Fra le fiamme e la danza; danzatori e oranti sotto il cielo dell’Iran

Un bambino con abiti zoroastriani, nei pressi di Yazd
Immagine. Un bambino con abiti zoroastriani, nei pressi di Yazd

Nel mio viaggiare per documentare le tradizioni iraniane, gli aspetti antropologici e i rituali, mi sono soffermata su due danze. Quella zoroastriana, emblema di una tradizione millenaria, ancora in voga in alcune città del paese e la danza sufi, di influsso indiano, ma fortemente presente nella cultura turca e persiana. Grazie alla conoscenza della farsi e alle indicazioni di alcuni amici, ho potuto documentare questi inediti rituali. 

Il touching è uno degli elementi più interessanti che ho rilevato, in quanto ci troviamo in un paese dove il contatto fisico è nascosto, spesso criticato, ma contrastante: non è inusuale incontrare uomini che camminano mano nella mano, in un gesto di profonda amicizia e fiducia. La danza potrà avere delle eccezioni? Oppure è condizionata dall’aspetto religioso che è incarnato in queste danze? 

Per rispondere a queste domande, ho intervistato uno degli allenatori della danza zoroastrina, il giovane Ako. Nella città di Yard ho scoperto l’incredibile storia della casa della forza e assistito alla sua esecuzione. In un colloquio su Skype da Teheran ad Ankara, ho intervistato Farima, insegnante iraniana della danza dell’anima, che ha potuto illustrarmi le modalità della danza femminile. Pochi giorni dopo ho avuto l’occasione di dialogare e partecipare ad un concerto dei Sharid, un musico incontrato nella Naranzania della città di Shiraz, fervido sostenitore della relazione fra danza, musica, anima e corpo.

In questo articolo troverete delle foto uniche di questi momenti di pura magia e le interviste ai protagonisti, tradotte in italiano, ma svolte, in loco, in lingua farsi.

Lo Zurkxaneh

Il culto di Zarathustra, basato sul dualismo fra bene e male, nato circa un millennio prima della conquista araba (1000-1500 a.C) nei pressi dell’odierno lago Urimiyeh, postula l’esistenza di un dio unico: Ahura Mazda, venerato per mezzo del fuoco, simbolo della luce. Nella città di Yazd, all’interno del tempio Ateshkadeh, arde da più di tremila anni il fuoco sacro, alimentato e protetto notte e giorno dai suoi guardiani. La conferma che il passato vive ancora oggi è qui presente: rivoluzioni e nuovi apporti culturali non possono sradicare i fondamenti della cultura millenaria che brucia ancora forte e chiara. I culti zoroastriani sono ancora vivdii e vibranti in Iran: sulla fredda sabbia del deserto, nelle notti stellate, si può percepire la loro forza nelle preghiere collettive; nelle torride giornate estive si può  ammirare, in ogni dove, il Faravahr sacro ad Aura Mazda; si può percepire il vento echeggiare fra le fenditure delle antiche torri del silenzio, che porta con sé i sussurri delle anime dilaniate dagli avvoltoi.

Il culto zoroastriano vive anche nelle danze rituali, fra queste lo Zurkxaneh: si tratta di un insieme di credenze, passi di danza e riti affini a quelli dell’antico induismo, che venivano praticati ai tempi degli Arii (ancora oggi i persiani si definiscono “Ariani”, proprio per indicare le loro antiche origini e discostarsi dalle popolazioni arabe).

L’allenamento è una danza per tutte le classi di età, riservata ai soli uomini. Un istruttore, nel centro della sala, mostra gli esercizi da effettuare, mentre un suonatore di tamburo, l’antico tombak, all’interno di una cabina, scandisce il tempo, aumentando o diminuendo il ritmo, per motivare gli atleti. Il contrasto è incredibile: la modernità della cabina del percussionista, che ricorda una contemporanea area da DJ, fa a pugni con la lentezza dei movimenti e con la semplicità dei gesti e degli oggetti usati dai partecipanti, simbolo di un antico passato. Vengono, infatti, utilizzati differenti strumenti: legni sottili, bastoni spessi simili a clave, catene, birilli; la sala è adorna di dipinti che raffigurano scene di allenamento e l’immancabile volto dell’ayathollà Khomeney, che dal folto delle sopracciglia veglia sulla sala, come ad indicare una tacita approvazione nella concessione di questa attività non propriamente islamica; i movimenti si riflettono negli specchi, consentendo ai danzatori di poter osservare la propria postura. Ognuno degli individui lavora singolarmente, ma nel contempo è parte integrante di un gruppo, che come un unico cuore, batte all’unisono. 

Mi trovavo in Iran nel Gennaio 2019, e avevo un’ossessione: cercare l’antica Persia, ora soffocata da Chador e canti di Muazzin, per riportarla alla luce ed essere certa che la trasmissione di culti di una religione che per secoli fu dominante, non fossero andati perduti per sempre, ma che ardessero più vivi del fuoco sacro. Ho cercato per molti giorni di contattare palestre in grado di poter accettare la presenza femminile e, grazie agli amici iraniani, sono stata messa in contatto con Ako, un giovane maestro di Yazd, che ha acconsentito a rilasciare un’intervista e a documentare gli allenamenti.

Alla ricerca del ritmo

Assistere alla pratica di questa disciplina è stata una grande occasione: si discosta dalle arti sportive europee e da tutto ciò a cui siamo abituati. È necessario dimenticare il senso del ritmo e lasciare che occhi e orecchie si facciano guidare, senza pregiudizi, in questo nuovo modo di entrare in contatto con gli elementi. 

Appena entrata nella palestra, accompagnata da mio amico Nasser, vedo che il proprietario mi scruta; curioso e divertito, ascolta le mie richieste e i miei ringraziamenti per avermi accolta e dato la possibilità di assistere alla danza. Con ossequiosità mi conduce nella palestra, mi invita a togliere le scarpe e si accerta che siano deposte al sicuro, in una mensola non troppo alta, ma a portata d’occhio (dubito fortemente che qualcuno possa indossare scarpe da donna, ma l’attenzione all’ospite e la responsabilità tarof, fanno si che da questo momento in poi, io sia coccolata e viziata). Inizia il mio viaggio nel passato; i recettori si attivano, la mente perde la sua razionalità, ora sarà solo cuore e animo. Appena entrata il primo senso ad essere coinvolto è stato l’olfatto: sudore ed incenso bruciano gli occhi e le narici, ma a poco a poco la mente e il corpo si abituano, come se avessero sempre respirato quell’aria pesante; gli occhi si adattano subito alla luce delle lampade, brillante, ma resa leggermente offuscata dal fumo, ma non riescono a concentrarsi sull’incredibile numero di oggetti, strumenti, quadri, specchi e colori presenti nella stanza, che fanno girare la testa. La sala non è molto grande ed il ring, infossato e coperto di strumenti è di poco maggiore ad un ring di pugilato. Osservo la pelle, piccoli brividi spuntano sugli avambracci, siamo in pieno inverno, gli Zagros sono innevati e le giornate sono fredde, così come la stanza: l’aria è pungente, non esiste il riscaldamento, ma, nel giro di pochi minuti di allenamento, tutto si scalderà e il calore dei copri mi costringerà a togliere la giacca. 

Vengo fatta accomodare su una panca, rivolta verso il centro del ring. Dalla mia postazione riesco a vedere il suonatore di tombak,l’antico tamburo rituale, realizzato in legno di gelso e pelle di capra e ad avere una prospettiva completa della sala. Di fianco a me solo uomini, appassionati o pigri atleti che attendono ancora qualche minuto prima di cominciare. Entrano gli atleti, corrono in cerchio, perimetrando il ring e poi si fermano, in allerta come gazzelle, rigidi e silenziosi; il suonatore di tamburo accosta la bocca al microfono e ne nasce un urlo di guerra, lungo, monotono e forte; le orecchie, ancora perplesse, si risvegliano, gli occhi si sgranano e il cuore inizia ad accelerare. Il tamburo inizia a vibrare, il suonatore intona una poesia: è  un verso antico, in un persiano lontano, di cui capisco solo alcune sillabe, ma che ricorda le allitterazioni degli antichi poemi della terra di Dario; a poco a poco gli uomini iniziano a saltellare sul posto. Gli appassionati e i curiosi, che seguono in perfetto silenzio la performance, a volte sussultano per i cambiamenti di intensità del ritmo, a volte restano ad occhi chiusi, per assimilare l’insieme di parole e preghiere che vengono urlate come se appartenessero ad una voce sola dagli atleti. I movimenti diventano più rapidi e i praticanti si rincorrono per il ring saltellando a piedi uniti o cambiando gli appoggi, come se si stessero allenando per un incontro di boxe. 

A poco a poco, qualcosa cambia: ognuno si posiziona in un’area del ring, nel centro il maestro; il ritmo del tamburo, intanto, aumenta di intensità e gli atleti iniziano ad urlare sempre più forte.  Alcuni ritardatari si uniscono al gruppo e sussulto vedendo che, ad essi, si è aggiunto un bambino, di non più di sei anni, piccolo, quasi invisibile rispetto alle masse corporee degli altri uomini. Alla danza possono partecipare adulti e bambini, l’importante è conoscere i versi ed essere consapevoli che tutto questo è un unione fra l’animo e Dio, è un allenamento per il corpo e per l’animo. Tutto è ipnotico, il volume del tombakè assordante, il suonatore coinvolge gli atleti recitando versi e preghiere; i danzatori rispondono all’unisono fermandosi per qualche istante, riprendendo senza preavviso i loro movimenti metodici a volte, scattanti altre. Il senso del ritmo non è come quello a cui siamo abituati: non ci si può affezionare ad un insieme di suoni, che subito cambia il ritmo, spesso sembra di essere in controtempo, ma poi ci si ritrova a contare nuove battute. La razionalità d’occidente viene presa a schiaffi dalla fantasia orientale.

Il capogruppo si porta nel centro e coinvolge i compagni utilizzando vari strumenti: assi di legno, bastoni, pesi e birilli colorati con i colori della bandiera iraniana. Gli strumenti vengono usati come fossero armi, oppure come appoggi o bilancieri, stimolando diversi fasci nervosi, facendo vibrare i muscoli al di sotto dei tessuti, ormai impregnati di sudore. I movimenti, da lenti, diventano veloci, il respiro degli atleti si fa affaticato, gli specchi si appannano, tutto è sempre più intenso, stancante. La sala odora di sudore e di bruciato, gli occhi di noi osservatori lacrimano, ma si cerca di sbattere le palpebre il meno possibile per non perdere neanche un secondo di questa incredibile esperienza, il caldo colora le guance di tutti, come se il fuoco sacro avesse inondato la stanza.

Ogni cambio di ritmo del tamburo, implica un cambiamento nei passi di danza, con l’aggiunta di nuovi strumenti o di alcuni esercizi a corpo libero per coinvolgere tutta la muscolatura. I muscoli degli atleti sono sempre più turgidi, le vene delle braccia crescono, il loro sguardo e sempre più perso nel vuoto, come se il demone della danza si fosse impossessato dei loro corpi; l’unico a mantenere un’espressione vivace è il bambino che danza ancora libero, senza la consapevolezza che il rito presto lo divorerà. In due ore la danza termina, mi sento stanca, il mio respiro è affaticato. Gli atleti sono stanchi, sudati ed appagati. 

Dopo una breve pausa, vengo chiamata dal guardiano, e condotta negli spogliatoi. Prima di parlare con gli atleti, il custode mi mostra l’antica cisterna sulla quale sorge la palestra, spiegandomi che il luogo nel quale si svolgono le attività è storico e la presenza dell’acqua incarna la forza degli elementi della natura. Mi conduce in una stanza, adorna di tappeti e mi dice di attendere. Dopo qualche minuto arriva Ako. Estremamente orgoglioso per questa opportunità mi fa accomodare nello spogliatoio, chiama a sé tutti i ragazzi giovani del gruppo, e, offrendomi un chai, il tè persiano, ustionante ed estremamente zuccherato, si racconta.  

Intervista a Ako, atleta e maestro di Zurkxaneh

E- Come ci si sente dopo questa pratica?

S- E’ un piacere avere avuto modo di poter mostrare questa disciplina ad una persona straniera. Anche se sei una donna, qui a Yarz puoi partecipare alla visita degli allenamenti, mentre nelle altre città non è possibile, perché è solo una prerogativa dei guerrieri, quindi degli uomini e la presenza femminile potrebbe distrarre e indebolire gli uomini. Mi sento più forte di prima, appagato e carico di energia. Il corpo vibra ancora a causa dello sforzo, ma i muscoli e i nervi devono lavorare sempre e unirsi alla voce e al cuore. Nella nostra danza il corpo, lo spirito e il cuore non si separano mai: danziamo, combattiamo e preghiamo, in questo modo tutto quello che siamo non muore, vive e si rigenera.

E- Raccontaci la storia di questa incredibile disciplina? 

S- È una forma di danza antichissima, che deriva dagli antenati dei persiani, gli Arii. Devi pensare che nei secoli ha raccolto la tradizione sufica, quella zoroastriana e quella persiana. Non è solo un insieme di movimenti per il corpo: oltre allo sforzo fisico, veniamo guidati da rituali religiosi passati, seguendo il ritmo del tombake recitando poesie per creare sinergia fra corpo, mente e cuore. Il nome è persiano: Zurk-significa “forza”, Xane-, significa “casa”. È un rituale. Nel sufismo una persona doveva superare i 7 percorsi del Dio Universale, in modo da diventare uno con il divino. Questo è il principio dello Zorastrismo. La danza è così una comunicazione fra il corpo, la mente e l’anima per raggiungere il divino. 

E- A chi è rivolta questa pratica? 

S- Agli uomini di tutte le età. Spesso abbiamo adulti, anziani e bambini insieme. Un tempo, lo Zurkxaneh si praticava per trovare il vero “Io” dell’individuo. Quando nasciamo ognuno di noi ha delle caratteristiche che lo portano ad essere guerriero, sacerdote, allevatore, commerciante, agricoltore; con questa pratica si sceglievano i guerrieri ed i sacerdoti. 

E- Perché viene suonato il tamburo e perché il suonatore canta?

S- Il suonatore è seduto all’interno di una cabina con casse e microfono, segna il tempo da seguire, recita lo Shahnameh, fondamento della poetica persiana, e articola i versi del poeta Hafez. Grazie a lui veniamo guidati e possiamo liberare la mente; se non ci fosse il ritmo del tombaknon potremmo muoverci. 

E- Dove ci troviamo? 

S- Questa non è una palestra, ma la “casa della forza” e l’accrescimento della nostra forza mentale e fisica è l’attributo a cui ambiamo. La stanza in cui ci alleniamo è circolare, gli atleti si dispongo attorno ad un cerchio disegnato a terra, io che li guido mi posiziono nel centro. Il tombakscandisce il tempo e accelera o diminuisce a seconda degli strumenti che utilizziamo; un timer indica la durata di ogni gruppo di esercizi, che vengono ripetuti aumentando la velocità, l’elasticità e la resistenza. Un tempo vi era una cisterna funzionante da cui veniva attinta l’acqua per le pratiche religiose e per bere. 

E- Le donne possono partecipare agli allenamenti? 

S- Solo a Yazd le donne possono entrare nella casa della forzaper osservare, ma la tradizione non è riservata a loro. Il ruolo femminile non è quello di combattere o condurre la vita spirituale; per loro vi sono altre attività. Inoltre uomini e donne non potrebbero allenarsi insieme. Nel passato alle donne era riservata la possibilità di pregare ed imparare delle danze a loro più consone, con temi riguardanti l’amore, non la guerra. Spesso vi sono danzatrici sufi che praticano una danza simile alla nostra. Con l’avvento della Repubblica Islamica alle donne non è più concesso di danzare in pubblico; (aggiunge sottovoce) ma alle feste private o in casa possono fare tutto ciò che vogliono.

E-Il tatto viene stimolato come senso?

S-Noi tocchiamo gli oggetti e tocchiamo l’aria, abbracciando così l’Universo. La nostra danza non è di contatto, perché il tocco può distrarre e allontanare gli atleti dal loro dialogo con Dio. Quando ci alleniamo, infatti, gli oggetti vengono toccati solo in determinati momenti, in modo che non possano allontanarci dalla concentrazione. Prima di iniziare ogni atleta tocca la mano dei suoi compagni, per saluto, ma anche per scambiarsi energia. Per noi il calore degli altri è come il tocco di una mano, che non ci fa sentire soli, ma che ci lascia l’intimità della pratica. 

Il sufismo e la danza dell’anima

Immagine. Danzatore derviscio

Dopo l’esperienza della danza maschile, ero curiosa di conoscere le danze femminili per comprendere le differenze fra questi due sistemi. Grazie ad amici insegnanti di danza Sufi ho ottenuto il contatto di Farima, insegnate persiana, ora cittadina del mondo, di una disciplina legata al mondo derviscio, la danza dell’anima

La danza femminile si avvicina alle pratiche del sufismo, di matrice islamica, che rappresenta l’atteggiamento più individualistico della pietosa musulmana, dove le danzatrici cercano un passaggio per staccarsi dal mondo materiale e raggiungere quello celeste. Il sufismo è una pratica ascetica nata in concomitanza con la cultura manichea e dal neoplatonismo, in un periodo di grande fervore culturale e filosofico. La dottrina è uno stile di vita, una filosofia atta a ricercare la verità e l’unità al fine di coinvolgere il “proprio io” nell’esistenza universale, aperto a uomini e donne. Nella concezione sufi, Dio è una luce e per trovarlo i sufi attuano un’intensa pratica meditativa che prevedeva la ripetizione degli attributi di Allah e tecniche atte alla conoscenza di sé. 

Questo percorso contempla dei passaggi obbligati:

-l’osservanza della legge, che l’adepto rispetta per amore di Allah;

-la pratica, manifestata con l’ascetismo;

-la preghierae la meditazione, che i proseliti chiamano la Via;

– il raggiungimento, l’ultimo passo per unirsi al Divino.

Per un lungo periodo il sufismo fu integrato e accettato nelle società islamiche, in particolar modo in Persia, ma intorno al 1800 si iniziarono a prendere le distanze, considerandola impura. Ancora oggi l’ortodossia sciita è poco incline a lasciare spazio alla religione sufi, nonostante sia praticata e diffusa nel Paese, come nel caso della moschea derviscia di Teheran o nelle città Caspie. 

Nei giorni in cui mi trovavo in Iran, Farima si trovava in Turchia per un workshop e così abbiamo dialogato su Skype, per poter approfondire questo argomento: era una fredda mattina di Gennaio e mi trovavo a casa della mia amica Fatheme, anche lei curiosa di poter osservare queste danze. Farima mi ha detto che alle 11 del mattino successivo avrebbe iniziato il workshop e sarebbe stata lieta di mostrarmi, attraverso il monitor, questa danza e di rispondere alle mie domande. Con il sole che splendeva alto, nella tersa mattinata del 20 Gennaio, il computer si è connesso, Farima mi ha accolta con un sorriso da una grande e luminosa sala di Ankara; dietro di lei, un gruppo di sei ragazze, vestite con lunghe gonne bianche, timide ed emozionate mi salutavano, incuriosite e divertire per questa nuova tipologia di partecipazione alla pratica. Erano bellissime, truccate intensamente sugli occhi e sulle sopracciglia. Dopo alcuni esercizi di allungamento, che mi hanno ricordato lo yoga, la musica ha iniziato a suonare. Le note erano lineari e il suono del tar, del nel e di qualche sporadico pulsare di tamburo, aleggiava nell’aria, divenendo sempre più rapido, ma completamente diverso rispetto alla intensità della danza della forza. Le ragazze si muovevano leggiadre, in perfetta sincronia, con delicatezza in certi momenti, e con grande velocità e forza in altri; i corpi si allungavano sinuosamente, e i capelli, sciolti, ondeggiavano come animati di vita propria, distanti dalla quotidianità iraniana, dove rimangono nascosti sotto al velo.. 

Nonostante il monitor sono riuscita a sentirmi perte di quel posto, percependo il rumore dei piedi sul pavimento e l’alterazione del respiro. Ero incantata dall’andamento delle braccia e delle mani, che parevano toccare oggetti invisibili, mentre i piedi rimanevano fortemente ancorati a terra, come se fossero le radici di un albero. Il movimento degli arti superiori caratterizza la danza: la mano destra è rivolta verso il cielo pronta a ricevere i doni dell’Onnipotente, la sinistra, invece, è distesa in direzione della terra, nel gesto di condividere, assieme ai presenti, i regali avuti da Dio. Il danzatore diventa così un tramite tra la terra ed il cielo. 

Intervista a Farima, insegnante della danza dell’anima.

E- Come è nata la tua passione per la danza e da quando hai iniziato a ballare?

F- Danzo da quando sono piccola, in Iran, esistono molti corsi di danza per bambine. Ho sempre amato la possibilità di esprimere la mia libertà con la danza.

E-La passione deriva da motivazioni religiose o è stata una tua scelta?

F-La mia famiglia è musulmana, ma poco praticante, mia mamma ha sempre amato la danza sufi, ma non per un particolare legame religioso, direi più filosofico: con la danza si abbraccia il mondo. Ho sempre desiderato ballare e ho potuto seguire i corsi alla scuola di danza.

E-I corsi sono quindi destinati anche a donne adulte?

F-Si, certo, come le vostre lezioni di aerobica, ci sono scuole per tutte le età, dove si insegnano vari tipi di danza, anche europea. Le scuole sono femminili e gli uomini non hanno accesso, ma all’interno non ci sono restrizioni, neppure sull’abbigliamento. Io sono diventata insegnante e viaggio per l’Europa e vedo molta similitudine.

E- La tua viene definita la Danza dell’anima: perché e quali differenze ci sono da quella maschile?

F-Danza dell’anima, perché la danza è una manifestazione di energia per raggiungere il divino. È un rituale. Nel sufismo una persona doveva superare 7 livelli, i cammini del Dio universale, in modo da diventare uno con il divino. Questo ricorda la danza della forza maschile, è il principio dello Zorastrismo. La danza è così una comunicazione fra il corpo, la mente e l’anima. 

E- E’ possibile toccare le altre danzatrici o degli oggetti?

F-Nella danza femminile si possono toccare gli altri, soprattutto nella fase iniziale, per scambiarsi energia e incoraggiarsi, ma la danza dell’anima è un dialogo personale, il tocco è solo fra la danzatrice e gli elementi. Danzando muoviamo il corpo e quello che ci circonda viene toccato o ci tocca; la stessa mente tocca l’universo.

E-Nella danza utilizzi le mani, che creano dei disegni e delle forme, che significato hanno?

F- L’utilizzo delle mani è legato al tuo essere un tutt’uno con il mondo. Le mani abbracciano la natura e consentono di muoversi come l’elemento che si intende toccare, con il silenzio e il gesto delle mani si può comunicare molto più che con la voce. Le mani creano il movimento, disegnano vari elementi, come l’aria, i fiori, le cascate, e la loro energia è curativa e danza con l’anima. 

Il tocco della musica

Immagine. Sharid e la musica

Passeggiando per il giardino degli aranci, la Naranzania di Shiraz, ho potuto incontrare il musico Sharid, un esperto suonatore di tar, strumento fra i più antichi del medio Oriente. In questo incontro ho percepito lo stretto legame fra corpo e mente e la grande importanza che viene attribuita alla relazione fra musica, danza e poesia.

In passato poesia, musica e danza, erano indissolubilmente legate e, grazie a questo legame, la poesia aveva sviluppato un sistema parallelo alla musica, il ghazal, e lo stesso avveniva all’inverso con il dastgah. I rituali, la quotidianità erano scanditi da questa relazione, la stessa lingua era vista come l’accompagnamento musicale all’esternazione dei concetti. 

Persa fra le foglie di questo luogo ameno, ho potuto assistere alla performance del maestro; il suo viso era rilassato, gli occhi chiusi, le mani esperte nel toccare le sole cinque corde dello strumento, creando note varie e dando vita a storie e canti. Ogni tanto la musica era interrotta da un flusso di parole che revocavano, come nello Zurkxane, rituali e preghiere antichi.

Intervista a Sharid, maestro e musico

E- Da quanto tempo suoni e qual è il tuo strumento preferito?

S- Ho iniziato da piccolo, già mio nonno era un musico e lo strumento che possiedo, seppur con alcuni restauri, apparteneva a lui. Mi sono specializzato nel tar, ma sono in grado di suonare altri strumenti, come il tombak che hai visto suonare nella danza dello Zurkxane.

E- Quali sono gli strumenti della tradizione persiana che accompagnano le danze?

S- La danza è la musica sono sempre legate, non esiste l’una, senza l’altra. Gli strumenti musicali della tradizione sono tanti, tutti realizzati in legno e solitamente ricavati da blocchi unici; fra questi: il tar, un liuto con doppia cassa armonica, ricoperta in pelle di agnello con due parti ricavate da un unico blocco; l’out, un liuto a manico corto tipico della tradizione antica, caratterizzato da cinque corde, utilizzato in tutto il mondo islamico; il tanbur, un liuto a manico lungo fra i più antichi al mando, raffigurato anche nei bassorilievi della città di Susa, realizzato con due corde ed utilizzato nei rituali; il qanun, una cetra con trentasei corde che vengono pizzicate con delle unghie apposte agli indici dei musici;  il ney,un piccolo flauto in legno, tipico della tradizione islamica. 

E- Danza, poesia e musica, come si impara a gestire tutto?

S- La tradizione e la pratica consentono di memorizzare i rituali, nessuno di noi è in grado di fare tutto, ma applicandoci e allenandoci riusciamo ad essere in grado di danzare, cantare e suonare facendo però prevalere una delle tre attività.

E-La musica tocca l’animo e il cuore. Parlami del tocco della musica.

S-Io tocco gli strumenti, le mie dita sono in contatto con la durezza delle corde e con la morbidezza del legno. La musica, invece, ha il compito di toccare l’animo, e accendere dei recettori. Ogni danzatore entra in contatto con se stesso, con Dio grazie alla musica. È questo il compito dei musici: toccare l’animo e aprire i sensi. Solo grazie al tocco che esercita la musica, i sensi si animano e tutto può dialogare. 

E-Anche le donne suonano questa tipologia di strumenti?

S-Certo, esistono scuole di musica aperte anche alle donne, che sono molto brave ed eleganti, ma che si dedicano ad una tipologia di rituali differenti rispetto agli uomini. Solitamente le donne sono dedite a cantare dell’energia fra corpo, mente e l’unione con gli elementi, danzando in modo più aggraziato e suonando con più leggerezza. 

Conclusioni

Le danze a cui ho preso parte sono uniche e la loro energia è stata incredibile. Due danze diverse, una quasi animalesca, quella maschile, e l’altra leggiadra. La musica e la conoscenza di Sharid hanno permesso di entrare completamente in contatto con questa cultura, consentendo alla mente di aleggiare e al corpo di essere maggiormente colpito dalle emozioni. Una volta tornata in Italia ho contattato la mia amica Francesca e ho potuto prendere parte ad una lezione di danza dell’anima a Venezia. Questa volta eravamo nove, un gruppo di sole donne.

La danza è iniziata con un dolce vibrare di corde, a poco a poco abbiamo iniziato a muovere braccia, gambe e capelli; le sensazioni iniziali erano quelle di un normale riscaldamento, ma a poco a poco la musica è diventata sempre più intensa e veloce; Francesca dava semplici comandi e la mia mente era legata alle sue indicazioni, come se avesse paura di lanciarsi; come nella danza Sufi, il Semà, abbiamo iniziato a volteggiare prima, portando le mani davanti al viso e mettendole a fuoco, poi, abbandonandole e prendendo la posizione derviscia, con una rinnovata confidenza. 

Tutto attorno a me assumeva colori diversi, il corpo e la mente non erano più vincolati da nulla e davvero ho provato l’emozione di abbracciare gli elementi: pensavo all’acqua, al cielo, alla terra e, ogni volta brividi, ma anche velocità diverse, coinvolgevano il mio corpo. Il tocco della danza e della musica sono stati dei grandi alleati e terminata la pratica, seppur molto affaticata, ho davvero capito qual è il potere del tocco di questa danza: l’energia dell’Universo rigenera tutti i muscoli e la mente si svuota di ogni negatività, diventando lucida e facendo sentire il danzatore libero.  

Pubblicato da erikamattio

Archeologa e antropologa, viaggiatrice, sportiva e scrittrice. Inguaribile sognatrice e fervida sostenitrice delle potenzialità di MacGyver. Amante delle situazioni complicate e dei valori dell'amicizia.

2 pensieri riguardo “Fra le fiamme e la danza; danzatori e oranti sotto il cielo dell’Iran

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