Safari nell’Africa Australe: alla ricerca della vera libertà

6000 km, 1000 emozioni, 5 stati, 1 continente

Fra Zimbabwe, Zambia, Botswana, Namibia e Sud Africa

L’Africa tocca l’animo già durante la preparazione del viaggio: è da sempre l’utopia del viaggiatore, la realizzazione di quel sogno visto nei documentari e letto nelle pagine degli esploratori del passato. Il safari è più di un viaggio: è un insieme di emozioni che si intersecano fra il barrito degli elefanti e i paesaggi sempre diversi che si incontrano. È un susseguirsi di ‘Ohhh’ e ‘Guarda, guarda, guarda!!!!’ e di rapporti di amicizia che nascono attorno al falò. 

Il Capricorno e l’antilope

Siamo partiti in 18. La nostra professione: fabbricanti di sogni e famelici esploratori. Il nostro viaggio è iniziato il 5 Agosto, in un labirintico spostamento fra Roma, Milano e Venezia, per incontrarci tutti a Dubai e proseguire per Johannesburg, arrivando il giorno successivo in Zimbabwe al Victoria Falls Airport;  24 giorni, 18 viandanti, 5 stati da visitare e 1 truck. Il tutto accompagnato da tende, materassini, pentole, e scorte di cibo più disparato (dalla paste alla nutella, senza dimenticare formaggi e affettati) che ci hanno sfamati per tutta la vacanza. Questa combinazione di elementi ha reso il viaggio perfetto, fra le stelle, i tramonti, l’aria calda che soffia a nord e la spuma delle onde che si infrangono sulle rocce del Capo di Buona Speranza. 

E così eccoci pronti a condividere tende, polvere, caldo, strade sterrate e avventura all’interno di un sobrio truck giallo, degno di un fumetto, e del nostro driver, nonché guida, nonché chef all’occorrenza, Jairus, fra Zimbabwe, Zambia, Botswana, Namibia e Sud Africa. Uno spostamento di 6000 km, con uno zaino e il sacco a pelo, fra il clima caldo e secco del nord e l’inverno del sud del Mondo, attraversando parchi nazionali, respirando la brezza dell’oceano, superando il Tropico del Capricorno, per arrivare dove solo Bartolomeo Diaz e Vasco De Gama avevano osato spingersi.

Semplicemente noi. Andrea, Luca, Leda, Serena, Filippo, Danilo, Ivana, Erika, Valeria, Giovanna, Stefano, Alberto, Giulia, Daniela, Francesca, Alexandra, Giovanni, Matteo, Agosto 2018. Foto E. Mattio 

Diciotto può sembrare un numero eccessivo per un gruppo, ma siamo riusciti a creare un legame molto forte, a rispettare le nostre esigenze e a divertirci, condividendo questa esperienza unica. Fra la mastodontica gittata d’acqua delle Cascate Vittoria e i lamenti dei funerali Himba nell’area di Kaokaland, abbiamo riscoperto il battito ancestrale delle nostre origini, perdendoci fra l’oro del deserto, il verde della savana e il blu dei fiumi a meandro. 

Ogni volta che ripenso al colore della terra e ad ogni brivido che l’avvistamento degli animali suscitava, percepisco il battito del cuore che accelera.

Il cerchio della vita si apre e si chiude costantemente: gli animali si succedono in un rituale di regalità davanti alle pozze dell’acqua; zebre ed impala brucano stancamente l’erba, consapevoli o meno che qualche loro compagno sta combattendo contro un leopardo; tutto è placido e, nel contempo, dinamico. I leoni sbadigliano all’ombra dei cespugli del Chobe, mente gli elefanti attraversano la strada correndo nella regione dell’Okawango, le giraffe si piegano faticosamente per abbeverarsi alle pozze dell’acqua, mentre le iene attendono impassibili i resti delle prede cacciate da altri carnivori in prossimità dei grandi alberi. 

Le popolazioni incontrate passeggiano calme nelle deserte strade di città, salutandoci e circondandoci ogni volta che ci fermiamo per rifornimenti o per sgranchirci. Gli abitanti dello Zambia appaiono tranquilli e lenti nei loro spostamenti, le donne spazzano davanti alle loro case, semplici ed impolverate, mentre a Cape Town tutto è cosmopolita,  alto, rapido, pericoloso ed occidentale. 

Bambini Himba, Namibia, foto Leda Ferrari, Agosto 2018

Le donne Herrero si aggirano silenziose con abiti coloniali dai colori sgargianti, mentre i bambini Himba giocano mostrandoci le diverse acconciature che contraddistinguono la loro età, osservando ogni nostro movimento, curiosi e affascinanti dalla nostra stranezza. 

Gli occhi non sono abbastanza veloci per adattarsi a questo continuo cambiare di forme, consistenze e colori. Ogni venti kilometri sembra di aver raggiunto un posto completamente nuovo, la mente divora ogni centimetro nei sorvoli aerei sull’Okawango e sulla Namibia; il cuore batte sempre più forte nel riconoscere dall’alto gli animali in corsa o i vecchi relitti nella Skeleton Coast. 

Picchetti, aperitivi e falò

Il primo giorno è stato un assaggio di quello che ci avrebbe accompagnato per le successive settimane: elenco dei viveri da comprare, montaggio e smontaggio tende, cucina da campo con giganteschi pentoloni, lavaggio piatti e organizzazione per fare le docce prima che l’acqua diventi troppo fredda o finisca. Dopo un primo momento di titubanza, siamo diventati dei mastri-campeggiatori, così veloci da sfidarci nel montaggio e smontaggio tende (anche al buio) e nel riuscire a lavare serie di stoviglie degne di un pranzo di matrimonio cantando e sconvolgendo gli altri turisti. 

Tutto è adattamento, ma per il vero viaggiatore queste sfide quotidiane diventano la routine; l’abbandono della costante ricerca del Wi-Fi e la riscoperta dei rumori della natura ha arricchito l’animo di ognuno di noi. 

Abili campeggiatori, Botswana, foto Erika Mattio, Agosto 2018

Senza dimenticare i picnic a bordo strada, le soste toilette nascosti dall’ombra dei cespugli, gli acquisti fatti nei supermercati locali, seminando stupore fra i commessi, che, vedendoci aggirare fra le corsie, con carrelli atti a sfamare un esercito,  ridevano compiaciuti.

… E poi i selfie scattati in ogni dove, la ricerca della mitica banconota zimbabeana da venti Billion Dollar, la cena di gala con tuffo in piscina a base di pasta africana, il sandboarding sulle dune del deserto namibiano e le ultime sere a Cape Town consapevoli che sarebbe stata la nostra ultima tappa. 

Nei lunghi spostamenti diurni in truck, abbiamo iniziato a conoscerci, diventando una famiglia; era evidente la diversità di ognuno di noi: dalla provenienza, al lavoro, dall’età, ai sogni, ma siamo stati attratti e chiamati tutti dall’Africa nello stesso momento, come se volesse farci incontrare;  il canto di una sirena al quale non si può resistere; abbiamo scoperto insieme di questo continente la solennità e l’immensità, che per magia hanno relativizzato ogni differenza fra noi. Le escursioni sono state indimenticabili: dai sussultanti game drive a bordo di rombanti jeep, alle passeggiate fra le vecchie aree di estrazioni dei diamanti; fra il profumo dell’erba secca dei parchi nazionali, all’odore acre delle milioni di otarie raggruppate nella colonia di Santa Cruz. 

Oltre agli esperimenti alcolici che consistevano in vini provenienti da diverse aree africane, liquori tipici dai gusti discutibili, come l’Amarula, diventata bevanda ufficiale del viaggio e birrette tenute al fresco grazie a giganteschi blocchi di ghiaccio acquistati sulla strada, abbiamo iniziato ad apprezzare la carne locale. Coccodrillo, impala e springbok erano le pietanze che, ,ogni tanto il nostro autista tutto fare ci preparava, dopo ore senza sosta passate alla guida. Un potenziale protagonista di Masterchef direte voi? No: semplicemente era esausto di mangiare tutte le sere la pasta e i cibi che avevamo portato dall’Italia e, la sua proposta alternativa, per lui un modo per sopravvivere alla nostra dieta del carboidrato, per noi una scoperta di nuovo sapori, è stata estremamente apprezzata. 

Il riposo del re, Etosha National Park, Namibia, foto Erika Mattio, Agosto 2018

La notte il tutto continuava attorno al fuoco, fra degustazioni di vino locale e racconti di vita,  avvolti del calore delle fiamme e, talvolta, affumicati dal fumo, causato da ramoscelli ancora non abbastanza secchi per essere abbrustoliti o da una dislocazione controvento. Pochi erano i momenti di reale silenzio: le chiacchere fino a mezzanotte, il dolce russare di alcuni trombettisti professionisti nel cuore della notte, la sveglia prima dell’alba e le giornate vissute assaporando ogni minuto. Solo durante l’avvistamento degli animali riuscivamo a trattenere il fiato, sperando di non perderci il momento magico in cui avrebbero fatto una qualunque mossa. Dopo gli avvistamenti tutti comparavano le foto, sostenendo di aver visto un rinoceronte o un’orca, con un entusiasmo sempre rinnovato e voglia di vedere ancora e ancora. 

Deserto, Oceano, Savana e Canyon

La cosa più impressionante di questa avventura è stata l’incredibile varietà di paesaggi che abbiamo superato, viaggiando su strade sterrate, spesso a bassissima velocità, attraversando la spina dorsale della parte sud ovest del continente. 

Sorvolo sul deserto namibiano, Foto Erika Mattio, Agosto 2018

Ad ogni cambio di strada si entrava in un nuovo mondo, perdendo il senso dello spazio e del tempo: respirando la sabbia delle dune, per poi incontrare misteriose spaccature nelle rocce, città fantasma e paesaggi lunari. Un viaggio davvero unico: dalla savana, con i suoi splendidi colori invernali, che riflettono il baluginare del sole al tramonto, ai sui suoi fiumi che scorrono lenti fra le sponde brulicanti di vita; dall’immensità dell’oceano a Capo di Buona Speranza, alla maestosità della Table Mountain a Cape Town. 

Al ritorno è stato difficile dimenticare queste sensazioni e posso dire di aver realmente capito che cos’è il Mal d’Africa: quella sensazione di nostalgia che ti prende all’improvviso, che porta malinconia e che ti spinge a voler partire ancora, per rimontare una tenda vicino alle pozze dell’acqua, per sentire il pulsante battito della terra e respirare quella indimenticabile boccata di ossigeno che sa di polvere e vita. 

Tutto questo è stato, ma sarà ancora Africa. 

Pubblicato da erikamattio

Archeologa e antropologa, viaggiatrice, sportiva e scrittrice. Inguaribile sognatrice e fervida sostenitrice delle potenzialità di MacGyver. Amante delle situazioni complicate e dei valori dell'amicizia.

3 pensieri riguardo “Safari nell’Africa Australe: alla ricerca della vera libertà

    1. Molto strana: ci fu presentato In Zimbabwe. All’apparenza era come una bistecchina grigliata; all’interno e’ bianco. La consistenza e’ come quella del pollo (so che è’ banale come descrizione,ah ah), il sapore, pero’ e’ molto neutro e ricorda un po’ quello del merluzzo. Non mi avessero detto che fosse coccodrillo non avrei saputo classificarlo: non è’ un sapore che rimane impresso, ma e’ buono. Mentre lo springbok e’ una carne dura, che ricorda molto quella di mucca, con un retrogusto più acido.

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      1. Ti dico la verità: lo spinrgbok non so nemmeno cosa sia, non ne ho mai sentito parlare. A me piace molto assaggiare vari tipi di carne. So che qua in Italia non si può mangiare ne importare coccodrillo ma, ovviamente, fuori dai nostri confini si. Una volta ho assaggiato ad una fiera la carne di canguro ma secondo me era bovino.

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