Le ultime lacrime dei leoni di Ceylon

Photo by Genine Alyssa Pedreno-Andrada on Pexels.com

La lacrima dell’India piange ancora i suoi morti. Sono passati dieci anni dalla fine della lunga guerra che ha sterminato famiglie intere, rivoluzionato pensieri e tradizioni, infranto sogni e speranze; una guerra atroce, combattuta in remote aree della giungla, a colpi di machete, lontano dal cuore e dagli occhi di un mondo che sembra essersi dimenticato di questo popolo. 

Nel 1948, l’isola di Ceylon diventò indipendente; la popolazione, multi culturale, viveva in una bolla di tolleranza e rispetto: musulmani, cristiani e buddisti, uniti sotto la stessa bandiera, fra i palazzi di Colombo e le palme di Jaffna; ma pochi mesi dopo la proclamazione di indipendenza la nuova linea politica, di stampo nazionalista, impose come religione predominante il buddismo e come lingua di stato il cingalese; questo, inibì fortemente la presenza delle etnie minori, come i Tamil, che furono colpite duramente ed isolate. 

A partire dal 1976 l’Isola fu scossa da nuove decisioni politiche e fu rinominata “Repubblica Democratica Socialista dello Sri Lanka”; ivi iniziarono a comporsi i primi gruppi clandestini per la liberazione dell’etnia Tamil dalla mano opprimente dei cingalesi; il movimento armato LTTE (Liberation Tigers of Tamil Eelam) sotto la guida del leader e ideatore, Prabahkaran, diede voce al suo disappunto con ribellioni e attentati, inferti ad una realtà non preparata, minacciando e annientando la popolazione locale. 

La comunità internazionale si rivelò sin da subito poco presente, ponendo scarsa attenzione al grande disastro umanitario che stava divorando l’antica isola di Ceylon. Solo nel 2000 la Norvegia intervenne per dar vita a negoziati di pace ormai imperativi, in una terra violentata e inacidita dalla devastante lotta intestina. Nonostante ciò le lotte interne continuarono e la situazione divenne nuovamente ingestibile dopo il catastrofico Tsunami del 2004; il capo di accusa si aveva da entrambe le parti: i Tamil accusavano il governo di Colombo di speculazione e sabotaggio degli aiuti umanitari nelle loro aree, mentre la capitale incolpava i separatisti di impedire agli aiuti di arrivare nelle zone sotto il loro controllo.[1]

La forte discontinuità fra le parti continuò ad intensificarsi, sino alle elezione del 2005 di Mahinda Rajapaksa, che dopo una partenza da idealista, si rivelò un dittatore. Solo nel gennaio 2015 la situazione virò bruscamente in positivo, grazie alla figura di Maithripala Sirisena, che pose ufficialmente fine alla guerra civile; una guerra che per venticinque anni ha devastato “l’isola dei leoni”, impedendo loro di ruggire.[2]

Oggi i cingalesi cercano ancora i loro morti in una condizione di stabilità politica, ma di perdita demografica, causata dalle fughe dei suoi abitanti in luoghi più protetti e sicuri; nelle strade di Colombo sono ancora presenti manifesti con le fotografie delle persone scomparse: fra di loro molti bambini che furono rapiti e costretti ad abbandonare le loro famiglie per combattere, di cui, ad oggi, si sono completamente perse le tracce; sono stati creati dei gruppi di supporto psicologico per famigliari e per le tante, troppe, donne che hanno perduto la loro dignità, venendo stuprate e strappate alle loro case. 

In questo articolo sono state raccolte due interviste, voci narranti di osservatori diretti, che oggi vivono nella città di Venezia. I protagonisti sono S. N. e A. D., un uomo e una donna, emigrati in Italia, alla ricerca di una vita migliore. 

Le loro esperienze servono a ricordare al lettore che non bisogna dimenticare le tristi vicende di questa terra splendida, e che i suoi abitanti, seppur lontani, vogliono gridare al mondo che lo Sri Lanka si sta riprendendo, aggrappato alla speranza di un futuro migliore e alla consapevolezza che, presto, tutto rinascerà in un clima di pace e prosperità. 

Intervista 1: S. N.

“Sono nato nella città di Kandi, ero un ventenne pieno di idee e voglia di fare, ma ero anche sotto le armi e sono stato costretto a combattere. Ho tenuto in mano macheti, fucili e visto amici morire; sono stato sotto shock quando i fucili Tamil hanno colpito la nostra base a Jaffna e mi sono sentito in colpa per tutti i compagni morti al posto mio. Nel 2000 ho capito che se fossi rimasto lì, non solo sarei morto, ma mi sarei arreso alla morte. Fortunatamente un amico è riuscito a convincermi a chiedere asilo politico e a volare in Europa.

Dopo un periodo di disorientamento ho capito che era la mia occasione per aiutare altri connazionali e mi sono adoperato per cercare di salvare più persone possibile. In Italia, il destino mi ha fatto conoscere quella che è diventata mia moglie: anche lei cingalese, scappata da Colombo, la capitale. Insieme abbiamo creato una famiglia e insieme abbiamo gioito per la fine della guerra.

 Ora torniamo tutti gli anni in Sri Lanka, con i nostri bambini, insegnando loro l’importanza della pace e la fortuna che hanno di vivere in un paese senza guerre.”

Intervista 2: A. D.

“Io arrivo da una famiglia di maestri, ho studiato per insegnare matematica ed ho vissuto vari momenti di pericolo a Colombo. 

Fortunatamente nella capitale tutto era meno brutale rispetto alle zone del nord, dove si combatteva e si moriva, ma nonostante ciò, gli attentati erano all’ordine del giorno: attacchi soprattutto al parlamento, oppure autobombe che scoppiavano a caso e uccidevano molti passanti. A volte si aveva il coprifuoco e spesso si soffriva insieme agli amici per le notizie di uccisioni che arrivavano dal fronte. 

A Colombo si mettevano le foto delle persone scomparse in alcune aree della città ed ogni giorno andavamo a pregare per loro: soldati, donne e bambini, nessuno era escluso. In città la croce rossa internazionale aveva organizzato delle aree per aiutare psicologicamente le ragazze vittime di stupri. 

Questa guerra mi ha cambiata, sapevo che non ero più la stessa e grazie ai contatti di mio padre, sono riuscita ad emigrare in Italia, dove, seppur con difficoltà, ho trovato una nuova via e mi sono sentita libera.”

E. Mattio


[1]L’Assiciated Press, invece, riportò testimonianze sulla grande attività di aiuti organizzata dai Tamil.

[2]Si è creato un gioco di parole in quanto l’antico nome inglese Ceylon, derivante dal sanscrito, indicava, appunto, Isola dei Leoni.

Pubblicato da erikamattio

Archeologa e antropologa, viaggiatrice, sportiva e scrittrice. Inguaribile sognatrice e fervida sostenitrice delle potenzialità di MacGyver. Amante delle situazioni complicate e dei valori dell'amicizia.

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