Pantelleria

Un viaggio avvolti nel verde: dove l’uva dialoga con il vento e il mare abbraccia il fuoco 

Pantelleria è la porta d’Africa: una piccola perla che emerge fra la Tunisia e la Sicilia; è un luogo impervio, in cui a prevalere sono i toni verdi delle coltivazioni delle viti e dei capperi e gialli dell’erba bruciata dal sole. Qui si scatena la potenza degli elementi: il vento, che ulula anche nelle calme notti d’estate, l’acqua che, spumeggiante, invade le coste frastagliate e il fuoco che cerca di emergere dalle profondità della terra. Questa è Pantelleria, un luogo contrastante, che vi incanterà per i suoi trekking, la sua storia e i suoi contrasti. 

Chiudete gli occhi, pensate al profumo di salsedine e di erba seccata da sole, percepite la forte spinta del maestrale sulla pelle e il retrogusto del mosto proveniente dalle botti ricolme di quello che diventerà il passito. Siete pronti a perdervi fra l’azzurro intenso del cielo, il blu profondo del mare e il verde della bassa vegetazione pantesca. Vi presenteremo tre trekking che vi faranno viaggiare fra la montagna e il mare.

“Non credo che esista al mondo un luogo più adatto per pensare alla luna. Ma Pantelleria è più bella. Le pianure interminabili di roccia vulcanica, il mare immobile, la casa dipinta di calce fino agli scalini dalle cui finestre si vedono, nelle notti senza vento, i fasci luminosi dei fari africani… fondali addormentati… un’anfora con ghirlande pietrificate e i resti di un vino corroso dagli anni… il bagno in una conca fumante dalle acque così dense che è quasi possibile camminarci sopra”.
Gabriel José de la Concordia García Márquez

Sette nomi per Sette epoche

La voce del vento, che condiziona la pesca e la navigazione, si lancia contro le rocce disegnando figure mostruose, come l’Arco dell’Elefante. Già nel passato Pantelleria era un luogo mistico e inaccessibile: una piccola Atlantide, indicata nelle Storiedi Erodoto come l’Isola di Kirani, davanti alle case dei Gizanti (gli abitanti dei quella che era l’antica terra d’Africa, oggi Tunisia). Terremoti, temperature elevate e vulcani nascosti, hanno da sempre scoraggiato i naviganti a raggiungerla ma, nonostante ciò, vanta una continuità abitativa dal Neolitico; il suo nome suscitava paura fra i marinai, ma dalla sua maledizione dipendeva un grande tesoro: l’ossidiana, conosciuta in passato come l’Oro Nero. Per questo motivo, l’isola è stata ribattezzata “la perla nera del Mediterraneo”. Una terra che aveva così fatto del suo aspetto un vanto e una ricchezza, ambiti da tutti i popoli. 

Fu usata dalle popolazioni italiche come nascondiglio, dai fenici come porto per proteggere le imbarcazioni durante le tempeste, dai greci come base per i commerci, dai romani come approdo per raggiungere le terre d’Africa e dagli Americani per sbarcare in Italia alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Ancora oggi l’isola è sogno e miraggio per chi, dai confini tunisini, cerca fortuna in Europa. 

Dalle sue alture si stagliano, maestosi, i monumenti funerari neolitici, conosciuti come Sesi. Sospinta dalle grida dei Fatimidi e della vivacità della cultura araba, inglobata dalla furia Normanna e dalla dominazione del Regno delle Due Sicilie, divenne indipendente alla fine del 1800. Un diamante incastonato fra rocce vulcaniche, insenature e la linea del tempo. Più africana che italiana nei colori, ha in sé delle peculiarità uniche nel dialetto e nei profili dei suoi abitanti, che si discostano dalla tradizione siciliana. L’isola ebbe 7 nomi, donatigli in 7 epoche diverse, correlati agli elementi che più la caratterizzano. 

Pantelleria, dove la storia sussurra al mare e alla terra

Nel periodo prestorico era Kirani: la matrice indoeuropea -Kir indicava appunto, natura, l’elemento sicuramente più presente; i Fenici la chiamarono Yrnm, isola degli uccelli; successivamente fu ribattezzata Kosùros, che indica “terra del mirto”; i Romani optarono per una latinizzazione in Cossyra, legata al mirto, ma anche alla fertilità. Con il loro arrivo, gli arabi si fecero ispirare dal vento e la chiamarono Bent-el-Rhiah “figlia del vento”.

I bizantini, affascinatidalla maestria artigiana, ispirandosi aduna tipologia di piatto in ceramica, la patella, decisero di battezzare l’isola Paterlareas, per enfatizzare il ruolo commerciali. Nell’età medievale, durante la dominazione delle Repubbliche Marinare, divenne Pantalarea per poi trasformarsi definitivamente, con gli Angioini, in Pantelleria

Lo stesso si percepisce nei nomi delle contrade che si incontrano. Vi capiterà di entrare nella zona del sultano, Bonsulton, per poi uscire nell’area della pietra nera Khaggiar

I nomi e gli influssi arabi sono ancora percepibili in molte località, come ad esempio:

Bonsulton: -bon, padre – sultano, sultano

Bukkaram: -be, padre – karm, vigna

Fram: -afran, forni

Glibele: -gebel, monte

Khaggiar: -hagar, pietra nera

Karuscia: -haraschia, luogo roccioso

Khattibuale: -hatt, striscia, -bu, padre, -ali, Ali

Li Marsi: -marsa, porto

Margana: -marg, campo

Muéggen: -muagen, cisterne

Nicà: -nicà, stagno

Rekhale: -rihali, vento forte

Sibà: -sabah, mattino

Marinai legati alla terra

Pantelleria è fra le isole più a sud del Bel Paese: si trova a120 chilometri dalla Sicilia e a 70 dalla costa tunisina. Amministrativamente appartiene alla provincia di Trapani. E’ la più occidentale e la più grande delle isole satelliti della regione siciliana, con una superficie di 83 km². La città principale è Pantelleria e la seconda Scauri (dal greco Eskauro, Porto principale). Fra le due città si trovano aree differenziate in cui si alternano vigneti, spiagge e aree abitate.

In queste si distinguono i tetti sinuosi dei Dammusi: le strutture, in pietra lavica e spesso intonacate di bianco, presentano la forma a cisterna che si ritrova anche nei Sesi; con l’invasione araba dell’835 d.C., il tetto prese l’aspetto curveggiante che li distingue. Le strutture presentano un giardino, detto pantesco e una cisterna, per favorire l’autonomia idrica dell’abitato. Vivere in un Dammuso è un’esperienza unica e assolutamente imperdibile. Le elevate temperature estive rendono spesso ardui gli spostamenti nelle ore pomeridiane, ma l’ombra delle frasche dei Dammusi, possono dare ristoro, oltre che farvi sentire davvero panteschi.

In compagnia dell’asinello pantesco, una specie a rischio estinzione

La vita degli abitanti di Pantelleria è legata alle stagioni: l’estate porta spensieratezza e apertura, mentre l’inverno crea una chiusura al mondo esterno, determinata dal volere di Eolo e Poseidone. Le strade sono strette e non illuminate, incastonate fra i capperi e il Mediterraneo; questo rende l’isola autentica e piegata al volere di Crono: tutto deve essere fatto lentamente, rispettando la conformazione geologica e la natura. 

La vita è agricola, anche se gli abitanti dell’isola vestono da marinai, con i capelli schiariti dalla salsedine e la pelle bruciata dal sole. In questo contrasto, anche le spiagge hanno una loro peculiarità: ad eccezione di Cala Tramontana e Martengana, le Cale e le Punte (termini per indicare le spiagge lungo la costa oppure le are più protese verso i punti cardinali) si raggiungono con trekking, viaggiando in auto o in moto, zigzagando fra massi e buche. Una volta arrivati, lo spettacolo vale la fatica. 

La massa grigia di rocce, simili a scaglie di drago, mostrano la relazione fra la lava e l’acqua: la conformazione delle coste è dettata dalla furia dei vulcani, che continuano a mostrare la loro energia nei fenomeni di vulcanesimo secondario, come nel laghetto di Venere, in cui è possibile fare fanghi naturali e rilassarsi al sole; pozze di acqua calda, terreni fumanti e grotte termali, ne fanno una porta per raggiungere le profondità della terra. L’ultima eruzione è avvenuta, nel 1891, sul pendio nordoccidentale: da quel momento, l’isola ha modificato ulteriormente il contorno delle aree occidentali, cambiando ancora una volta la sua forma. 

Punta Spadillo e Punta Cinque Denti, sono fra i luoghi più affascinanti per percorrere un trekking fra le colture, il mare e percepire i contorni dell’isola. Il trekking, di media intensità, si alterna fra l’ombra degli alberi e la durezza delle pietre protese sul Mediterraneo. Fra le due aree si può ammirare il faro, il museo vulcanologico, gli asinelli panteschi e il laghetto di acqua salata detto delle ondine. In circa due ore si percorre quello che è il sentiero che mostra il contatto fra il verde e il blu.  

Un trekking dalle Favare ai briganti

Pantelleria è un’isola da vivere cercando di scoprire ogni suo anfratto. E’ legata più al verde che al mare: per questo proponiamo due trekking che vi daranno l’impressione di esservi persi fra un bosco incantato e il Far West. I due percorsi possono essere raggiunti in macchina, in quanto il punto di arrivo e il punto di partenza coincidono. 

Dalla Grotta del Bagno Asciutto alle Favare- Il percorso prevede la partenza dal parcheggio di Sibà. Da qui, in 10 minuti, attraverso un percorso facile, si raggiunge la Grotta del Bagno Asciutto: da qui, infatti, un anfratto da cui si sviluppa un fenomeno di vulcanesimo secondario. Da qui, infatti, si sprigiona un’intensa ondata di vapori, intorno ai 38°. Si può rimanere per qualche minuto in questa spa naturale, armati di costume e asciugamano. Usciti dalla grotta, guardando verso il mare, vedrete il profilo suadente della Tunisia. Da questo momento parte un trekking di circa 1, 30 h, di media intensità. In alcuni punti osserverete il blu del mare e in altri, i colori della steppa pantesca. Il percorso è incredibile, con un dislivello di 200 metri, fra rocce, alberi arsi dal sole e sbuffi di fumo. Quando raggiungerete la Favare, rimarrete incantati dall’incanto del paesaggio.  

In viaggio con un grande Team, mezzi improbabili e spirito di scoperta

Dalla Montagna Grande alla Grotta dei Briganti– La Montagna Grande è il picco più alto di Pantelleria. Da qui di diramano numerosi sentieri, fra pini marittimi e le orme degli antichi popoli che hanno lasciato il loro segno. Il sentiero proposto è di circa un’ora, per farvi godere l’ombra della folta vegetazione dell’area ovest dell’isola. È possibile parcheggiare molto vicino alla cima della Montagna. Da qui parte semplice sentiero, fra i corbezzoli e i lecci, adatto anche ai bambini, che vi farà scoprire una grotta misteriosa: la Grotta dei Briganti. Tenendovi ad una corda, potrete entrare in questa profonda cavità, cercando di raggiungere il centro della terra. La grotta ha questo nome perché durante l’Unità d’Italia, un gruppo di giovani che volevano sfuggire al servizio militare, ivi si nascose. Trovati dalle truppe e considerati Briganti, furono giustiziati, lasciando leggende e un velo di mistero in tutto il bosco. 

Fra mura ciclopiche e viti ad alberello 

Così, seguendo i profili dell’isola tracciati nel racconto “L’estate felice della signora Forbes“, di Gabriel José de la Concordia García Márquez, ci siamo imbattuti nella durezza nelle spiagge, nella secchezza dei terreni e nella nudità dei centri storici. Pantelleria e Scauri hanno subito la violenza della Guerra: per questo motivo troverete una moltitudine di architetture tipiche degli anni ’60, quando l’isola riprese la sua vitalità. A partire dagli anni ’30, Pantelleria fu allestita per la guerra, con la costruzione dell’aeroporto e delle infrastrutture. Essa si vide preda della Seconda Guerra Mondiale nel maggio del 1943, quando fu colpita da decine di bombe, lanciate dall’esercito americano. La meraviglia e il legame con il passato, però, emergono imponenti, gridando a tutti la potenza dell’ingegno umano. 

Nel Neolitico, Pantelleria è stata un casa per un antico popolo, i cosiddetti Sesioti. Il nome deriva dai grandi monumenti funerari, ancora oggi visibili, chiamati Sesi. Pietre, camere sepolcrali e mura ciclopiche, contornavano le aree interne dell’isola, come gli odierni grattacieli puntellano i profili delle grandi città. Cosa rendeva un’isola così piccola e suscettibile alle decisioni del maestrale e alla impetuosità del mare, un punto di attrattiva nel Mediterraneo? L’ossidiana e la facilità nel difendere le coste. Addirittura vi sono reperti, come utensili e gioielli provenienti dalle zone pantesche, in Spagna, Francia e Sardegna. I Sesioti segnarono l’inizio della crescita dell’Isola, che divenne, dai fenici in poi, un grande approdo commerciale. A questo si collegano reperti archeologici ad oggi oggetto di scavi e studi, come l’acropoli e una serie di pozzetti e cisterne, atti a raccogliere l’acqua piovana. 

Non solo, anche la vite assume una forma di venerazione. La coltivazione ad alberello, che dal 2014 è stata riconosciuto come Patrimonio Mondiale dell’Umanità. La tecnica è un unicum: su terrazzamenti caratterizzati dalla presenza di muretti a secco, l’alberello pantesco è posto in una conca scavata nel terreno, questo protegge la pianta dai forti venti che soffiano da Sud e da Est. Ad esso si aggiunge il “pizzicamento”, che consente nella potatura del fusto principale, che viene sfrondato per produrre sei rami e formare un cespuglio. Da questa tecnica in passato come oggi, vengono prodotti il passito e lo zibibbo. Durante la vostra visita, non dimenticate di sostare nelle tante cantine e assaggiare questo dolce nettare. 

Cosi come il cibo pantesco: d’obbligo un assaggio a tutto quello che l’isola offre, dai capperi all’uva, senza dimenticare il legame con l’Africa. Il Mercoledì è il giorno in cui tradizionalmente viene preparato il cous cous di pesce, che vi avvicinerà i sapori tunisini. Il pesto pantesco vi accompagnerà nelle vostre serate, passando dal porticciolo di Scauri al centro di Pantelleria.

Pubblicato da erikamattio

Archeologa e antropologa, viaggiatrice, sportiva e scrittrice. Inguaribile sognatrice e fervida sostenitrice delle potenzialità di MacGyver. Amante delle situazioni complicate e dei valori dell'amicizia.

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