ballando con lo staff. Rimaniamo insieme fino a notte fonda, ammirando il verde e il blu del mare e la grandezza delle stelle.

Lunedì 24 aprile

Partiamo di buon mattino, per concederci ancora un saluto a La Habana. Dai finestrini vediamo saltare i delfini, che nuotano liberi nell’isola dove Libertad è la parola chiave. Passiamo davanti al porto commerciale della capitale, con navi siriane e russe in attesa di scaricare i rifornimenti. L’economia del Paese dipende da potenze che sono ormai distanti dall’Europa.

I colori di Cuba

A Cuba si percepisce appieno la brutalità della guerra fredda e i suoi alleati fanno paura agli americani. Viene da chiedersi come il Colosso americano possa essere intimorito da un’Isola così piccola; un luogo in cui la musica, il sorriso, la libertà e la semplicità sono il pane quotidiano. Scendiamo fra le strade affollate de La Habana Vieja: negozietti, voglia di sfamare gli occhi con la bellezza della vita di strada e immancabile mojito. Raggiungiamo il lungo mare e, scattato l’ultimo selfie con Raul e Yusi, ci dirigiamo all’aeroporto. Il viaggio è ancora lungo, faremo sosta a Madrid, prima di arrivare a casa, ma Cuba si è portata via un pezzetto del nostro cuore.

Martedì 25 aprile

Passeggiata a Madrid, fra baci, abbracci e la voglia di ripartire. A presto Stefania, Giulia, Sara, Roberta, Vanessa, Silveli, Patrizia e Fabio, che hanno cercato e trovato insieme a me la Cubania.

Omaggio alla Storia. Il mausoleo del Che a Santa Clara

Strade Maestre: a scuola camminando

L’associazione CamminaMenti, ha dato avvio ad un progetto pionieristico che unisce la scuola al cammino e diventa così una “scuola di vita”. Benvenuti in Strade Maestre, la nuova scuola che cammina.

La scuola evoca sempre ricordi nostalgici: le giornate passate sui banchi a scrivere bigliettini, le interrogazioni di Filosofia, le ricreazioni trascorse ad organizzare il sabato sera e la spensieratezza di essere studenti. In questo ricordo pesano alcuni momenti, come le tante ore seduti sui banchi e la necessità di praticare sport. Oggi, l’associazione CamminaMenti, ha dato avvio ad un progetto pionieristico che unisce la scuola al cammino e diventa così una “scuola di vita”. Benvenuti in Strade Maestre, la nuova scuola che cammina.

L’Italia con lo zaino in spalla e il tablet alla mano

Sono 5 gli insegnati e le guide ambientali che faranno da docenti ai ragazzi del progetto Strade Maestre. Un nuovo modo di studiare e apprendere il valore della condivisione e del cammino. Sono 7 gli studenti selezionati che, per un anno, vivranno un’esperienza di studio e condivisione unica: una scuola trekking in giro per l’Italia. L’esperienza scolastica è stata raccontata da Marco Leoperfido, uno degli organizzatori. «La scuola che cammina è un progetto di vita, oltre ad essere un progetto educativo – racconta Marco LeoperfidoI ragazzi, dal terzo al quinto anno di scuola superiore, viaggeranno da Orvieto al Friuli Venezia Giulia, studiando e conoscendo un’Italia inedita. Abbiamo iniziato il nostro cammino scolastico il 16 Settembre 2024 e termineremo a Maggio 2025. Sono 240 giorni di studio, conoscenza dell’Italia e di crescita personale. I ragazzi torneranno a casa per le vacanze di Natale, Carnevale e Pasqua, vivendo un’esperienza unica. Sono pionieri di un’idea di scuola innovativa che può diventare un nuovo modello da applicare in Italia».

In questo viaggio i ragazzi dovranno alzarsi presto, studiare e sottostare alle regole imposte dal meteo e dal cammino: si dovranno adattare al meteo avverso o favorevole, alle notti in tenda o in spazi comuni e alle realtà in cui vivranno. Una scuola che è quindi il simbolo delle difficoltà della vita ma, anche, delle grandi soddisfazioni che essa dona. Le attività scolastiche verranno gestiste in spazi del CAI o messe a disposizione dagli Enti locali. Gli studenti utilizzeranno dei tablet per viaggiare leggeri e coprire gli oltre 1000 chilometri di viaggio.

La scuola è il cammino

Gli studenti provengono da diverse regioni italiane e sono stati selezionati da una commissione nel Febbraio 2024. Per accedere al progetto, sono state aperte delle raccolte di crowdfunding, perché il costo di partecipazione è di 8000 euro a studente. «Per noi il cammino è la scuola di vita – aggiunge Leoperfido – gli studenti avranno modo di studiare le materie canoniche (italiano, matematica, storia, scienze, geografia, chimica e inglese) ma anche quello che si impara viaggiando e osservando: la vita di strada, la saggezza degli anziani, l’autenticità dei mestieri. L’Italia sarà dunque la scuola per i nostri ragazzi: parleremo di vulcani sull’Etna, di Divina Commedia a Firenze ammirando l’architettura, il paesaggio e la storia di ogni posto. Ad accompagnarci, oltre ai docenti e alle guide escursionistiche, ci saranno esperti di psicologia e sociologia, che cureranno l’aspetto relazionale del nostro viaggio studio. Studenti e docenti dormiranno in tenda, nelle foresterie e in ambienti messi a disposizione dal CAI. Spesso inviteremo degli esperti che ci aiuteranno a comprendere meglio la relazione fra uomo e natura e a farci scoprire quali sono i segreti del luogo in cui sosteremo».

Strade Maestre è dunque il primo esperimento per creare una scuola che porti i ragazzi a conoscere l’Italia del passato e del futuro, vivendo il presente con lo zaino in spalla e la voglia di imparare.

Fra il latte degli alberi e il sangue dei bufali

L’incredibile limbo fra la vita e la morte. Viaggio di conoscenza dei funerali Toraja: un rituale antico, nell’isola di Sulawesi.

La popolazione Toraja vive sulle montagne dell’isola di Sulawesi, in Indonesia. L’incontro con questa cultura è davvero mistico. In un luogo ameno, fatto di dura vita fra campi e risaie, si celebra la morte e la vita. La morte è parte dei rituale più imponente: i defunti vengono imbalsamati per anni sino a quando non vengono raccolti abbastanza soldi per poter organizzare la celebrazione. Entriamo nella terra Toraja.

I funerali Toraja: un rituale antico, nell'isola di Sulwesi.

Immagine. Case Toraja, isola di Sulawesi

L’Isola di Sulawesi fu baluardo del più grande porto commerciale olandese del XV° secolo, con la capitale Makassar, in cui oggi, sotto un Islam serrato, è possibile ritrovare i fasti del passato della Compagnia delle Indie, all’Interno di Fort Rotterdam. Con un piccolo volo interno partiamo per Tana Toraja – al ritorno, ci sposteremo con bus locali per visitare il sud dell’Isola e tornare a Makassar – ma questa è un’altra storia. Seduti vicini in un micro-aereo, partiamo. Siamo pronti all’avventura antropologica tanto sognata: Palapu, Tana Toraja. Siamo già vestiti di nero, il colore che caratterizza i funerali Toraja. Arriviamo in aeroporto e un signore un po’ sdentato mostra la nostra foto al cellulare: è Paulus il nostro corrispondente! Tutti ridono per il metodo alternativo di riconoscere i clienti. Saliamo sulla macchina, guidata da Stephan, un signore dallo sguardo gentile e partiamo per il nostro viaggio. Paulus parla molto e accompagna il viaggio verso le montagne di Toraja. È un’oretta di viaggio fra il verde delle risaie e il bruno delle strade franate da poco. Ci fermiamo per un pit stop veloce che serve a comprare le sigarette da portare in omaggio alla famiglia del defunto. L’auto procede e ci fermiamo in un luogo che sembra essere il parcheggio di una sagra. Voci, persone che si muovono, maialini appesi a del bambù (ancora vivi), ci accolgono in questo caos funebre. Un cartellone mostra l’immagine del defunto. Alcuni danzatori hanno impresso il suo viso nelle magliette rosse.

Immagine. Danzatori ai funerali Toraja

Seguiamo la folla: ospiti vestiti di nero e i membri della famiglia di bianco. Tutti sono seduti sotto case provvisorie dai tipici tetti a barca, e ascoltano due speaker che parlano, cantano e dirigono il funerale. Arrivano danzatori, bambini che suonano il flauto, sotto l’odore forte di sangue, escrementi e carne arrosto. Vicino a noi, alcuni maialini cercano di scappare, consapevoli del loro destino. Entrano danzatori e bufali. Fra questi due giganteschi bufali albini, simbolo di ricchezza e prosperità. La cerimonia è lunga, fatta di processioni e doni, che confluiscono nella casa centrale in cui giace il corpo del defunto, morto 5 anni fa. I defunti rimangono in casa, imbalsamati con la formalina, e aspettano il giorno in cui la famiglia riuscirà ad avere il denaro necessario per avviare il funerale. I parenti, arrivati anche dagli Emirati e dall’Olanda hanno aspettato molto per poter dar vita a questo funerale dove ci sono quasi 1000 ospiti. Veniamo salutati dalla figlia del compianto, cui doniamo le sigarette comprate poco prima. Un po’ impacciati la salutiamo: non sappiamo se fare le condoglianze o chiedere come va. Tutti però sembrano essere sorridenti e preoccupati che la cerimonia riesca bene. Molte persone si fanno selfie con noi e Paulus scatta foto con i famigliari, come se fossimo a un evento qualunque. Riceviamo un invito ad andare a mangiare nella parte dedicata agli ospiti. Superiamo le cucine, dove sta stufando un bue e ci sediamo con una decina di uomini. Ci viene offerto un delizioso caffè zuccherato, banane fritte e dolcetti. Mangiamo e ci presentiamo agli altri ospiti. Paulus ci racconta la tradizione Toraja e ci inviata ad andare a vedere il sacrifico dei maiali. Fortunatamente sono già stati uccisi e vediamo solo la loro cottura: un forte impatto con la morte, che però, in Toraja, è simbolo di vita. Ogni animale sfamerà tante famiglie e darà modo ai più poveri di non sentire i morsi della fame per alcuni giorni. Rendiamo omaggio al defunto, incontriamo il figlio che arriva da Amsterdam e ripartiamo. Il viaggio continua in questa terra verde, fatta di uomini e donne che lavorano duramente la terra, bufali che si rotolano nel fango, ignari del loro valore rituale, e bambini che giocano liberi nei cortili con le case dai tetti a barca. Il nostro spostamento continua proprio verso queste case, alla scoperta della loro storia e della vita di coloro che vi abitano. Vediamo alcune tombe lungo il percorso ‘stone graves’ dove vengono sepolte intere famiglie. Ammiriamo i campi verdi e ascoltiamo i racconti di Paulus, guidati dal buon Stephan. I loro nomi sono cristiani: un pregio per i Toraja, una discriminazione nel resto del Paese, legato a valori islamici. Molti Toraja si trasferiscono a Papua, uno dei pochi luoghi dell’Indonesia in cui viene accettata la loro diversità religiosa. Saliamo in cima alla montagna che si affaccia sulla città e per poi visitare il mercato degli animali: bufali, maiali, polli, tutti in centro città, in attesa di essere comprati. Tutto nell’aria odora di pollo e di fumo, un odore che ci porteremo dietro per un po’.

L’auto ha sempre una colonna sonora natalizia, perché da agosto, i Toraja iniziano a pensare al Natale. Visitiamo un villaggio Toraja e ci rechiamo nella grotta in cui, un tempo, venivano sepolti i defunti: nonostante fosse proibito trafugare i luoghi di sepoltura, molte tombe sono state aperte e gli scheletri derubati dai loro corredi. Per questo, oggi, i morti vengono seppelliti con pochi gioielli. In questa grotta fatta di stalattiti e stalagmiti troviamo antiche casse piene di ossa e crani, che ricordano il passato della città. Ci sono scheletri ovunque, gettati alla rinfusa, quasi come se fossimo al Cimitero delle Fontanelle di Napoli. Una volta all’anno, se non ci sono funerali nella zona o ‘malati parenti’ – i defunti imbalsamanti all’interno delle case – la comunità viene a ripulire la tomba ed è l’unica concessione per poter toccare le ossa. Durante la nostra visita dobbiamo stare attenti a non calpestare tibie e ulne, che sono disseminate lungo il cammino. Avvolti da questo alone di mistero e tradizione, riprendiamo l’auto alla scoperta “dell’albero dei bambini”. Camminiamo in un percorso avvolto dalla vegetazione e davanti a noi compare un gigantesco albero con delle porticine: qui sono seppelliti i bambini ‘senza denti’, i lattanti.

L’albero è speciale, perché, tagliandolo, esce linfa bianca, simile al latte di cui si nutrono i bambini. In questo modo, idealmente, i bambini non muoiono, ma crescono con l’albero in un ciclo perfetto.

Immagine. L’albero dei lattanti, Toraja

Quando i bambini nascono, la placenta viene piantata nel terreno di casa, segno che, nonostante si scelga di vivere lontano da Tana Toraja, una volta morti si deve ritornare. Proseguiamo e ci dirigiamo verso i campi di riso. Passeggiamo fra filari di riso in cui vengono allevati anche pesci e anguille: un modo unico per poter avere il pesce anche in un luogo di montagna. Dopo una notte passata all’interno di una tradizionale casa Toraja, ci aspetta il confronto fra la morte e la vita: torneremo al funerale, partecipando al sacrificio dei buoi e festeggeremo un matrimonio.

Si torna al funerale del giorno prima: ci sono tantissimi bufali e la lotta di potere fra le famiglie si manifesta in questo momento. Tutti vogliono che uno dei loro animali venga sacrificato. Qui si decide quale bufalo debba andare alla chiesa, quali debbano essere sacrificati e quali venduti. Rimaniamo tanto tempo ad osservare la contrattazione, mentre lo speaker anima il momento. Il tempo dell’attesa rende tutti pazienti: gli invitati al funerale mangiano, le ragazze si truccano, gli ospiti vedono questo momento come una festa. Il figlio ‘olandese’ ci riconosce, viene a stringerci la mano e ci spiega cosa sta accadendo, mentre la sorella ci offre un dolcissimo the. Lo speaker cambia tono: sta per succedere qualche cosa. Un uomo con una bomboletta spray marca degli animali con numeri consequenziali: sono i bufali che andranno alla chiesa. Sempre con lentezza il rituale continua per quelli che andranno sacrificati. Succede qualcos’altro: un bufalo deve essere scambiato con un altro. Esulta la famiglia vincitrice, durante questo scambio, mentre chi ha perso sbuffa. Sono giochi di potere che si consumano solo nei funerali della Casta Oro, legata alla ricchezza o alla nobiltà. La popolazione è ancora divisa in caste: la più alta, legata alla nobiltà del passato è la Casta Oro, poi i rappresentanti della Casta del Governo, segue la Casta delle Palme a cui appartiene la classe media, infine la Casta di Legno, quella più povera, i cui funerali durano pochi giorni e si può sacrificare solo un bufalo. La classe ricca spesso è arrogante e la lentezza è un modo per enfatizzare il loro potere, intrattenendo al massimo il pubblico. I loro funerali possono durare più dei 5 giorni canonici.

Immagine. Invito al matrimonio, sposi e parenti

Ci spostiamo per celebrare gli sposi che ci hanno invitati al loro matrimonio. In realtà c’è similitudine con i funerali: una grande festa, in cui le persone vengono convogliate sotto grandi gazebo di bambù, animati da uno speaker. Anche qui c’è odore di carne e un gran via vai di persone:  le ragazze sono vestite con abiti da cerimonia colorati. Gli uomini sono eleganti e alcuni in smoking. Le persone ci stingono la mano, mentre passiamo sotto archi floreali. Sono tutti seduti sotto pergole e aspettano l’arrivo degli sposi, mangiando e fumando. Ci sediamo vicino al palco e assistiamo alla marcia nuziale: ballerine intavolano un ballo della vita, mentre sposi e parenti li seguono. Gli sposi sono vestiti in tonalità aranciate. La sposa ha un’incredibile impalcatura in testa. Una corona con un’acconciatura elaborata e un trucco molto marcato. Tutti ci offrono cibo e acqua in bicchiere sigillato: dalla torta di riso alle patatine fritte. Andiamo a salutare gli sposi, stringiamo la mano ai genitori e diamo il nostro regalo di nozze, un orologio da parete comprato al supermarket, su suggerimento di Paulus. Ci vengono fatte un sacco di foto mentre gli sposi, riconoscenti, ci ringraziano e ci invitano a mangiare. Prendiamo parte al buffet a base di riso, nuddles, pesce, pollo e maiale, e ci rinfocoliamo. Prima di andare alcuni partenti ci stringono le mani. Vogliono regalarci del maiale cotto nel bamboo, ma rifiutiamo, ci regalano allora della birra, che accettiamo, prima di tornare al funerale. Ora, nello spazio dedicato al funerale, tutto è diverso: c’è esaltazione e anche stanchezza. Sangue e sterco si mescolano.

Immagine. I bufali prima della mattanza

I bufali vengono sgozzati. Un potente colpo di coltello sulla carotide, che fa inginocchiare i re di questi Isola. Per noi è sofferenza, per le gente del posto è un momento di festa. Nella piazza dove prima c’erano i bufali, ora c’è un lago di sangue. Gli animali vengono macellati dopo la mattanza. Piedi insanguinati e gioia collettiva. Le teste degli animali, dai dolci occhi neri, sono poste come simbolo. Tutti gioiscono in questo rituale di forza e santità. Il funerale è nutrimento per il popolo e tutti sono legati ad esso, nell’interminabile ciclo della vita.

ONA: Short Film Festival

ONA: il festival dei documentari sportivi presentato da Joaquin Gomez.

Ho insegnato Yoga per i ragazzi di ONA. Fra documentaristi e atleti è uno spettacolo continuo, che mostra il legame fra lo sport, Venezia e il Cinema. Si trattiene sempre il fiato quando si ammirano i documentari degli apneisti, ci si carica quando i campioni di arrampicata raggiungono le loro vette e ci si commuove a sentir parlare il Calumè, protettore delle Gringne.

Il Manicomio di Venezia che brilla come un star

L’antico manicomio di Venezia, nell’isola di San Servolo, si trasforma in un colorato cinema all’aperto.

Joaquin Gomez, documentarista e produttore argentino trasferitosi a Venezia, ci guida attraverso il festival ONA Short Film Festival«ONA è il festival dei cortometraggi sportivi – spiega Joaquin Gomez – siamo giunti alla quinta edizione e ogni anno partecipano sempre più documentaristi, attivisti e atleti. Il festival diventa un modo per dialogare con i protagonisti e diventare sport. Tu stessa fai lezione di Yoga e questo rende ONA legato ad ogni forma di movimento. Abbiamo anche una sezione per i cortometraggi animati, perché il nostro amore per i i film comprende ogni tecnica.

Siamo ospiti dell’antico Manicomio della città, nell’Isola di San Servolo: il nostro ruolo è valorizzare un luogo legato ad un passato buio e illuminarlo con il cinema e la forza degli atleti che vengono immortalati in questi film. Ogni anno, all’inizio di Settembre il festival è aperto gratuitamente a tutti, per scoprire il legame fra lo sport e Venezia”.

L’impresa Sociale Edipo Re

Il progetto di Impresa Sociale Edipo Re: fra le onde della Laguna e l’anima di Pasolini.

La Mostra del Cinema si lega indissolubilmente alla vita della Laguna. Appuntamento imperdibile è bere un drink al tramonto ammirando l’isola degli Armeni e l’imponente Barca di Pier Paolo Pasolini, che dorme, sulle onde placide, salutando Venezia. Per compiere questo viaggio di scoperta sull’Edipo Re, ho intervistato Sibylle Righetti, documentarista e responsabile del Progetto di Impresa Sociale Edipo Re. 

Un’offerta per tutti

Sibylle mi accoglie, con la sua eleganza e gentilezza. Edipo re è un progetto che cresce ogni anno. In questi giorni occupa la Riva di Corinto del Lido. E’ un luogo davvero magico, con comode sdraio e roulotte che preparano cibo delizioso. E’ soprattutto un’offerta aperta a tutti: un luogo democratico in cui ci si può ritrovare fianco a fianco di attori e registi, sotto l’occhio vigile dell’Edipo Re.

«La Mostra del Cinema segna l’avvio del nostro progetto italiano di Impresa Sociale – spiega Sibylle Righetti – in unione con le realtà del terzo settore promuoviamo un’offerta culturale aperta a tutti, con proiezioni, musica e cibo. Organizziamo presentazioni di libri, concerti, feste private, ma diamo la possibilità di essere semplicemente ospiti della Laguna. Si chiacchiera, balla e si ammirano Edipo Re e Venezia. Per noi il progetto è il simbolo del turismo sostenibile nella Laguna di oggi, che in passato ha ospitato Pier Paolo Pasolini e Maria Callas. Un modo alternativo di essere parte della Mostra del Cinema».

La rinascita di un borgo e un viaggio in Panda: Andrea Trolese

Andrea, una laurea in lingua e letteratura russa e inglese, un inverno a Mosca a scrivere di bambini nei gulag e l’incontro con il borgo di Trassilico. 


In un viaggio pasquale con i miei amici spagnoli, Nuria e Alberto, siamo arrivati per caso nel piccolo borgo di Trassilico. Ci siamo innamorati dell’aria pura e del senso di sicurezza di questo borgo, decidendo di alloggiare in un b&b. In pochi minuti abbiamo capito che non si trattava di un luogo comune e che il suo gestore, Andrea, era in realtà un personaggio da conoscere. Andrea, una laurea in lingua e letteratura russa e inglese, un inverno a Mosca a scrivere di bambini nei gulag e l’incontro con il borgo di Trassilico. L’innamoramento dell’Appennino, la creazione di una cooperativa di comunità e la spinta a cercare di riconnettersi alla natura. Così con un panino al formaggio di montagna e un bicchiere di vino è nata la nostra conoscenza.

Dagli Emirati agli Appennini in Panda

“L’Italia in PandAmia è un viaggio iniziato a bordo di una Fiat Panda Van nel maggio 2021 assieme a mia moglie – spiega Andrea – alla scoperta dell’Italia del baratto e del passaparola. Vittime economiche della pandemia, abbiamo deciso di metterci in viaggio a caccia di un’umanità semplice, vera, fatta di persone che vivono il nostro paese; viaggiare alla scoperta di vite possibili.

Abbiamo portato avanti questo esperimento sociale dagli esiti sempre più incredibili, liberandoci e liberandoci chilometro dopo chilometro. Da un angolo all’altro del paese abbiamo guardato oltre le mascherine per ritrovare l’espressione del nostro essenziale. Sulla strada  ho raccontato l’esperienza sul mio blog Il Vertebrato Ragionevole e partecipando a qualche diretta su RadioDeejay. Più siamo andati avanti e più ci siamo addensati di umano. Oggi, giunti a destinazione nel nuovo inaspettato mondo di Trassilico, borgo della Garfagnana dal quale non siamo più ripartiti, ho provato a riordinare tutto ciò che è successo e che sta succedendo. La Panda è ferma, ma il viaggio continua”.

La rinascita di un borgo tutto da scoprire

Il 17 luglio 2021 apre così il rifugio nel borgo di Trassilico. Il progetto è una sinergia fra persone predisposte all’incontro diretto con la natura. Ognuno di loro collabora per riqualificare il borgo e il territorio.

“Si rendono produttivi vigneti e castagneti – continua Andrea, portandomi i giro per il borgo – creiamo quello che in passato era l’elemento che caratterizzava il nostro territorio: l’accoglienza e la condivisione. Siamo infatti un punto di passaggio fra antiche aree di frontiera e mulattiere, ma anche di pellegrinaggio lungo i percorsi francescani. Sono stati mesi molto intensi, ma la scelta di vivere in un borgo così puro è una missione. Non è una migrazione, ma un ritorno alle origini. La voglia di cooperare con la natura e la tradizione è la risposta a una chiamata che è per tutti: bisogna solo saperla ascoltare.

Si coinvolgono enti, università e istituzioni, per far conoscere il borgo, senza svenderlo: non serve uno stravolgimento, ma solo spolverare il passato. Si impara, grazie alla saggezza degli autoctoni, divenendo custodi e portatori di queste testimonianze. Abbiamo molti progetti per il futuro, come quello di realizzare un campeggio sospeso, per impattare il meno possibile sulla natura. Siamo testimonianza del ritorno ad una realtà da riscoprire.”

Il sorriso dei bambini di Barbara Olivi

Il sorriso dei bambini di Rio è immenso. Parte di questa grandezza è dovuta al lavoro di Barbara Olivi e della sua Onlus.

Rio de Janeiro è il sogno del viaggiatore: una città in cui le colline si tuffano nel mare, sotto l’abbraccio del Cristo Redentore e la verticalità del Pan di Zucchero. E’ un luogo in cui il ritmo del Carnevale si confonde con il delirante tifo del Maracanà e in cui la danza tradizionale, il Samba, spesso deve fare i conti con la violenza delle favelas.

Da favelas a comunidades: storia di una leggenda

Il termine favela, è stato coniato a Salvador de Bahia, che già avete conosciuto per il rituale del Candomblè, e significa ‘guscio di fava’: nacque nel 1897 con la fine della guerra di Canudos. La guerra si combatté fra il 1896 e il 1897 fra l’esercito della neonata Repubblica del Brasile e la comunità religiosa di Canudos (a Salvador de Bahia), che rifiutava l’autorità della Repubblica ormai libera dai portoghesi. Al termine della guerra, che stabilì la piena autorità della Repubblica, il governo brasiliano smise di pagare i soldati che l’avevano combattuta e non diede loro abitazioni in cui vivere. I reduci occuparono i territori liberi e ribattezzarono questo terreno Morro da Favela, come il nome dell’accampamento principale durante la guerra di Canudos. Crearono così un vasto accampamento nei pressi dell’allora capitale del Brasile. Da quel momento il termine favela venne utilizzato per indicare vasti assembramenti di pseudo abitazioni che si sviluppano in maniera caotica a ridosso delle grandi città ma, oggi, si deve parlare di comunidades. In poco tempo questo progetto occupazionale prosperò in altre città, come nella nuova capitale, Rio de Janeiro. Qui fu occupato Morro da Providência, un terreno collinare libero poco lontano dall’attuale Ciudad de Samba, baluardo del Carnevale. In pochi anni sono state realizzate intere aree fatte di abitazioni, strade e negozi. In oltre 50 anni le comunidades si sono ingrandite così tanto, da avere vicoli e stradine che congiungono case che si sovrappongono le une alle altre.

We are Rocinha

Rocinha è il luogo in cui ho incontrato Barbara Olivi, la responsabile della Onlus “il sorriso dei bambini“. Ci troviamo nella comunidad di Rocinha, una delle più grandi di Rio. Rocinha significa “piccolo orticello”, perché nel primo passato di Rio Capitale era un’area fertile e coltivata. Ora ci vivono 150mila persone e il verde del passato è sostituito da case in muratura, a volte dipinte, altre volte lasciate allo stato grezzo. Si tratta di veri e propri paesi, con negozi, parrucchieri, panettieri, meccanici e scuole. Sono più di 1000 le comunidades di Rio. Agglomerati di case, che confinano con i quartieri più ricchi, che si sono ingigantite nel tempo, portando al loro interno anche squadre di narcotrafficanti.

Immagine. In mototaxi verso Rocinha

Il sorriso di Barbara e Julio, per un mondo migliore

Prendo la metro e ad aspettarmi, con una maglietta del Manchester City, troviamo Julione. Un simpatico signore, dai tratti africani e i denti bianchissimi, che ci stringe la mano con grande calore. Sono invitata a conoscere questo mondo che vive, affronta e si integra alla realtà di Rio. Un luogo spesso macchiato dalla violenza del narcotraffico, abitato però da persone resilienti, che svolgono lavori umili, in un contesto in cui droga e umanità convivono. Julione mi presenta il nostro mezzo di trasporto: le moto taxi. Istituite negli anni 2000, sono il mezzo più comodo e per raggiungere la vetta della collina su cui si sviluppò Rocinha. Con i nostri centauri saliamo sulla via centrale, la Routa numero 1, in cui, fino al 1938, si organizzava il gran premio di F1 e da cui si diramano le altre 4 vie. È tutto emozionante, quasi surreale. Ci fermiamo sulla parte alta della comunidad per avere un nuovo colpo d’occhio sulla città. Tutti conoscono Julione. Ragazzi, bambini, anziani: c’è molto rispetto per il lavoro che lui e Barbara realizzano per i bambini e le famiglie di Rochina. Visitiamo il centro culturale conoscendo i ragazzi del progetto “il sorriso dei bambini”. Dopo esserci ristorati e aver scoperto di più su Rocinha, entriamo nel suo cuore. Non possiamo fare foto, ma le immagini rimarranno per sempre dentro di noi. I vicoli sono stretti, con il passaggio delle fognature a vista. Spesso ci superano e salutano uomini con il mitra. Descritto in questo modo potrebbe sembrare una situazione pericolosa, ma con il rispetto e l’accortezza di non giudicare, Rocinha ci ha davvero accolti. Entriamo nella biblioteca di Julione e Barbara, decorata con i colori dell’amato Inter di Julione e ci dirigiamo nella parte bassa della comunidad dove ci abbraccia Barbara. Una donna incredibile: capelli biondi, corpo esile e lo sguardo di chi vive per la libertà. Originaria di Reggio Emilia, città in cui torna spesso, si è trasferita nel 2001 a Rio, si è innamorata di Julione andando controcorrente: non ha scelto la tradizionale vita da expat, ma ha tenacemente deciso di vivere a Rocinha e aiutare la sua gente, in particolare i bambini, per cui dirige progetti educativi e di dopo scuola. Commossi per il lavoro che lei, Julione e i ragazzi dell’associazione svolgono e difendono, ripartiamo, con la promessa di tornare un giorno e raccontare la loro storia. Rocinha è indissolubilmente legata a Rio de Janeiro e le due realtà non possono vivere l’una senza l’altra: la comunidad offre manodopera, la città lavoro.

Etiopia

In queste pagine vi aggiornerò sugli sviluppi del mio dottorato, viaggiando fra guerriglieri, cantieri e litanie.

In questi anni mi sono ritrovata a viaggiare con i carovanieri del sale in Etiopia. Lunghe marce sotto il sole del Dallol, per comprare i preziosi blocchi di sale e trasportarli fino al Tigray. Marce lunghe, spesso silenziose, allietate da morsi all’injira secca preparata dalle ragazze etiopi e dai versi buffi dei dromedari.

Notti sotto le stelle, cullati dal vento caldo del punto altimetrico più basso del pianeta e dalle leggende sulla Regina di Saba. Notti in cui occhietti vispi di bambini spuntavano dal nulla per osservarmi stupiti e giocare con gesti d’intesa.

Giornate lunghe, spesso massacranti, camminando su sabbia lavica e asfalto, interfacciandosi con guerriglieri e lavoratori cinesi. Giornate in cui l’Etiopia cambiava rapidamente il suo aspetto e silenziosamente si avviava alla guerra civile. In queste pagine vi aggiornerò sugli sviluppi del mio dottorato, viaggiando fra guerriglieri, cantieri e litanie.

Gibuti

In queste pagine scopriremo come Gibuti si trasformerà in una competitiva base aerospaziale e fulcro degli investimenti dell’impero del dragone.

Questa è la terra in cui il mare incontra lo spazio. Dove antiche tradizioni si mescolano a basi militari. Gibuti è la nuova Cina d’Africa. Un fazzoletto di terra strategico e leggendario, in cui vi porterò a conoscere il passato e il futuro del neocolonialismo cinese.

Avvolti dal profumo del mare e dai martellare di operai intenti a realizzare opere edilizie simili a quelle di Shangai, il porto di Gibuti è uno dei luoghi più significativi della Belt Road Initiative.

La nuova via della seta africana parte da qui: la sua rapidità entra in contrasto con il passo lento delle ragazze vestite di colori; le gigantesche navi ormeggiate sembrano balene contro le semplici barchette dei pescatori locali. La lingua cinese entra in contrasto con il francese parlato nelle piccole botteghe scolorite dal sole. In queste pagine scopriremo come Gibuti si trasformerà in una competitiva base aerospaziale e fulcro degli investimenti dell’impero del dragone.

Venezia, Pierre e le sue Mille Donne

Il progetto WOW di Pierre Maraval si unisce a SUMUS, per fare di Venezia e delle sue donne un modello sociale.

Con un pubblico prevalentemente femminile, il 10 novembre alle ore 12, è stato presentato il progetto ‘Le mille donne di Venezia’ presso il comune di Venezia. L’artista Pierre Maraval ha annunciato i contenuti di WOW con il supporto della visionaria Helene Molinari, nella splendida Sala del Consiglio Comunale.

La conferenza si è aperta con saluti della presidente del Consiglio Comunale Ermelinda Damiano e dell’assessore Simone Venturini, per raccontare l’importanza del ruolo delle donne nella società e per Venezia. L’augurio di realizzare un progetto volano con un messaggio di sorellanza e pace da inviare al mondo.

Venezia e la pace attraverso le donne

Sono 1100 le donne fotografate dall’artista francese Pierre Maraval, da aprile a settembre 2023. Il progetto, che si lega alla SUMUS community è una co-creazione di iniziative con 35 partner veneziani e internazionali, per rendere Venezia un modello sociale da lasciare in eredità ai posteri. Il progetto di Maraval è nato con la volontà di portare Venezia a essere una matrice che sia da esempio ad altre città.

“SUMUS è nato per cambiare il futuro delle città – ha detto l’ideatrice Helene Molinari – l’obiettivo è realizzare un mondo armonico che cambi il sistema mortifero in cui stiamo vivendo creando un sistema vivifero: Venezia, con la materna presenza dell’acqua e con le sue donne, è il simbolo della vita, il trampolino per dare avvio al cambiamento. Per me e Pierre, Venezia è un veicolo per esaltare la voce della bellezza: la possibilità per aprirsi a un nuovo modo di vivere, paritario e armonico”.

Il progetto WOW di Pierre Maraval si unisce a SUMUS, per fare di Venezia e delle sue donne un modello sociale.
L’acqua, le donne e Venezia. Palazzo Loredan

L’arte e la vita al femminile

Venezia ha un retaggio femminile forte, con donne pioniere che hanno aperto la strada per lo studio, come Elena Lucrezia Corner Psicopia, prima donna laureata al mondo o l’artigianato, come Marietta Barovier, la prima donna ad aver aperto una fornace.

SUMUS è entrato in relazione con Pierre Maraval e il progetto WOW (Woman of the World) dando sonorità alle donne, alle parole e all’arte. Con una call for volonteers sono state coinvolte le donne veneziane, in un contesto di sorellanza aperto a tutte, senza distinzione di età o mansione. Ogni donna è stata associata una parola che qualificasse Venezia. Così Maraval ha creato un legame fra le parole e la città. Le foto sono state scattate all’interno di un palazzo veneziano in Campo San Giacomo e verranno esposte in Campo San Lorenzo presso la sede di Ocean Space.

Venezia: la città che nasce da un sogno e diventa realtà

Venezia è il modello a cui a le altre città possono far riferimento. “Con i fondi del progetto è stato creato un manifesto che abbiamo distribuito a tutte le partecipanti – aggiunge l’artista Maraval- Un modo nuovo di declinare il futuro del mondo, parendo dall’acqua. Il 19-20 novembre presenterò i risultati artistici; oltre a ciò daremo vita a una conferenza aperta a tutti, per presentare soluzioni per migliorare l’ambiente, l’acqua, l’istruzione infantile e l’economia agricola. Autori di spicco e premi Nobel parteciperanno per mettere in esposizione sulla scena umana il ruolo femminile per il futuro dell’umanità partendo da Venezia”.

Venezia è la città sull’acqua: all’apparenza impossibile da abitare, ma divenuta reale sede di vita. Il progetto ha dimostrato come l’intelligenza collettiva vince sull’intelligenza artificiale. Pierre Maraval è convinto di questo: i volti che sono entrati nelle sue opere fotografiche hanno fatto prendere coscienza dell’importanza del cambiamento che il nostro mondo sta subendo. Il paesaggio umano che ‘le mille donne di Venezia’ hanno creato, sarà un esempio per migliorare ciò che attorno a noi, rischia di andare perduto.