Napoli

Fra il canto di Partenope e il gorgoglio dei vulcani. In cammino fra la pomposità dei Gigli di Nola e la fumante area vesuviana. Un colpo d’occhio che vi ammalierà, come il canto di una sirena. 

Napoli, la città della musica, della commedia, dei presepi e della pizza; un luogo in cui il seducente canto delle sirene vi farà apprezzare ogni dettaglio: dalla maestosa architettura vanvitelliana, alla superstizione popolare; dal profumo di mare dei mercati rionali, alla metropolitana più bella d’Europa; dalle profondità delle catacombe al ricordo indelebile di Maradona, impresso nei murales di Jorit. Napoli è stata un cantiere a cielo aperto, legata al volere delle fiamme del Vesuvio e alla protezione di San Gennaro.

Distruzioni e ricostruzioni hanno reso l’antica Neapolis, una città di esperimenti architettonici: dai portali alle funicolari, dalle basiliche bizantine ai bassi rionali. Una città regale, ma nel contempo animata dalla tradizione del popolo; un crocevia di caos e silenzio; una miscellanea di teatralità e veracità. Ma non solo: è attorniata da luoghi incantevoli e poco noti, che hanno segnato la storia antica e moderna di uno dei golfi più belli d’Italia. 

Per tanto vi proporremo un viaggio lungo quattro assi, per scoprire i segreti del Golfo di Napoli e del fuoco che arde fra il Vesuvio e i campi Flegrei; ma anche della tradizione popolare, all’ombra dei giganteschi Gigli della festa di San Paolino a Nola e delle maestranze archeologiche del porto di Pozzuoli. 

Guidanti dal canto di Partenope, dal passo sicuro di Enea, dalla saggezza di Giordano Bruno e dai versi di Eduardo De Filippo, partiamo per questo nuovo cammino. 

Le fenice che continua a risorgere

Il fervore del Vesuvio, che ancora oggi osserva come un padre la città e si scorge da ogni area costiera è da sempre stato forza e distruzione per i napoletani (Vesuvio è l’antica origine che lega anche il Monviso alla parola Vesulus-visibile a tutti e da tutti i lati). La sua inclinazione ha reso Napoli una città in costante divenire, con ricostruzioni e cambiamenti che l’hanno legata alle novità e agli esperimenti artistici del suo tempo, indissolubilmente protesa verso il suo passato. Napoli è una fenice: in tutte le epoche ha cambiato il suo aspetto, mostrandosi ogni volta più bella. Una città giovane e tradizionalista, antica e contemporanea, concreta e superstiziosa. 

Ogni popolo che passò per Napoli, diede un forte impulso alla sua anima. Note sono le maestranze del denso periodo romano, di cui lo spaccato più evidente si scorge ancora nelle vicine Pompei ed Ercolano (comodamente raggiungibili in treno, lungo la linea della Circumvesuviana, che parte ogni 20 minuti dalla stazione centrale di Napoli), ma vi sorprenderanno due piccola città nei dintorni: Pozzuoli e Nola. La prima è nelle vicinanze dei mistici Campi Flegrei: la sinergia perfetta fra la tradizione archeologica e quella vulcanica. Antonio Niccolini, nel 1846, descrisse il monumento puteolano, comunemente noto come il tempio d Serapide come “La vigna delle tre colonne”, in quanto si trovava immerso dalla vegetazione, prospicente al mare.  Dal segno indelebile lasciato dal passato imperiale, si passa ai nomi e i versi della grande tradizione filosofica medievale e moderna e alle feste popolari, come ci mostrerà la città di Nola e la festa dei Gigli, in cui, il prossimo anno, non potrete mancare. 

Le tre Partenope e la Napoli Milionaria

Napoli ha un’origine leggendaria che la lega a Partenope: ma chi è costei? Il nome, dal greco, indica vergine. Tre sono le leggende che ne fanno l’emblema della città, che fu fondata alla fine del VIII° secolo, da coloni greci. 

-Partenope e Cimone. La leggenda più nota è quella della bellissima fanciulla greca, innamorata di Cimone. Osteggiata dalla famiglia, la giovane scappa e raggiunge le coste di Napoli, dove fonda questa ricca città, vivendo con 12 figli in un luogo idilliaco.

-Partenope, nella tradizione omerica, precisamente nel XII canto dell’Odissea, fu descritta come una delle tre sirene che, con la sua voce, cercò di ammaliare Ulisse; l’eroe sfidò il fato, avvicinandosi alle sirene per udire il loro potere seducente, indossando dei tappi di cera, uscendo incolume dall’incontro. Per la delusione le sirene si schiantarono sugli scogli. Alcuni pescatori trovarono il corpo della bella Partenope sulle rocce di Castel de l’Ovo e la venerarono come fondatrice della città.

-L’ultima leggenda si intreccia maggiormente alla realtà storica. Si narra di una nave greca carica di giovani e merci, inviata alla ricerca di una terra fertile, a causa di una grave carestia che stava invadendo il Peloponneso. Fra questi giovani vi era anche la principessa Partenope. Poco prima di raggiungere la terra ferma, la fanciulla morì e si celebrò nella città di nuova fondazione il partenu-opxis (la commemorazione del volto di fanciulla), per omaggiare la sua memoria; la città florida e atta ad una nuova vita, da allora, prese il suo nome.

La fondazione di Napoli rimane una meravigliosa melodia sospesa sopra le sue acque. Il primo approdo, scelto dai greci, fu però Cuma, sul litorale flegreo, poco lontano da Pozzuoli. Partenope era unicamente l’area del centro storico dell’attuale Napoli, che serviva da sostegno difensivo per i cumani. Nel 475 a.C., la nuova città fu ribattezzata, infatti, Neapolis (nuova città), mentre l’antico centro storico prese il nome di Palepolis (città vecchia): dopo la vittoria dei cumani contro i sunniti, nel 438 a.C. divenne una delle più importanti aree del Mediterraneo, desiderata da tutti. Come una sirena Neapolis stregò romani, bizantini, angioini, borbonici, austriaci e francesi, che prosperarono fra lo splendore del suo Golfo, lasciando tracce indelebili del loro passaggio. 

Amiche sopra i tetti di Napoli

La Napoli dei “mille colori” descritta dalla voce delicata di Pino Daniele, si lega alle battute di Eduardo De Filippo che, nella sua “Napoli Milionaria”, dipinse con estrema raffinatezza e critica, la differenziazione sociale fra ricchi e poveri, in una città distrutta dai bombardamenti. La guerra, infatti, portò un lungo periodo di miseria, ma come Amalia, una delle protagoniste, conclude alla fine dell’opera “Mo avimm’aspetta’. Deve passare la nottata”. E quando il buio passò, la città rinacque. Una sensazione che si respira ancora adesso, nel confronto fra i bassi dei quartieri rionali e gli svettanti palazzi contemporanei, che cercano di eguagliare l’altezza del Vesuvio. 

Dai murales alle catacombe, un viaggio fra passato e futuro

Napoli è stata definita come una delle città più hipster d’Italia. Colori, voci e dinamismo caratterizzano ogni suo angolo. Lo dimostrano i murales raffiguranti i volti dei personaggi più importanti della tradizione napoletana, che svettano sui palazzi: sono opera dello street artist Jorit, marchiati dalle righe rosse, simbolo della scarificazione africana che rappresentano lo “human tribe”. I colori, il simbolismo e gli emblemi della città osservano, con un’incredibile profondità, i passanti. 

La Napoli contemporanea è tutta da scoprire e in divenire, così come lo fu quella antica. Nel nostro tour cittadino raggiungeremo il ventre di Napoli, le Catacombe di San Gennaro, sbucando poi nel nuovo Rione Sanità: passato e futuro, in uno dei luoghi chiave della città, ancora poco conosciuto. Esse sono raggiungibili a piedi, in circa 40 minuti dal museo archeologico, in auto (le catacombe sono dotate di parcheggio) o più comodamente con il bus che parte ogni 15 minuti da piazza Triste e Trento, dietro al teatro San Carlo. Con un biglietto di a/r al costo di 8 euro, potrete raggiungere anche la reggia e il parco di Capodimonte.

Ci troviamo fra la città dei vivi e la valle dei morti, in una delle zone più suggestive della città. Siamo a pochi passi dal Rione Sanità, spesso conosciuto per notizie di delinquenza, ma che dopo questi scritti vi sorprenderà.

Il Rione si trovava, sin dall’epoca romana, fuori le mura urbane; il lungo assedio bizantino, ad opera di Belisario, nel 535 d.C., segnò un periodo di mutamenti per la città; furono posti divieti per il culto dei morti e apportate grandi modifiche all’aspetto dell’urbe. L’astuzia che contraddistingue i napoletani di ieri e di oggi, trovò un escamotage per rendere omaggio ai defunti. Furono così realizzate delle tombe sovrapposte, le Catacombe appunto, che diedero un forte impulso votivo e di pellegrinaggio ai fedeli, nonostante i blocchi. 

Entrando all’interno delle Catacombe, rimarrete ammaliati: un intricato sistema di corridoi scavati nel tufo, correlati da affreschi e piccole cappelle vi mostrerà il ventre di questa collina. Le differenziazioni di status si ritrovano anche qui: i meno abbienti avevano diritto a dei piccoli loculi, mentre le famiglie più ricche possedevano delle cappelle affrescate. Una vera e propria città sotterranea. Quello che vediamo oggi è il livello che in passato raggiungeva la strada, abbarbicandosi su morbide rocce di tufo e che oggi si trova a circa 20 metri dal piano di calpestio. All’incirca a metà di questo passaggio incredibile, si trova la tomba di San Gennaro contornata da una serie di affreschi cristiano-bizantini ben conservati. 

San Gennaro divenne, quindi, il patrono di una città che da secoli stava aspettando il Santo giusto; onorato dall’incarico, ebbe il compito di proteggere Napoli dalla furia del Vesuvio. Il miracolo del “Sangue di San Gennaro”, che si compie a Maggio, Settembre e Dicembre, simboleggia il legame fra il Santo e gli eventi sismici del Vesuvio in quanto, dalla realizzazione del miracolo, dipendono le eruzioni vulcaniche. Le invocazioni e le preghiere che vengono pronunciate a gran voce nei giorni in cui il sangue dovrebbe sciogliersi, lasciano senza fiato gli oranti e i fedeli, che vedono in esso la salvezza della città. 

Ciò che si può ammirare in questi due livelli sepolcrali è il risultato di secoli di storia. In passato questa era l’area cimiteriale più importante della città, che divenne basilica. Terminata la visita, si può raggiungere il Rione Sanità, in cui vi perderete fra i sapori e gli odori del quartiere,  assaggiando i tipici taralli e scoprendo le tante iniziative organizzate dalle associazioni della zona. 

Il Rione fu un corridoio reale, per condurre la nobiltà verso la reggia di Capodimonte. L’area in cui si colloca, è impervia, in quanto sita sul versante della collina; per ridurre la tortuosità della strada, a partire dall’epoca francese (1806), fu realizzato il Ponte della Sanità. Questo agevolò gli spostamenti, ma chiuse sempre più in se stesso il Rione, che divenne una sorta di periferia, in cui gli scambi con il centro divennero sempre meno frequenti. 

L’isolamento portò il Rione ad autogestirsi ma con questa scelta, in epoca recente, la ghettizzazione portò ad un giro di malavita. Degrado e criminalità divennero la carta di identità del Rione, che fu sempre scartato dai percorsi turistici e dai napoletani stessi. Ma il Rione Sanità è vivo ed è casa; grazie all’arrivo, nel 2000, di don Giuseppe Rassello e oggi di Don Antonio Loffredo si iniziò a credere nelle potenzialità del Rione. Con fatica, gli abitanti iniziarono a comprendere che la bellezza può dar vita ad una rinascita.

Titti, una delle guide dell’Associazione Paranza, ci racconta di come è nata l’iniziativa di rendere aperte al pubblico le Catacombe e di tutto il lavoro che si sta svolgendo. “In questa area da troppo tempo discriminata, cinque ragazzi hanno deciso, quasi per gioco, di dare vita ad un progetto per salvare i quartiere. Il carisma dei parroci ha fatto sì che gli abitanti della zona si identificassero non solo con l’idea di appartenere al Rione Sanità, ma anche di farlo rivivere, rendendolo un luogo sicuro e turistico. Abbiamo iniziato a partecipare a molti bandi, con obiettivi da principio semplici, per trovare la spinta per partire. Dopo i primi successi e la gioia di tutti nel vedere che questa idea stava dando nuove opportunità di lavoro e speranza per giovani e meno giovani, si è iniziato a cooperare. È nata una rete che sta ancora crescendo, che coinvolge negozianti, studenti, neo laureati e ristoratori, per dare una nuova veste al Rione Sanità. Gli obiettivi sono tanti, abbiamo dato vita ad un’orchestra per bambini, b&b che hanno rinnovato gli antichi edifici, ludoteche e teatri. Siamo un gruppo che crede nella riqualificazione cittadina ed in questi anni siamo l’esempio che solo credendoci si può avere un futuro”. 

Le Catacombe del Rione Sanità

Poco lontano spicca il suggestivo Cimitero delle Fontanelle: un luogo di culto in cui si trovano centinaia di resti scheletrici, venerati e “adottati dai napoletani”. La grande grotta di tufo in cui sono conservati i morti delle varie epoche, vi farà appieno comprendere il forte legame fra passato e superstizione, così accentuato nell’area partenopea. In questo spaccato di vita, speranza e storia, continuiamo il nostro viaggio in altre aree dislocate fra il Golfo e il Vesuvio.

Nola: fra il verticalismo dei Gigli meccanici e la pluralità dei mondi di Giordano Bruno

A 20 kilometri da Napoli, attorniati da aree verdeggianti e dall’ombra del Vesuvio, si estende la città di Nola. È comodamente raggiungibile in una mezz’ora di treno dalla stazione Napoli Centrale, in bus o in auto. 

Nola merita una visita, in particolar modo il week end che segue il 22 giugno, in concomitanza con la festa dei Gigli. La festa è l’apoteosi del folklore che si accende nell’area attorno a Napoli e celebra il ritorno di San Paolino dalla prigionia. La celebrazione, rientra nella Rete delle grandi macchine a spalla italiane ed è riconosciuta come patrimonio orale e immateriale dell’umanità dell’UNESCO: arte, tradizione e ritualità ne fanno una delle più spettacolari al mondo.

I Gigli, sono la versione mastodontica, dei fiori con cui i nolani accolsero San Paolino in seguito alla sua immolazione. Il vescovo, infatti, donò sé stesso ai vandali, per liberare la città dall’assedio. Un volta rientrato in città, tutti lo acclamarono e ancora oggi, insieme a San Felice, condivide il ruolo di santo patrono. I Gigli raggiungono altezze incredibili: più di 25 metri. Vengono posti sulla borda, un asse da cui si articola l’intera struttura. Vengono anticipati da una barca e accompagnati dal suono di canti popolari; i nolani designati al trasporto, detti cullatori, formano la paranza, che si elegge qualche mese prima. In totale vengono scelti 128 cullatori e 8 paranze. Ogni capo-paranza guida con orgoglio la processione, dando vita ad animate sfide cittadine. 

Gli 8 Gigli, con decorazioni di cartapesta, hanno temi variegati: dalla satira contemporanea a temi storici o religiosi e vengono fatti sfilare per i vicoli della città, facendoli oscillare e creando movimenti spettacolari. I temi utilizzati, incarnano 8 corporazioni: ortolani, salumieri, bettolieri, panettieri, barche, beccai, calzolai, fabbri e sarti. Tipica è la gigantesca vescica (detta gobba) che si forma sulle spalle dei cullatori, che con orgoglio la mostrano agli spettatori. 

I carciofi della signora Enzina, lo street food di Nola

Le gigantesche macchine votive vengono poste nella piazza centrale, Piazza Duomo, fronteggiandosi in quello che è definito “O’ journo chiu bello”. Il vescovo di Nola benedice i Gigli e le paranze in una festa che dura sino all’alba. Il lunedì si dà atto all’apoteosi della celebrazione: “O’ colpo o’ core”, che consiste nell’abbattimento e nella svestizione dei Gigli. Questo segna la fine della festa, ma anche l’inizio dei preparativi per quella successiva.

In questa splendida città non mancano legami con il passato romano: lodevole è il museo archeologico e l’area romana, a poca distanza dal mercato. Nola fu anche la città natale di Giordano Bruno, che con il suo “De infinito, universo e mondi” e la condanna al rogo da parte dell’inquisizione, aprì la via verso la Rivoluzione scientifica e cosmologica.  Nell’omonima piazza, si può ammirare il richiamo all’architettura fascista e alla cultura, entrando nello splendido teatro Verdi. Durante la passeggiata fra le stradine della città, sarà facile imbattersi in piccoli botteghini ambulanti, in cui assaggiare carciofi alla brace o carne alla griglia, come quello della signora Enzina, un’istituzione per Nola. 

Fra vigne, zolfo e templi: dai Campi Flegrei a Pozzuoli

Il legame fra Napoli e le profondità della terra è indissolubile e, per coglierlo appieno, è necessario spostarsi lungo il Golfo in direzione Pozzuoli, a 20 minuti dal centro città. Proprio a Pozzuoli si ritrova la sinergia di questi due elementi. Ivi, nel V° secolo d.C. fu decapitato San Gennaro: la testa fu trasferita nella reale cappella del Tesoro di San Gennaro per essere conservata in un busto reliquiario in oro e argento ad opera di Etienne Godefroy, Guillame de Verdelay e Miler d’Auxerre, nel 1305. Pozzuoli è dunque legata al Santo e alla furia degli elementi. 

Poco distante dalla cittadina si raggiungono, in un paesaggio lunare, le solfatare dei Campi Flegrei (dal greco flego, ardenti): uno dei luoghi più magici, in cui si può ammirare l’immensa distesa bianca accecante, avvolta da nuvole di zolfo e interrotta da spaventosi tuoni che provengono dal centro della terra. Rimarrete semplicemente senza parole nell’osservare le bolle di fango che cercano di raggiungere il cielo e le fumarole che erompono i vapori sulfurei. Il parco dei Campi è immenso, ad esso si collega il Lago Averno profondo più di 20 metri, che in passato fu porto militare romano. Qui leggenda e mitologia si intrecciano: ci si trova dinnanzi alla grotta della Sibilla Cumana; la Sibilla era la profetica sacerdotessa di Apollo, che trascriveva su foglie di palma, i versi suggeriti dagli dei; i suoi vaticini erano sempre poco chiari, sibillini appunto, ma la sua fama eguagliava quella dell’oracolo di Delfi. Anche Enea, nel sesto libro dell’Eneide, raggiunge la Sibilla, chiedendole il permesso per poter entrare agli Inferi e incontrare suo padre Anchise, nelle profondità dell’Averno. Scortato dalla Sibilla, Enea intraprende la sua catabasi dialogando con l’amato padre. 

Ti vedo, sento la nota voce, posso parlarti figlio!Speravo di vederti e calcolavo il tempo: né la trepida attesa m’ha ingannato.Attraverso quali terre, attraverso quanti mari portato,da quanti pericoli sbattuto, o figlio, ti accolgo!

(Eneide libro sesto)

Il collegamento fra Napoli e i Campi Flegrei, già in epoca romana, avveniva attraverso una profonda galleria scavata nel tufo: la Crypta Neapolitana. Al suo interno si trova un colombario che è considerato la tomba di Virgilio. 

Poco lontano, raggiungibile in auto, bus o treno, si erge il porto di Pozzuoli. In passato fu il porto commerciale di Roma, proteso verso Oriente; durante la reggenza dell’imperatore Traiano fu sostituito da quello di Ostia.

Pozzuoli, dove le colonne sorgono dall’acqua

Un incantevole paese, che i romani sfruttavano anche per la sabbia, detta Pozzolana: impermeabile e apprezzatissima nell’Impero per le messe in opera, fu fra gli elementi cantieristici più utilizzati per la costruzione di pavimenti, opere e rivestimenti nelle città. 

Pozzuoli è colore e vita, circondata da deliziosi ristorantini, in cui è il pesce il protagonista e cinta da alte rocce tufacee. Il vero tesoro di questo antico porto è il cosiddetto tempio di Serapide: in realtà si tratta di un macellum, legato alla forte tradizione commerciale della città; il nome deriva dalla statua dedicata al dio dei morti. Il complesso fu scoperto nel 1750, grazie alla curiosità Re Carlo di Borbone, che rimase affascinato dalle tre colonne che spuntavano dal vigneto della città. L’edificio è splendidamente conservato e mostra appieno il bradisismo flegreo che a volte lo riempie di acqua, a volte lo lascia all’asciutto. Emergono portici, colonne e un’aula centrale in marmo cipollino, in cui si snoda il forte legame con i cuti egiziani, molto in voga nel tardo periodo romano. Un nuovo nesso che conduce verso le lontane coste di Alessandria, fra dei ed eroi assimilati e resi propri della tradizione italica. 

Un trekking fra cielo, fuoco e mare: il Gran Cono del Vesuvio 

Dulcis in fundo, il nostro viaggio ci conduce in cima al Vesuvio, precisamente lungo il sentiero n. 5 del Gran Cono. Il Vesuvio ispirò pittori, poeti e anche Walt Disney. Il disegnatore Carl Barks, infatti, creò la maga Amelia, a somiglianza di Sophia Loren e ubicò la sua casa stregata proprio alle pendici del vulcano.

Il sentiero è di facile percorribilità, adatto anche alle famiglie. In 4 chilometri e con un lieve dislivello è possibile percorrere quasi interamente il Gran Cono del Vesuvio, con un colpo d’occhio sorprendente sul Golfo di Napoli. Partendo dal parcheggio, a circa 2 chilometri dall’ingresso, si entra nel parco nazionale del Vesuvio. Il trekking ha inizio a 1000 metri di altitudine: attorniati da grandi alberi, alcuni reduci da un grave incendio che, nel 2017, ha colpito la zona. Una volta raggiunto l’ingresso, si percorre una lunga camminata sulla sabbia vulcanica, dove si percepisce appieno la maestosità del vulcano e la sua aridità. Ogni tanto piccole nuvole di fumo vi faranno da guida per poi consentire al viaggiatore di ammirare la vetta del Vesuvio. Accompagnati da una guida si inizia a percorrere il perimetro de “’A muntagna”. In cielo, spesso, controllano la zona i corvi imperiali, che maestosi sfruttano le correnti d’aria, per poi lanciarsi a picco verso il mare.  

Il Vesuvio, re, nemico e padre della città si staglia glorioso sul Golfo, da cui si vedono gli svettanti grattacieli di Napoli, Castel de l’Ovo, Pompei, Ercolano, la pineta della Riserva Tirone Alto e l’osservatorio vulcanologico di Colle Umberto. 

La spettacolarità del Vesuvio: il Gran Cono

Lungo il percorso numerosi affacci consentono di osservare il centro del cratere e il suo diametro di quasi 600 metri. Anche se il vulcano è quiescente, sbuffi di fumo emergono dalle sue profondità, facendo percepire il suo stato di riposo momentaneo. 

Si ammirano ancora i resti della funicolare realizzata dall’imprenditore ungherese Ernest Emmanuel Oblieght. Nel 1880 la grande inaugurazione segnò un periodo fiorente per le visite al Vesuvio, così come accadde per l’Etna, di cui avete letto il bimestre scorso. Grazie ai grandi lavori di abbellimento della città di Napoli, la funicolare fu utilizzata dai nobili per poter assaporare la magia in cui vi trovate. 

Da qui il giornalista Giuseppe Turco e il musicista luigi Denza, composero la famosa canzone “Funiculì Funiculà”. Il 1900 segnò quindi un periodo di grande interesse per i vulcani italiani. La violenta eruzione del 1906, però, implicò la chiusura della funicolare e, nonostante furono proposti molti progetti per ripristinarla, ad oggi rimangono solo i grandi blocchi di cemento che ne fecero uno dei più imponenti progetti di risalita esistenti. Il sogno di salire sul Vesuvio è ancora possibile e quindi “Jamme jamme ‘ncoppa, jamme ja’…funicul’ funiculà!!” 

Durante il rientro potrete fermarvi sui bar-belvedere posizionati lungo la strada, per godere ancora della splendida vista e di questo incanto che è stato ed è ancora Partenope, la terra delle sirene e dei viaggiatori. 

Pubblicato da erikamattio

Archeologa e antropologa, viaggiatrice, sportiva e scrittrice. Inguaribile sognatrice e fervida sostenitrice delle potenzialità di MacGyver. Amante delle situazioni complicate e dei valori dell'amicizia.

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