Feste e curiosità iraniane

Per gli iraniani ogni straniero è ospite del Paese ed è compito di ogni suo abitante farlo sentire a casa e coinvolgerlo. Con questo mantra moltissimi amici mi hanno invitata a trascorrere un periodo da loro durante le festività più importanti del calendario islamico sciita e non ho potuto rinunciare a questa unica ed incredibile opportunità. 

Fra il 2017 e il 2019 si è viaggiato per la Repubblica Islamica dell’Iran per meglio comprendere le dinamiche funerarie e religiose. Fra agosto 2017 e settembre 2018 mi sono  spostata da est ad ovest, vivendo il grande pellegrinaggio in onore del compleanno dell’Imam Reza nella città santa di Mashhad e la tragica festa dell’Ashurafra Teheran e Zavarah (un villaggio poco lontano da Isfahan), nel luglio 2017 la festa di fine RamadanFeltre nel marzo 2018 la coinvolgente festa di Novruz.

La religione musulmana sciita è un coinvolgimento dei sistemi locali in una forma di dipendenza strutturale; Clifford Geertz scrisse, riguardo la rappresentazione religiosa, “I simboli sacri servono a sintetizzare l’ethos di un popolo, il tono, il carattere e la qualità della vita” ed anche il sentimento morale, estetico e la visione del mondo. I simboli rinviano a concetti che si collegano con i valori fondamentali e ultimi di una società.

Emile Durkeim definì le “cose sacre” come separate e interdette, lontane, quindi,  da quelle profane che sono accessibili a tutti; esse suscitano interesse e rispetto, preparando il fedele a ricevere la verità della fede.[1]

Compleanno dell’Imam Reza

Fra il 4 ed il 5 agosto 2017, ho preso parte al compleanno dell’Imam Reza. Un pellegrinaggio secondario solo a quello della Mecca per gli sciiti: una grande festa a cui partecipano fedeli che arrivano da ogni parte del mondo sciita. Mashhad era viva, avvolta da un incessante vociare, come se l’anima di tutti fosse stata assimilata della città e la città fosse diventata l’anima di ognuno e poi, il silenzio. All’interno dell’immensa moschea tutto era muto, solo l’Imam, ripreso in più maxi schermi, leggeva i versi del il Corano e piangeva; tutti coloro che erano distribuiti in maniera ordinata sugli immensi tappeti piangevano con lui, in un atto di preghiera e devozione. Ricordo un uomo, dall’espressione dura, in piedi, non lontano da me, sciolto in un pianto dirotto. Ricordo il coraggio di una donna, dagli abiti sembrava Pakistana, piccole e magrissima, nello scavalcare la folla con lo scopo di toccare la grata della tomba dell’Imam; la sua magrezza rendeva difficile il suo spostamento verso la cella della tomba, e più volte cadde urtata da quell’inarrestabile viavai ma, una volta raggiunta la struttura sacra, sul suo volto comparve un’espressione di grazia e purezza che la rese incredibilmente bella, un piccolo gesto che ha giustificato tutto il suo lungo peregrinare sino a lì. 

Quella sera mi sono messa in coda per la cena che la moschea offre ogni giorno a più di duemila persone, indipendentemente dal credo religioso: un atto di grande carità e apertura, che spesso si tende ad ignorare perché troppo occupati a condannare l’Islam per atti che sono completamente al di fuori di ciò che la religione predica. Al termine dell’abbondante cena, che prevedeva riso e carne e un dessert, gli avanzi venivano messi in apposite vaschette e portati alle persone bisognose, che aspettavano di poter mangiare quel cibo benedetto. Mi sono sentita in colpa ad aver mangiato più del mio bisogno e ad essermi dimenticata delle persone elemosinanti rimaste all’esterno, donando solo una piccola porzione di cibo. Ma la carità islamica provvede anche a questo, donando cibo anche ai più poveri. Un gesto veramente ammirevole. Ovviamente le grandi offerte che entrano all’interno della moschea quotidianamente, consentono agli Imam di provvedere alla sussistenza di tutti, il numero di persone e, di conseguenza, di introiti è spaventosamente alto: il clima che si respira nella moschea coinvolge tutti, si rimane impressionati più dal senso di fede che trasuda dai lacerti in marmo della grande spianata iniziale, che dall’opulenza delle sale interne. 

Durante la festa, la città di Mashhad, famosa per il suo bigottismo e per la grande fama del poeta Ferdowsi, cambia completamente volto: palazzi e lampioni si illuminano di verde (colore della fede islamica) e folle di devoti si riversano sulle strade, incuranti dello spazio e determinati ad entrare in moschea per avere la benedizione degli Imam. Un senso di profonda fede pervade ogni senso, fra lamenti e grida di gioia.  

Immagine. Moschea dell’Imam Reza, folla orante, Agosto 2017, Mashhad. Foto @erikamattio

Intervista a Zeinab, studentessa di Mashhad intervistata all’interno della Grande biblioteca della Moschea Holy Shirin di Mashhad

E-Perché la festa viene celebrata qui a Mashhad? 

Z-Il nome Mashhad-e Moghaddas, è il “luogo del martirio”; qui, infatti, nell’817 (anno dell’egira), Reza, l’ottavo Imam, morì dopo aver mangiato dell’uva avvelenata offertagli dal sultano Mamun. Mashhad all’epoca era solo un villaggio, il vero distretto era Nishapur, ma fu deciso di realizzare qui la sua tomba, che divenne, a partire dai Gaznavidi (XVI secolo) la meta di pellegrinaggio sciita. Il santuario è grande, e si allargherà ancora; per il momento, oltre al santuario, vi sono due moschee, i collegi per gli studiosi di teologia, la fornita biblioteca, la mensa, e più aree destinate alla preghiera.  

E-La festa a cui abbiamo preso parte è fra le più importanti dell’Iran? 

Z-È fra le feste più importanti del mondo sciita, non solo dell’Iran. Il richiamo per i pellegrini è forte, ogni anno la città è gremita; gli alberghi lavorano tantissimo, spesso non si riesce neppure ad entrare nella moschea.

E-Ci sono pericoli? 

Z-Polizia e controlli sono presenti in ogni angolo delle strade, anche per scongiurare attentati, ma il pericolo più grande è essere calpestati.

E-L’importanza di questa festa si può comparare con il pellegrinaggio nella città di Mecca? 

Z-Per uno sciita assolutamente si, è un obbligo venire almeno una volta nella vita a Mashhad; partecipano sciiti da tutto il mondo.

Descrizione: MAC SSD:Users:user:Desktop:IMG_5581.jpg

Ashura

Il mondo islamico conta un miliardo e duecento milioni di fedeli e le differenze geografiche influiscono sulle dinamiche rituali e funerarie; il mondo sunnita e quello sciita sono molto simili nella scelta del rituale funerario ordinario, sia per gli uomini, che per le donne, ciò che cambia è il vigore con cui viene celebrata la festa dell’Ashura. Essa è il culmine di dieci giorni di celebrazioni, in cui si mette in atto la messinscena del martirio dell’Imam Hussein, terzo Imam sciita (VII secolo a.C.), nipote di Maometto, ucciso, con i suoi settantadue compagni, dal califfo Omayyade Yazid nella piana di Karbala. La rappresentazione sacra fu istituita nel periodo Qajaro, e da allora si celebra in tutto l’Iran. Nel mondo sunnita la festa consiste in un periodo di digiuno di due giorni (corrispondenti al nono e il decimo giorno del mese muharram); nel mondo sciita, la festa dell’Asura, è estremamente spettacolare e sconvolgente: gli uomini, accompagnati da speaker (che hanno il ruolo di motivare i partecipanti) e dal battito ritmico ed incessante dei tamburi, si autoflagellano battendo le mani sul petto e sulla testa, oppure utilizzando fruste e lame: la tensione al martirio rievoca la tragica fine di al-Hasan e al-Husayn, figli del califfo Alì. Il rituale ricorda, per certi aspetti, la ritmicità dello Zurkhaneh, la danza rituale presentata nella casa della forza.[2]I cortei sono aperti dagli Alamat, lunghe e pesanti strutture di ferro che arricchiti di spade e piume colorate, portati a spalla a turno da un gruppo di partecipanti; a volte se ne trovano degli esemplari nelle piazze, come a Yazd, e possono ricordare delle grandi palme; il loro peso è incredibile e durante la festa appaiono come dei mostri lenti e tristi. 

Nei giorni del 29 e 30 settembre 2017 ho partecipato alla festa, nella capitale iraniana. Il gran Bazar di Teheran appariva avvolto in drappeggi neri e verdi, i colori dell’Ashura. La sensazione è stranissima, come se si vivesse fra realtà e finzione. L’osservatore viene avvolto da uno stato di trance, fra il pulsante battito dei tamburi e i pianti dei partecipanti. Le persone sono vive, anche se si celebra la morte, lacrime e sangue sgorgano copiosi dagli occhi e dalle membra. L’odore di fiori, sudore e sangue si mescola ai profumi del bazar. Il tutto è avvolto da un senso di inquietudine, dolore e claustrofobia, sembra che non vi sia una fine, che tutto debba concludersi con la morte, ma questa sensazione viene dissolta nell’ultimo giorno della festa: un tripudio di gioia che spazza via tutta la tragicità vissuta nei dieci giorni precedenti. 

La sensazione è di sgomento e fascino, inquietudine e curiosità. La festa è drammatica, commovente, tragica. Uomini e donne piangono e invocano inni: tutto è sospeso fra tragicità e recitazione; il sangue scorre sulla pelle degli astanti e le lacrime sul volto degli oranti. Ricordo di essere rimasta impressionata dalla violenza e di aver percepito per giorni l’eco dello schioccare delle fruste; la sensazione era quella di stordimento; per alcuni minuti ho pensato di andare via, rifugiarmi da quella folla, ma la curiosità, fortunatamente, mi costretta a rimanere. L’odore del sangue era così intenso da invadere le narici sino a far perdere la percezione degli altri odori; e, verso la fine della manifestazione, ad esso si integrava l’odore del cibo e dei giganteschi pentoloni lasciati bollire per ore, per concludere il Lutto e sfamare tutta la popolazione. 

Immagine. Preghiera dell’anziano del villaggio, Settembre 2017, Zavarah. Foto @erikamattio

Il giorno del 30 settembre 2017 mi sono recata nel villaggio di Zavarah: qui tutto è enfatizzato, le vie sono più piccole, il dolore sembra impregnare le antiche mura in argilla delle case della città. Gli anziani si ritrovano la sera nei pressi dei piccoli circoli adibiti a luoghi della memoria per il martirio di al-Hasan e al-Husayn, cantando antiche preghiere con gli occhi colmi di lacrime. Alla fine della celebrazione il villaggio si popola di donne allegre, ribollono i grandi pentoloni che contengono cibi e spezie, e tutta la comunità festeggia mangiando e gioendo, offrendo il cibo a passanti e, in particolar modo, ai più bisognosi. La differenza rispetto a Teheran è grande. Qui i ragazzi si frustano con più intensità, quasi a gareggiare fra di loro, ma la festosità è diversa: al termine del Lutto la festa è incredibilmente conviviale, in quanto le famiglie si conoscono fa di loro e il villaggio è decisamente più accogliente.

Descrizione: MAC SSD:Users:user:Desktop:IMG_5665.jpg

Intervista a Arian- anziano del villaggio di Zavarah, seduti nell’ombra del cortile della Moschea, parla con gli occhi chiusi, ancora rigati dalle lacrime 

E-Cosa è cambiato da quando era giovane? 

A-Era più sentita in passato: ci preparavamo per mesi; ora i giovani sono tutti impegnati, vivono lontano e tornano solo qualche giorno prima. La festa è però rimasta identica, anche i pentoloni per cucinare sono gli stessi. Li teniamo con cura. Ricordo che che un tempo molti più giovani si autoflagellavano. Quando anche io partecipavo, non sentivo il dolore, io e gli altri ragazzi ci incoraggiavamo, il nostro corpo non esisteva, il nostro sangue non era nulla in confronto a quello versato nell’eccidio (si interrompe per cantare un lungo verso di una preghiera dedicata alla morte di Hussein e alla sua mutilazione).

E-Che ruolo hanno le donne? 

A-Le donne piangono con noi, alcune di loro si battono il petto, ma non tutte: il loro corpo non reggerebbe alla flagellazione, ma le loro preghiere benedicono l’Imam e tutte le vittime del massacro.

E-Le lacrime sono di reale dolore? 

A-Si, noi piangiamo davvero, noi condividiamo il dolore di Hussein e dei suoi compagni, così come la gioia che celebriamo alla fine dell’Ashura. Il martirio di Hussein è una storia esemplare. 

E-Perché il decimo giorno è il più importante? 

A-Perché dobbiamo farci perdonare per non aver difeso Hussein alla Kabala. In questo giorno prepariamo del cibo che celebra le grazie ricevute durante l’anno; il cibo viene cucinato in tutte le case o da gruppi di persone in grandi pentoloni che distribuiamo a tutti coloro che sono presenti in città, soprattutto i poveri.

E-Anche i sunniti festeggiano l’Ashura?

A-No, per loro non c’è questa tradizione. I sunniti non vedono il dolore che proviamo noi sciiti per il martirio di Hussein. 

Novruz

In Iran ogni occasione è buona per festeggiare: l’arrivo di un parente, la partenza di un amico, il Venerdì o una delle tante feste che compongono l’intricatissimo calendario islamico. L’anno iraniano comprende un grande numero di giorni festivi, di carattere allegro o triste, che sono fissati in funzione ad eventi storici e di tradizioni religiose.Gli iraniani utilizzano allo stesso tempo il calendario lunare ed un calendario solare che indica dei giorni fissi per cui festeggiare. Le abitudini più vive dell’eredità del passato sono quelle che si ricollegano alla celebrazione del nuovo anno, come Novruz. Grazie ai bassorilievi di Persepoli, sappiamo che i re Achemenidi (550-330 a.C.) celebravano in pompa magna il nuovo anno in tutte le città dell’impero. Gli astronomi iraniani, Omar Khayyam alla loro testa, riformarono il calendario nell’XI° secolo e fissarono Novruzall’equinozio di primavera: dopo la conquista araba, si mantenne questa tradizione. Cominciando dall’equinozio di primavera (il 20 o il 21 marzo), Novruz,che significa letteralmente “nuovo giorno”, è una festa che si svolge principalmente in famiglia e dura 13 giorni. Tutti gli iraniani cercano di passare il giorno del nuovo anno con i propri familiari, preparando con attenzione il cibo, che segue un intricato ordine di presentazione.

I preparativi del Novruzcominciano almeno un mese prima. Il periodo che precede il nuovo anno è tradizionalmente dedicato alle faccende domestiche primaverili. È una festa della rinascita in occasione della quale si puliscono le case completamente e si comprano  vestiti nuovi: tradizione e business. Si preparano anche dolci che si possono assaggiare soltanto per l’occasione. La tradizione vuole che all’approccio del grande giorno, ogni famiglia prepari un tavolo particolare, detto la tovaglia di “haft sin”, letteralmente le “sette s” (haftsette, sin esse), contenete sette simboli:

-Sabzeh: sono germogli di grano o lenticchie essiccate, simbolo della rinascita, della vita nuova che comincerà con la fine del solstizio.

-Serke: l’aceto, simbolo di fermentazione, di crescita e produttività, un augurio per il nuovo anno.

-Seir: l’aglio, per cacciare i cattivi spiriti; come in altre culture viene visto come un medicinale naturale, simbolo della buona salute.

-Sekke: la moneta, generalmente una moneta d’oro utilizzata proprio per questa festività; la speranza di ricchezza.

-Sumaq: il commaco; questa spezia di colore rosso, viene usualmente consumata per insaporire la carne, come il kabab. Il colore è quello del fuoco o del sangue, il sapore è intenso; simboleggia la forza per affrontare le avversità e l’amarezza.  

-Samanu: è un dolce cremoso a base di grano che assomiglia all’halva; la sua presenza sul tavolo è atto a ricordare che la vita ha anche un lato dolce.  

-Senjed: le giuggiole secche, con la loro forma particolare, che può ricordare un simbolo di fertilità, e con la loro dolcezza, simboleggiano l’amore.

-Sib: la mela, dolce, succosa e perfettamente tonda, è simbolo di bellezza, anche esso un augurio di buona vita. 

Si aggiunge sull’haft sin il Corano, che rivolge con le Suree le preghiere la protezione di Allah; viene fiancheggiato da uno specchio che, contrariamente al significato cristiano di vanità, qui è simbolo di purezza e di sincerità; i bambini realizzano delle uova dipinte, solitamente in numero dispari, che indicano il potere della creazione e l’augurio di produttività; la cosa che mi ha colpita di più è stata la presenza di una brocca, colma d’acqua e piena di pesciolini rossi, che è per i partecipanti un invito alla gioia; poi candele, che vengono accese poco prima della festa per illuminare il cammino con la loro luce e, infine, un vaso di giacinti o narcisi che segano il forte legame con la natura.

Tutta la famiglia si riunisce attorno alla tovaglia per attendere il passaggio al nuovo anno. Nel momento preciso dell’equinozio, uomini e donne si abbracciano e si scambiano gli auguri. Con l’arrivo dell’anno nuovo, ciascuno recita una preghiera di felicità, di buona salute e di prosperità e si legge un passo del Corano. I più grandi offrono regali o delle strenne ai giovani. 

Appena scocca l’inizio del nuovo anno, si assiste al discorso delle autorità del paese, solitamente il primo ministro, che lanciano un messaggio nel quale augurano agli iraniani un benessere più grande acquisito con il lavoro e lo sforzo. 

Ho partecipato alla festa nelle città di Gorgan, in una fredda notte del marzo 2019, e al suo corrispettivo, nella città di Venezia, dove alcuni amici che gestiscono un locale di cibo medio orientale, mantengono viva la tradizione. Nella casa della mia amica Elhan, tutto era caldo e accogliente e mi ricordava il nostro Natale. C’era un grande fervore e tutta la famiglia era occupata in qualche attività. La mamma di Elhan ci mandò al bazar a comparare i pesciolini rossi: un’operazione che pareva impossibile, perché il venditore di animali di fiducia li terminò ore prima; fra il divertito e l’allarmato (perché non è Novruzsenza pesciolini) ci dirigemmo in altri due negozi dove, finalmente, trovammo i tanto cercati pesciolini, sospirando e ridendo di gusto per questa avventura, pensando a cosa avremmo potuto raccontare nel caso in cui non li avessimo trovati o da chi andare a chiederne in prestito, disposte a pagare qualunque cifra; prese dall’euforia esagerammo, comprandone venticinque. Tornate a casa con il nostro bottino, fummo prese in giro per la nostra esagerazione e tutti risero per giorni, rendendolo l’aneddoto da raccontare agli amici nelle occasioni speciali. 

In casa ribollivano pentoloni e il profumo delle pietanze scaldava il cuore. La tavola era stata preparata dalle donne di casa e, i bambini, in uno stato di grande eccitazione, fremevano per poter appoggiare uno dei sette sin sulla tavola. Finalmente, la mamma di Elhan, solo ad una determinata ora, diede loro il permesso di disporre, in un ordine preciso, i simboli della festività. Sotto il suo occhio vigile e critico, i bambini deponevano lenticchie, uova e spezie sulla tovaglia, proteggendoli come se fossero stati pulcini bagnati. Al termine dell’operazione ci siamo disposti attorno alla tavola, allietati dalla lettura del Corano e di preghiere. Scattata la mezzanotte, tutti si sono abbracciati e abbiamo accolto il nuovo anno con grida e applausi. 

Nelle città, intanto, una figura vestita di rosso, con la pelle nera, cacciava con dei calci un uomo dalla barba canuta, simbolo del cambio fra il vecchio e il nuovo anno. 

Ramadam e Feltr

La fine del Ramadan è celebrata in pompa magna. Ci si riunisce in moschea, al calar del sole, per la preghiera collettiva, detta Feltr. Ho avuto la possibilità di recarmi alla festa nel mese di Luglio 2017, nella piccola moschea qajara alla periferia di Isfahan. Era una delle prime esperienze religiose in Iran e non capivo ancora bene il persiano aulico della preghiera; ricordo di essere rimasta colpita quando vidi abbracciarsi uomini e donne: nonostante la promiscuità a cui non ero più abituata, percepii un grande senso di comunità ed unione. Terminata la festa vennero distribuiti dei dolci a tutti i partecipanti (eravamo una cinquantina di persone all’interno della moschea), con momenti di gioia e spensieratezza. Gli anziani lanciavano le braccia al cielo, benedicendo i bambini che giocavano, le donne si confrontavano sull’enorme quantità di cibo che avevano preparato, le ragazze sbirciavano attraverso veli e chador i ragazzi che, da spacconi erano appoggiati alle pareti della moschea, fingendo di non essere sotto i riflettori. 

Grazie al mio essere straniera le mie amiche mi presentavano a tutti, con mio grande imbarazzo perché riuscivo a mettere insieme poche frasi senza capire ciò che mi veniva chiesto, ma tutti cercavano di incoraggiarmi, annuendo compiaciuti ad ogni mostruosità che cercavo di pronunciare. 

La sera fu un momento bellissimo: si festeggiò in famiglia, mangiando, ridendo e scambiandoci sguardi di intesa fino all’alba. 

Fui invitata dalla mia amica Marjin, che grazie alla mia presenza non dovette cucinare, così potemmo girovagare per il paese, avvolte dal profumo delle pietanze e del pane, che il fornaio sfornava senza sosta. Molti vicini di casa ci fermarono e mi offrirono assaggi di cibo o carezze; ricordo che arrivammo a cena già sazie, ma mangiammo ugualmente fino al sorgere del sole, per poi dormire sui sottili materassi che furono montati ed appoggiati sui tappetti della sala da pranzo. Mentre gli uomini dormirono nel giardino su tappeti da esterno, godendosi l’aria calda dell’estate.

Immagine. Momenti di relax dopo la festa a casa di Marjjn, Luglio 2017, Isfahan. Foto, E. Mattio.

Intervista aMarjin-sedute in giardino dopo il grande pranzo di fine Ramadan nella sua casa di Isfahan

E- L’Iran è sempre in festa. Quante sono le festività?

EL-Le feste del calendario musulmano sono tantissime: Novruz,Ashura, la festa del Ramadan, i giorni del lutto all’interno della festa del Ramadan che sono il 19, il 21 e il 23, i Venerdì, le feste del mese del lutto, ad esse aggiungiamo altre feste unicamente sciite o legate al nostro Paese, come le feste dedicate ai martiri, agli Imam, oltre a compleanni e nascite. Noi iraniani festeggiamo sempre.  Saranno più di venti.

E-Le feste sono un modo per riunire la famiglia?

EL-Si, per noi è un modo per condividere con la famiglia gioia e dolore, ma è anche un modo per ritrovare i famigliari che sono fuori dal paese; molti parenti che sono andati via, infatti, ritornano per le feste; forse perché manca loro la famiglia e sanno che troveranno tutti ad aspettarli, oppure perché manca loro il sapore del cibo! 

E-Questo modo di festeggiare è anche un escamotage per uscire dalla routine?

EL-Sicuramente, sentiamo meno il peso delle restrizioni che abbiamo. Io ho vissuto in Europa grazie ad un Erasmusin Inghilterra e ricordo con nostalgia come vivevamo le nostre giornate: università e poi si usciva per un aperitivo o per andare a cena a casa di amici, o ancora a ballare, con le ragazze che potevano fumare e bere liberamente, senza dover rendere conto a nessuno. Oltre a questo ci si mette di mezzo lo Stato che non ci consente di bere, né di fare baldoria come in Europa; ssono sicura che, grazie a queste feste continue si senta meno l’oppressione. 

E- Come ti trovi in Iran, ti manca l’Inghilterra?

EL- Si e no. A me piace stare con la famiglia, ma c’è poca libertà, tutti sanno tutto di tutti, non posso fumare sigarette, altrimenti i cugini fanno la spia con mio padre; non posso restare da sola con una ragazzo perché viene considerato sconveniente e poco serio. Però, alle feste a casa di amici, possiamo davvero sentirci come quando ero in Inghilterra. Mi manca la vita in Europa, perché mi sentivo davvero libera, potevo essere una persona nuova; però casa è sempre casa e non so se riuscirei a vivere lontano dalle mie abitudini, dal mio clima e dal mio cibo. Ho scelto di tornare e sono felice della mia decisione, anche se aspetto le vacanze per poter passare qualche settimana in UK. 


[1]Ugo Fabietti, Elementi di antropologia culturale, Mondadori, 2017, pag. 284

[2]Si tratta di un insieme di credenze, tradizioni e riti affini a quelli dell’antico induismo, che venivano praticati ai tempi degli Arii.

.

Pubblicato da erikamattio

Archeologa e antropologa, viaggiatrice, sportiva e scrittrice. Inguaribile sognatrice e fervida sostenitrice delle potenzialità di MacGyver. Amante delle situazioni complicate e dei valori dell'amicizia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: